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sabato 11 aprile 2009

Parte terza





-10 piccoli indiani...e non rimase nessuno-


Ora, a poco piu' di un mese dall'omicidio di Baccaiano, agli inquirenti si presentava la concreta possibilita' di avere per le mani un testimone in grado di fornire direttamente il nome del Mostro di Firenze, Stefano Mele. Questo nuovo filone di indagine venne inizialmente seguito dal giudice istruttore Vincenzo Tricomi, che immediatamente convoco' il Mele per riaprire il caso del 68. Evidentemente una delle persone che l'uomo aveva coinvolto all' epoca doveva essere il vero responsabile di quell'omicidio, e di conseguenza il responsabile della carneficina che stava terrorizzando Firenze fino a quel momento.
Stefano Mele, dopo aver inizialmente ribadito di non aver commesso l'omicidio della moglie e di avere  avuto solo sospetti sugli amanti poi accusati di correo, davanti al giudice Tricomi, e a Settembre in un confronto, torno' nuovamente a puntare il dito contro Francesco Vinci, il quale, come nel 68, sembro' in effetti il personaggio che piu' verosimilmente potesse indossare i panni dell'amante geloso in grado di vendicarsi della Locci. Ma a corroborare le accuse del testimone c'era dell'altro. Tra i rapporti dei Carabinieri spunto' un informativa che riguardava la renault 4 del Vinci, ritrovata a meta' Luglio di quell'anno infrascata vicino a Grosseto lungo una strada che portava piu' o meno direttamente a Baccaiano dopo un percorso di cira 100 km. Ce n'era abbastanza per firmare un ordine di comparizione, ma Francesco Vinci ,che poco prima era stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti familiari, era gia' sparito senza lasciare tracce. sin dal 20 Giugno La sua latitanza comunque non duro' molto, poiche' il 15 Agosto venne arrestato presso l'abitazione di Giovanni Calamosca, un imolese di origine sarda gia' attenzionato in passato per le sue frequentazioni con Giovanni Farina. Il Calamosca dira' in seguito che a lui il Vinci chiese non solo ospitalita', ma anche di procurargli un passaporto falso per fuggire all'estero. Il motivo, come dira' testualmente il Calamosca, era "per non mettere nella merda una famiglia".
Sebbene l'arresto venga compiuto per la storia dei maltrattamenti, quale sia il reale obiettivo dei magistrati diventera' evidente il 7 Novembre quando formalmente la Procura lo indaghera' per tutti gli omicidi a partire da quello del 1968. Ai giornalisti che domandavano al giudice Tricomi se l'indagine fosse arrivata ad una svolta definitiva, questo rispondeva in modo ambiguo affermando che quello era in realta' il momento piu' critico dell'inchiesta e con il piu' alto rischio che a breve il mostro potesse farsi vivo con un nuovo omicidio. I mesi passarono ma la calibro 22 rimase fortunatamente in silenzio, e sulle facce degli inquirenti comincio' a tornare il sorriso tanto che la stampa prese a prospettare davvero che si fosse sul punto di mettere la parola fine sui delitti. Sul Vinci pendevano anche altri piccoli riscontri, come l'uso di un farmaco simile ma non uguale a quello la cui confezione era stata ritrovata vicino all'auto dei ragazzi di Baccaiano dopo l'omicidio, e la vecchia deposizione del 70 del Conticelli. In realta', gia' un mese dopo, quei due indizi erano stati confutati dalla difesa che aveva dimostrato sia quanto il farmaco assunto dal Vinci non avesse a che fare con il principio attivo del Norzetam, sia che i bossoli rinvenuti nel casolare di cui aveva parlato il Conticelli avessero a che fare con quelli del mostro di Firenze (La Nazione 9 Febbraio 83)
Francesco Vinci in carcere mostrava uno strano connubio di preoccupazione e sicurezza, quest'ultima esibita soprattutto di fronte ai magistrati che interrogandolo capivano bene quanto improbabile sarebbe stata una sua confessione.
Ma che quella sicurezza fosse ben riposta lo si comprese il 10 settembre del 1983, quando una manciata di bossoli calibro 22 gettata a fianco di un camper con targa tedesca sembro' trasformarsi nella chiave che serviva ad aprire la cella del sospettato Alle 19:30 di sabato 10 Settembre, un importatore tedesco ospite in un appartamento di una prestigiosa villa di Giogoli fece una telefonata concitata ai Carabinieri. L'uomo aveva scoperto due cadaveri in un pulmino volkswagen parcheggiato in uno spiazzo distante appena 100 metri da casa sua. In breve la zona si riempi' di auto con i lampeggianti accesi, divise e volti atterriti tra cui spiccavano quelli del dottor Vigna e della dottoressa Della Monica. Dopo aver fotografato i bossoli uno degli agenti ne porse un paio al procuratore mostrando l'H sul fondello ben in evidenza, fin quando questo senza parole non rialzo' lo sguardo volgendosi verso il furgone, forse per fuggire il fastidio delle potenti luci alogene, forse per mascherare le incomprensibili parole che il suo toscano stava recuperando dalla memoria dei versi di Cecco Angiolieri.
Quel nuovo duplice omicidio pero' risulto' strano, tanto strano che le porte del carcere per Francesco Vinci si aprirono solo a gennaio dell'anno successivo.(in realta' il Vinci rimase in carcere fino all'autunno dell'84 a causa di un altro reato) Il Mostro questa volta aveva assassinato due maschi, e, anche se li cercarono come mai era stato fatto prima, mancavano all'appello ben 3 bossoli su 7. Il giudice istruttore Rotella, subentrato al dottor Tricomi nell'indagine, sospettava che a compiere quell 'atto fosse stato un complice del Vinci per scagionarlo, e che "l'errore"dei due ragazzi maschi servisse per evitare che il complice dovesse eseguire quelle operazioni mostruose inconcepibili per un criminale "normale". Per la procura il discorso era piu' semplice. Il mostro aveva davvero confuso la capigliatura bionda di Rush per quella di una ragazza e i bossoli mancanti probabilmente erano finiti tra i souvenir di qualche sciacallo. Anzi, intanto che c'erano risolsero qualche incongruenza del racconto del tedesco facendogli una perquisizione, visto che oltretutto anche i due ragazzi uccisi erano tedeschi in vacanza. Dalla perquisizione non emerse nulla di rilevante per l'indagine, e sebbene fossero spuntate 4 pistole, alcune non denunciate, non c'era traccia di quella dei delitti. Il tedesco rimedio' una condanna per collezione di armi non denunciate e nel giro di sei mesi se ne torno' in Germania dopo aver lasciato un conto inevaso di 40 milioni per l'affitto della villa (particolare citato dal Pm Canessa durante la requisitoria al processo Mostro-ter). Nel frattempo la differenza di vedute tra Procura ed Ufficio del Giudice Istruttore comincio' a trasformarsi in rottura vera e propria. Cosi', quando quest'ultimo, a Gennaio dell'84, decise di proseguire su quella pista arrestando altri due personaggi coinvolti marginalmente nell'inchiesta del 68, Pietro Mucciarini e Giovanni Mele, nei procuratori gia' si era fatta largo l'idea di ricominciare da capo tutta l'inchiesta.
Anche se Francesco Vinci era in procinto di venire scagionato, il giudice Rotella non si diede per vinto ma non riusci' ad identificare qualcuno che potesse calarsi nei panni del possibile complice ne tra i compagni di scorribande del sardo, ne tra i familiari, che del resto, a parte il giovane nipote Antonio, con l'uomo non avevano rapporti poi cosi' stretti. Torno' quindi a bussare alla porta di Stefano Mele per vedere se questi gli potesse fornire qualche nuovo indizio. Sebbene dalle parole dell'ometto non venne fuori nulla di sensato, qualcosa di prezioso sembro' invece sbucare dalle sue tasche, o almeno cosi' credette il giudice. Durante quel colloquio dal portafogli del Mele era saltato fuori un bigliettino scritto in un pessimo italiano da cui traspariva uno strano interessamento per la vicenda da parte di un altra persona. Nulla a che vedere col Vinci dunque, ma una nuova pista. Il biglettino recitava cosi':

RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDO
LO ZIO PIETO

Che avesti FATO il nome doppo
SCONTATA LA PENA

COME RisulTA DA ESAME Ballistico
dei colpi sparati

Quell'italiano sgangherato, scritto alternando maiuscole e minuscole, era stato compilato dalla mano di Giovanni Mele, fratello di Stefano, probabilmente il giorno in cui sui giornali dell'82 era apparsa la clamorosa notizia del collegamento col delitto del '68. Evidentemente l'uomo aveva voluto ricordare al fratello cosa dire per evitare che i sospetti prendessero la direzione del clan, e in particolare si era preoccupato di togliere le castagne dal fuoco al cognato, Pietro Mucciarini, il cui nome era comparso durante una delle innumerevoli audizioni del piccolo Natalino Mele. Per Rotella la prima frase era lapalissiana in tal senso La seconda costituiva un suggerimento a ribadire le accuse contro chi non li avrebbe potuti coinvolgere, e la terza indicava quale fosse il particolare da riferire per rendere credibile la propria presenza al momento dell'esecuzione dell'omicidio, ovverosia il numero di colpi sparati. E in effetti Stefano Mele quell'indicazione l'aveva data, anche correttamente visto che riferi' di 8 colpi pur sbagliando il finetsrino da cui erano stati sparati. Quel bigliettino, insieme ad alcune intercettazioni telefoniche ed ambientali, convinse il magistrato che a commettere l'omicidio fosse stato il clan dei Mele. Avrebbero pertanto agito poiche' stufi dei continui colpi di testa della Locci e delle continue umiliazioni a cui la famiglia era sottoposta a causa del suo modo di trattare il marito.
Durante la conferenza stampa in cui annunciava la scarcerazione di Francesco Vinci, il dottor Rotella sorprese tutta la platea di giornalisti dichiarando che da quel momento erano formalmente indagati per i delitti Giovanni Mele e Piero Mucciarini. Imostri quindi erano due.
Per sostenere il mandato d'arresto furono anche illustrate le risultanze di una perquisizione al Giovanni Mele, sulla cui auto, una fiat 128, era stato trovato quello che fu definito un vero e proprio kit da Mostro, composto da coltelli, corde, stracci e liquido per detergersi le mani. A dire il vero nulla di quegli oggetti recava la minima traccia dell'uso in uno dei delitti, ma fu sufficiente perche' i giornalisti per il momento non si facessero troppe domande.
In carcere Mele e Mucciarini cominciarono ad accusarsi l'un l'altro, con il Mele che ammise di aver scritto quel biglietto per proteggere il cognato, di cui pero' non poteva essere certo dell'innocenza, e il Mucciarini che restituiva la palla al mittente dicendo che mai lui aveva chiesto nulla al Mele e che se Giovanni voleva proteggere qualcuno questo non era di certo lui, ma magari un altro Pietro che pure faceva parte della famiglia. Quelle scaramucce a distanza, veicolate dai rispettivi avvocati, durarono in realta' ben poco tempo perche' a far capire che i due non c'entrassero nulla coi delitti ci penso' ancora una volta la beretta calibro 22, partorendo un altra mezza dozzina di bossoli assassini con l'H stampata sul fondello.
Il 29 Luglio 1984 Pia Rontini aveva lavorato per tutto il giorno al bar La Spiaggia di Vicchio, dove da circa un mese era stata assunta in qualita' di barista per il periodo estivo. Nonostante fosse il tipico lavoro che un giovane studente, quale lei era, trova per mettere da parte un po di soldi , l'impegno era notevole anche perche' aveva scelto il turno dalle 19:00 all' 1:00. Quella domenica pero' un improvviso cambio di programma le aveva fatto raggiungere casa poco dopo le 20:30, e sebbene avesse inizialmente deciso di non uscire a causa della stanchezza, cambio' idea presentandosi verso le 21:15 a casa del fidanzato Claudio Stefanacci. I due ragazzi, poco piu' che adolescenti visto che lei aveva appena 18 anni e lui 21, uscirono quasi immediatamente dalla casa di Claudio per appartarsi in intimita'. Dopo 4 chilometri di provinciale si infilarono a retromarcia in una stradina che dava direttamente sulla Sagginalese e che distava appena un centinaio di metri dalle sponde del fiume Sieve. Passate le 23:30, vedendo che il figlio non rincasava, la signora Stefanacci comincio' ad allarmarsi e telefono' alla famiglia della Rontini. In breve tempo iniziarono le ricerche alle quali partecipo' tra gli altri Piero Becherini, amico di Claudio ed ex impiegato nel negozio di elettrodomestici di proprieta' degli Stefanacci. Fu proprio lui a ritrovare verso le 3:00 del mattino la panda con i cadaveri dei due giovani. La ragazza giaceva supina a circa 7 metri dall'auto stringendo ancora nella mano destra i suoi indumenti intimi, mentre il compagno era rimasto nell'auto esanime dopo aver ricevuto tre colpi di pistola e 10 coltellate. Ancora una volta l'assassino aveva mutilato il corpo femminile, ma non si era limitato al pube. La sua follia aveva avuto un orrida escalation, e non contento del primo trofeo aveva anche asportato il seno sinistro in modo netto e senza esitazioni. La mattina seguente sulla prima pagina del La Nazione apparve una foto che sembrava a prima vista un inno all'amore, con due giovanissimi ragazzi che di profilo si scambiavano un bacio innocente Bastava prero' mettere a fuoco un po' meglio i caratteri abnormi del titolo dell'articolo per capire che si trattava di un ben altro inno, quello alla follia umana. E il terrore rimbalzo' rapidamente dallo spazio di carta a quello della citta', fino a raggiungere le stanze dei magistrati e quelle del governo. Il ministro dell'interno si convinse che era giunto il momento di cambiare direzione appoggiando decisamente la linea tenuta dalla procura con a capo il dottor Vigna, che riteneva necessario ricominciare da principio tutta l'inchiesta. Venne istituita un'apposita task force congiunta Polizia-Carabinieri , a capo della quale venne nominato il commissario Sandro Federico con il compito di occuparsi esclusivamente del caso. Parallelamente si affido' ad un pool di quotati criminologi una consulenza perche' stilassero il possibile profilo dell'uomo che si stava cercando. Il professor De Fazio, criminologo di fama dell'universita' di Modena, raccolse il meglio dei suoi collaboratori per stilare una perizia comparativa dei vari omicidi in modo da riportare ad unita' le tracce lasciate dal killer fino a quel momento, mentre la neonata task force, che prese l'acronimo a dire il vero un po' cinematografico di SAM, squadra anti mostro, si preoccupo' di organizzare un piano di intervento rapido nella malaugurata ipotesi che si verificasse un nuovo evento. Prima ancora pero' fu' preso un altro provvedimento eclatante, che non manco' di generare notevoli polemiche ma che spiegava bene che cosa volesse dire ricominciare tutto da capo. Il provvedimento consisteva nel farsi consegnare dalle anagrafi di tutti i comuni della provincia di Firenze i nominativi degli uomini single, o che vivevano con familiari ma non essendo sposati, in eta' compresa tra i 30 e i 60 anni. L'obiettivo era quello di stilare una classifica a priori di possibili sospetti, confrontando i dati anagrafici positivi per i luoghi dei delitti con quelli dei precedenti penali per reati a sfondo sessuale. Questi nomi poi sarebbero stati passati alla SAM in modo da attuare una serie di perquisizioni mirate nell'immediatezza del nuovo duplice omicidio. A corollario del programma di perqisizioni mirate c'era anche la richiesta ai casellanti dell'autosole di registrare nei weekend le targhe dei veicoli che passavano i caselli in orari serali e notturni, e questo perche' si sospettava che l'omicida usasse l'atostrada per i suoi spostamenti. Per la prima volta gli investigatori si erano messi nelle condizioni di non dover subire passivamente le velleita' del maniaco e di poter finalmente rispondere a tono alle sue provocazioni, e proprio per questo quello che successe poco dopo ebbe dell'incredibile.

Parte seconda ----------------------------------------------Parte quarta

12 commenti:

ghepardo ha detto...

Ciao Master.
Ti chiedo solo un piccolo chiarimento, che sono sicuro arriverà tempestivo come sempre. Dopo il collegamento della serie 1974-82 col delitto Locci-Lo Bianco e l'apertura del faldone "pista sarda" i sospetti si addensarono primariamente su Francesco Vinci e in un secondo tempo su Mucciardini e Giovanni Mele. E' possibile determinare quando e con quanta consistenza fu invece analizzata la posizione di Salvatore Vinci, fratello maggiore di Francesco? Non trovo nessun riscontro in questo senso. Fu egli controllato? Subì perquisizioni? Se si con quali esiti?

master ha detto...

Ciao Ghepardo

Ti rispondo con il beneficio d'inventario perche' e' proprio il passaggio che sto affrontando adesso. Comunque Salvatore Vinci venne attenzionato gia' nel 1985, ben prima degli scopeti, e questo poiche' il giudice Rotella continuo' a seguire le indicazioni di Mele. Lo Spezi riferisce di pedinamenti che l'uomo ogni tanto seminava con manovre spericolate, indicando che di queste attenzioni era evidentemente conscio. Poi nel 1986 gli viene contestato l'omicidio della moglie avvenuto nel 60,e originariamente archiviato come suicidio, con il non troppo velato intento di riuscire a dimostrare che potesse essere in grado quindi di assassinare anche la Locci nel 68. Nell'88 venne assolto per quel vecchio caso, e nell'89 Rotella prosciolse tutte le persone inquisite fino a quel momento seguendo la cosi'detta pista sarda.
I tempi esatti spero di riuscirli a determinare ma non e' facile.
La consistenza probatoria in realta' non c'e', ovvero l'accusa si basava soprattutto sulle dichiarazioni di Mele, quelle del 68 quando lo accuso' di complicita', e quelle reiterate nell'85. Oltre a questo si parla di un'affermazione estemporanea di Natalino, e della costituzione fittizia dell'alibi del 68.

ciao

ghepardo ha detto...

Grazie ancora Master!
Riguardo a Salvatore Vinci, nella trasmissione "Enigma" di Corrado Augias si afferma che egli si trovava agli arresti al momento in cui si consumò l'ultimo duplice omicidio, nel 1985. Ti risulta questo passaggio?
Perchè da come dici tu invece, Salvatore Vinci si trovava in questa condizione a partire dall'86, fino all'assoluzione del 1988 anno in cui di lui si persero definitivamente le tracce (anche se da qualche fonte è erroneamente riportato che il Vinci scomparve nel 1986).

Tra l'altro mi sembra di capire che Mario Rotella si trovò isolato già dopo Vicchio, con Vigna che prese in pugno la situazione (istituzione della SAM e del pool di criminologi) per poi, dopo gli Scopeti vedere "azzerato" il proprio faldone.

master ha detto...

Ciao Ghepardo

Per adesso ti cito due fonti che sono Spezi e Lucarelli\Giuttari. Entrambi dicono che SV fu' indagato subito dopo l'omicidio degli scopeti, e non fu il solo. Quindi probabilmente mi sbagliavo affermando che fosse pedinato gia' da prima, pero' certamente era libero a settembre dell'85. Sicuramente viene arrestato nell'86 per la storia della moglie suicida, ma in mezzo non credo che ci sia alcuna incarcerazione.

Nell'84 certamente si consuma la frattura tra procura e giudice istrutture, ma anche dopo l'83 le cose non andavano benissimo.
Poi Rotella ha continuato per la sua strada fino all'89, quindi dopotutto non fu esautorato.

ciao

ghepardo ha detto...

Grazie Master.
Quindi il passaggio della trasmissione di Augias che mi suonava stonato riportava veramente un'informazione del tutto errata.

Ho trovato anche l'articolo del Messaggero datato 20 Maggio 1988 dove si racconta dell'assoluzione con formula piena di SV.

http://www.regione.sardegna.it/messaggero/1988_maggio_20.pdf

C'è da aggiungere anche questa consideraizione: il carattere tipico, fondante che determina il profilo classico di un criminale sardo è la "balentìa" parola che in dialetto sardo contempla in sé assoluti come vigore, ardimento, temerarietà e baldanza di fronte a difficoltà da affrontare e onore.

http://www.paraulas.it/index.php?option=com_content&task=view&id=15&Itemid=2

http://www.geocities.com/acacciadisardegna/faida.html

E' assai probabile che Rotella
avessero a mente questo concetto e avesse capito che aveva a che fare con dei veri "balentes" che si ricattavano vicendevolmente.
Vigna invece era interessato a sfruttare i sardi per avere informazioni sull'Anonima Sequestri più che sul mostro, così Rotella finì per proseguire la sua strada ma senza i dovuti sostegni il suo impianto finì col sbriciolarsi.

Salvatore Vinci comunque non sparì "definitivamente" come ho scritto prima. Dopo essere stato in Venezuela e Spagna tornò a Villacidro per pochi mesi con una donna che parlava spagnolo, poi riparò ancora all'estero e (qui le tesi divergono) o morì nel 1996 per problemi al fegato o è ancora possibile sia vivo e in salute.

master ha detto...

Ciao Ghepardo

La storia sul ritorno a Villacidro suppongo sia quella appurata dal PI lucchese Davide Cannella, giusto?

ciao

ghepardo ha detto...

Sì,sì la fonte è Cannella.

Trevanian ha detto...

Ciao Master, innanzitutto complimenti per il blog, esauriente e ben fatto.
Poi grazie per quello che scrivi, vorrei che tanti miei coetanei, che erano poppanti ai tempi degli omicidi, capissero cosa è successo a pochi passi da casa nostra e cosa abbia significato il Mostro di Firenze. Anche per non dimenticare...Sto facendo la mia tesi di laurea su questo argomento. Ho scoperto solo adesso il tuo blog, me lo leggerò tutto, mi metterò in pari poi ci confronteremo quotidianamente. Ciao

master ha detto...

Ciao Trevanian

Ben lieto di discutere con te l'argomento, e spero che quello che ho scritto possa esserti di aiuto nonostante la sintassi e la grammatica sconclusionate :-)
Se poi vuoi confrontarti anche con altri "mostrologi" e\o persone che si interessano dell'argomento puoi dare un occhiata ai link

Ciao

Anonimo ha detto...

Salve a Tutti....io credo analizzando i fatti che le pistole utilizzate siano state 2...quindi i mostri siano 2..dato che non coincidevano mai i bossoli rinvenuti che erano sempre meno rispetto ai colpi sparati ai ragazzi...non penso proprio che l assassino si mettesse a raccoglierli..es nell 83 erano 7 colpi sparati e ritrovati 4....quindi una pistola secondo me era ad espulsione e una no....

mostrologonapoletano ha detto...

ciao anonimo
secondo me i bossoli non coincidevano in quanto repertati male,addirittura nel 74 solo il giorno dopo si seppe che la coppia fu uccisa con un'arma da fuoco perchè il primo a vedere i corpi fu il medico del paese,quindi non un esperto,che scambio' i fori dei proiettili per fori fatti da un punteruolo,poi fu il proff.Maurri ad accertare che erano fori di proiettile,la calibro 22 essendo un piccolo calibro non fa ferite devastanti ma appena piccoli fori che pero' se sparati da vicino lasciano comunque un leggero alone di bruciatura,poi le scene del crimine erano calpestate da tanti che non avrebbero dovuto trovarsi li' e magari nel terreno molle o nell'erba venivano involontariamente sotterrati dal calpestio.

Marco Billeri ha detto...

salve,complimenti inanzitutto per tutta la pagina,precisissima,sono un appassionato toscano da anni di questo caso,volevo sapere se ad oggi c'è ancora qualcuno in vita dei personaggi dell'epoca,come ad esempio il guardone enzo spalletti,su cui la procura non indago' a mio avviso+ di tanto.grazie e complimenti ancora.