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martedì 20 ottobre 2009

Mappa dei delitti


Visualizzazione ingrandita della mappa


Attualmente la mappa descrive i luoghi in cui si sono verificate gli eventi principali legati alla commissione dei delitti.


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il mostro legge i giornali? prima parte

Questa e' una breve sintesi delle curiose coincidenze, o meglio preveggenze, e stranezze che legano il comportamento del Mostro a quello che su di lui viene detto negli anni


Dopo l'omicidio del giugno 81 venne alzato il velo sul mondo del voyeurismo, che il coinvolgimento dell'autista di autoambulanze di Montelupo aveva pesantemnente collegato alle vicende del mostro. A Luglio, in un articolo sui guardoni e le loro istanze psicologiche e comportamentali, apparve a corredo una foto in cui veniva ritratto un ipotetico guardone intento a spiare una vettura da dietro un albero. Coincidenza volle che l'auto ritratta fosse una golf nera targata Firenze, del tutto simile a quella del ragazzo che verra' assassinato tre mesi dopo, il 22 0tt0bre dello stesso anno.






In un articolo del 28 Ottobre, ma anche in altri, viene prospettata l'ipotesi che l'assassino scelga le vittime femminili dopo una vera e propria fase di pedinamento, e questo per via della misteriosa telefonata ricevuta dalla signora Cambi la mattina del 23, prima ancora che fossero stati scoperti i corpi dei due ragazzi. Per corroborare quell'ipotesi si sostenne che il mostro fosse attratto da un preciso tipo femminile, evidenziando le caratteristiche simili delle ragazze uccise fino a quel momento. L'anno successivo, il mostro colpi' una ragazza fisicamente agli antipodi rispetto alle prime due, alta formosa e bionda.




il 27 Giugno dell'82, in un articolo de La Nazione, tra le altre ipotesi venne fatta quella che l'assassino delle coppie potesse essere un omosessuale represso, afflitto da una dissociazione tra la propria natura intima e le costrizioni moralistiche a cui lo aveva assoggettato un educazione rigida. Un ipotesi analoga gia' era stata fatta a Ottobre 81, quando uno psichiatra aveva prospettato l'azione di uno psicopatico dedito magari al travestitismo. L'anno successiv a finire vittime del mostro furono due ragazzi maschi, e all'esterno del furgone furono trovate alcune riviste pornografiche a contenuto gay strappate furiosamente ed ivi deposte di recente.





In un articolo successivo al delitto di giogoli, un addetto ai lavori recupero' la teoria sul seno sinistro di una nota psicologa d'oltre oceano, riadattandola al killer fiorentino e sottolineando il mancato accanimento fino a quel momento su questa parte anatomica delle vittime. Cio' doveva suggerire il profilo del disadattato sessuale afflitto da un imponente complesso edipico. Il 29 Luglio dell'84 per la prima volta il mostro escindera' completamente il seno sinistro dal cadavere della povera ragazza.


Il 1 Agosto 1984, per puro caso(?) accanto ad altri articoli che parlavano della nuova apparizione a Vicchio del maniaco omicida, su La Nazione compare un pezzo intitolato: "Nel regno degli Hare Krishna", dove si illustrano le attivita' che gli adepti di quel culto praticano in quel di Sant'Andrea in Percussina. L'autore per qualche curioso motivo indica i boschi battuti dagli arancioni inserendo le coordinate di latitudine e longitudine (quest'ultima in modo errato pero') 43 41' 10', 10 14' 50'. L'anno successivo il mostro colpira' praticamente ad un passo da quella stessa zona.

venerdì 22 maggio 2009

Parte quarta


Il Commiato



Mentre la Procura era intenta nel perseguire i nuovi obiettivi investigativi , il tribunale del riesame , il 12 ottobre 1984, fece scarcerare Giovanni Mele e Piero Mucciarini. La pista sarda non si era pero' estinta ancora del tutto e a finire sotto i riflettori delle indagini dei Carabinieri questa volta fu Salvatore Vinci. Subito dopo l'omicidio del 29 Luglio 1984, l'uomo aveva subìto una perquisizione che aveva portato al rinvenimento di uno strano straccio coperto di macchioline rosse nascosto dentro una borsetta da donna . Lo straccio presentava anche una sbavatura di polvere nera che sembrava essere stata causata dalla pulitura di un arma da fuoco. Il reperto fu peritato nella primavera del 1985. Si appuro' che le macchie fossero di sangue e di due gruppi distinti, 0 e B, mentre la polvere era effettivamente costituita da residui dello sparo. Quel sangue non pote' pero' essere correlato ad alcun delitto in quanto non fu possibile confrontarlo con quello delle vittime dell'83 e precedenti, poiche' di questo non ne era stato conservato alcun campione. Il 12 Giugno 1985 il giudice Rotella ebbe l'ennesimo colloquio con Stefano Mele. Stefano , come aveva gia' fatto per i precedenti sospettati, comincio' ad accusare Salvatore Vinci per il delitto del 68. Il Vinci non venne comunque arrestato, ma si comincio' a tenerlo sotto stretta osservazione continuando a verificare gli aspetti meno chiari del suo possibile coinvolgimento, primo fra tutti l' l'alibi dell'epoca. La Polizia intanto, a Febbraio dell'85, aveva ricevuto alcune indicazioni di sospetto su un altra persona, Giovanni Calamosca, proprio lo stesso nella cui casa era stato arrestatao Francesco Vinci nell' Agosto dell'82. Il signor Rontini aveva infatti raccolto alcune voci che parlavano del possesso da parte del Calamosca di una beretta calibro 22, vista sporca di sangue nelle sue mani da ben tre testimoni oculari. Nel giro di un mese quella pista si dissolse completamente, sebbene i testimoni fossero stati trovati ed avessero confermato la circostanza. Nella perquisizione del febbraio 85 a casa del Calamosca non era stato rinvenuto nulla, e si disse che i tre testimoni avessero piu' di un motivo di risentimento nei confronti del sospettato. (La repubblica 7 Aprile 1985)

Per l'estate del 1985 gli inquirenti credettero dunque di essere pronti a stringere la rete intorno all'assassino nel caso questo fosse tornato a colpire, e si trovarono nella ben poco invidiabile condizione di dover sperare che non venissero commessi altri delitti pur sapendo che quello era l'unico modo per catturarlo. Se i cadaveri fossero stati scoperti abbastanza in fretta c'erano buone possibilita' che le perquisizioni riuscissero a fare emergere delle tracce consistenti, inchiodando finalmente l'uomo che li aveva tenuti in scacco da oltre 15 anni.
L'opportunita' di mettere in atto il piano purtroppo arrivo' il 9 settembre 1985 alle ore 14:00 c.a, quando un cercatore di funghi di San Casciano si imbatte' in due piedi che sbucavano dal fogliame di una piazzola attigua a via degli scopeti, all'altezza del civico 124.
Alle 14:30 una pattuglia dei Carabinieri era gia' sul posto, seguita a ruota da ondate multiple di colleghi provenienti praticamente da ogni altro corpo delle forze dell'ordine, un vero e proprio esercito che da subito blocco' la zona per un raggio di 2 chilometri impedendo per la prima volta l'accesso anche ai giornalisti . L'area della piazzola fu cordonata in modo che la scena fosse disponibile ai soli tecnici della Polizia scientifica, mentre gruppi delle unita' cinofile cercavano di ritrovare il percorso a ritroso che l'assassino poteva aver compiuto durante la fuga.
Nella piazzola, a margine del lato che dava sulla strada, c'erano una tenda ed una golf bianca parcheggiata a brevissima distanza. Dentro alla tenda, sdraiato su un fianco, venne rinvenuto un secondo cadavere: quello di una ragazza che l'assassino aveva martoriato nello stesso modo della volta precedente. I due giovani furono identificati dai rispettivi documenti come Nadine Mauriot , 36 anni, e Jean Michel Kraveichvilj , 25 anni, due turisti francesi che dal Venerdi' precedente si erano accampati in quel luogo, ultima tappa di una vacanza in Italia iniziata tre giorni prima in Liguria.
Le prime dichiarazioni dei magistrati non furono pero' incoraggianti poiche' i corpi erano stati scoperti troppo tardi, tanto che dalla prima ispezione cadaverica non si era riusciti neppure a capire se il delitto fosse stato commesso la domenica o il sabato. Ci si comincio' a domandare se quel nascondere volontariamente i corpi per ritardarne la scoperta non comportasse la conoscenza da parte dell''assassino delle mosse degli inquirenti, ma una risposta molto diversa a quelle domande sembro' arrivare il Martedi' sucessivo alle 10 circa del mattino.
Quella mattina il cancelliere della Procura si ritrovo' tra le mani un inquietante plico sigillato su cui un anonimo emissario aveva composto l'indirizzo ritagliando le lettere da vari settimanali popolari. La busta era stata spedita da San Piero a Sieve prima della tarda mattinata del Lunedi' , quando il servizio postale aveva svuotato le cassette del paese, e con una celerita' inverosimele era giunta fino al destinatario:"Della Monica Silvia-Procura della REPUBLICA". Il plico pero' non era stato aperto dal Magistrato, bensi' dal servizio di smistamento interno i cui addetti videro materializzarsi sotto gli occhi un pezzo di pura follia umana. Nella busta, avvolto in un fazzolettino di carta, fu rinvenuto un sottile lembo del seno di Nadine Mauriot, largo appena 2cm ma piu' che sufficiente per per ottenere l'effetto sperato di gettare nel panico l'intera Procura, per non parlare ovviamente del destinatario finale. La notizia riusci' a rimanere segreta fino al 24 settembre quando il settimanale Epoca decise infine di pubblicarla contrariamente al parere degli inquirenti, e degli stessi consulenti forensi, che consideravano il gesto dell'assassino come un elemento critico di rottura dopo il quale avrebbe potuto finalmente commettere un grave erorre.
La scelta di inviare quel messaggio all'indirizzo dell'unico magistrato donna che si fosse occupato dell'inchiesta apparve subito ovvia, ma qualcuno ipotizzo' che la dottoressa Della Monica avesse potuto diventare un bersaglio del mostro per via delle sue indagini specifiche, o addirittura perche' ci si era trovata faccia a faccia durante uno degli innumerevoli interrogatori con sospettati e testimoni. Certo era che quel magistrato avesse profondamente sollecitato la fantasia del maniaco visto che oramai non si occupava piu' del caso da tempo, almeno dal 1984.
La preda si era quindi trasformata in predatore, e per farlo aveva quasi usato una citazione letteraria recuperata dalla storia pluri citata del serial killer per eccellenza, Jack lo squartatore, che nell'ottobre del 1888 spedi' un messaggio altrettanto macabro a chi gli stava dando la caccia. Nel tempo pero', quel gesto teatrale sembro' diventare l'estremo commiato dalla scena di un attore oramai stanco del suo ruolo, perche' da quel giorno il Mostro di Firenze scomparve definitivamente nel nulla. Prima invero sembro' lasciare dietro di se un ultima traccia quando il 10 settembre, nel parcheggio dell'ospedale dell'Annunziata, fu rinvenuto un proiettile calibro 22 Winchester con l'H stampata sul fondello, una traccia che comunque si rivelo' ben presto l'ennesimo vicolo cieco. Neppure le perquisizioni dei giorni successivi diedero alcun risultato, compresa quella che il 19 settembre subi' un contadino di origini mugellane ma residente a Mercatale, Pietro Pacciani. L'uomo, che assurgera' prepotentemente alle cronache molto tempo dopo, in quell'occasione non desto' grandi sospetti negli investigatori, che in realta' nella sua casa c' erano finiti per via di una lettera anonima che si limitava a generiche accuse di sospetto senza fornire alcun elemento.




Il giudice Rotella penso' comunque di avere ancora una freccia nel suo arco: Salvatore Vinci. Questa volta pero' per incarcerare l'uomo non sarebbero bastate le nuove dichiarazioni del Mele, e neppure quello straccio insanguinato che non si era riusciti a collegare ai delitti. Il Vinci oltretutto non mostrava una personalita' tale da renderlo sospettabile a priori, e la sua fedina penale era immacolata. Nella storia dell'uomo esisteva pero' un episodio non del tutto chiaro, quello del suicidio della giovane moglie avvenuto addirittura nel 1960. Qualche mese dopo la morte dei ragazzi francesi, il giudice istruttore iscrisse nel registro degli indagati il Vinci ed il cognato quali sospettati dell'omicidio di Barbarina Steri, ipotizzando che quel suicidio fosse stato in realta' un omicidio mascherato commesso dai due uomini per questioni d'onore.
Nel frattempo i Carabinieri erano riusciti a smontare l'alibi che Salvatore Vinci aveva esibito nel 68, ottenendo da Silvano Vargiu una ritrattazione completa e l'ammissione di aver solo raccontato cio' che Salvatore gli aveva chiesto di dire. Nel 1986 il Vinci venne arrestato per l'omicidio della moglie. Dopo quasi due anni di carcere, il processo, tenutosi a Cagliari, si concluse con una piena assoluzione. In breve segui' anche la chiusura definitiva delle indagini sull'omicidio del 68 per l'impraticabilita' dell'accusa. Nell ' ottobre del 1989 il giudice Rotella si arrese definitivamente e su richiesta della Procura di Firenze promulgo' una sentenza di proscioglimento dalle indagini di tutte le persone coinvolte fino a quel momento nella vicenda del mostro di Firenze.

Parte terza

giovedì 30 aprile 2009

Modus operandi





Stralci della perizia De Fazio sull'analisi dell'azione


"...appare evidente che l'attuazione dei delitti in notti di novilnio non po' essere un fatto casuale ma una scelta dettata da cautela, il che dispone per una precisa premeditazione. Alle stesse conclusioni porta il riscontro di una concentrazione dei delitti nei giorni di fine settimana, qualunque sia il significato di tale scelta"

"Anche la situazione, il set del delitto, si presenta piuttosto costante ed implica in una certa misura la scelta dei siti, quantomeno come ricerca dei luoghi in cui possono trovarsi coppiette appartate in macchina (spesso vicino a luoghi di ritrovo quali, ad esempio, discoteche)"

"La costanza degli aspetti situazionali e vittimologici induce a pensare ad un loro intrinseco valore di stimolo eccitatorio, come se fossero parte fondamentale delle fantasie sessuali, dei desideri, delle prefiguraioni, delle modalita' di gratificazione sessuale dell'omicida...l'azione sembra a lungo prefigurata, come se fosse la recita di un copione ben noto in cui non trovano nessuno spazio varianti dettate da istanze soggettive momentanee o improvvise"

"...appare sempre prioritaria da parte dell'omicida l'intenzione di uccidere le vittime, e di essere certo della loro morte, rispetto alle azioni successive..."

"nella sequenza omicidiaria in esame, il contatto con le vittime appare ridotto al minimo indispensabile, sia nella fase omicidiaria vera e propria sia in quella preparatoria ed esecutiva dell'escissione. Costante appare il disinteresse sadico sessuale per le vittimie di sesso maschile... Le armi sono sempre state asportate dal luoigo del delitto"

"i delitti hanno in comune una notevole freddezza, agilita', efficacia nell'azione che appare condotta come se l'autore fosse stimolato dalle difficolta', pronto a non cedere di fronte agli imprevisti pur di portare a termine lo scopo prefissato, vale a dire quello di un duplice esito letale"

"E' da escludersi decisamente un azione di tipo collettivo, tipo violenza di gruppo, che...non arriva mai al lust murder vero e proprio"

Questi delitti appartengono ad una sessualita' completamente o quasi completamente narcisistica che si appaga esclusivamente in fantasia e nella rievocazione e o riproduzione di situazioni stimolo
Tutto questo indipendentemente da un rapporto interpersonale diretto ed ancor piu' in modo relativamente indipendente dalle stimolazioni meccaniche sui genitali quali avvengono nel coito e nella masturbazione

E' lecito quindi supporre nell'omicida un abitus sessuale connotato da impotenza assoluta o da un accentuata inibizione al coito



Hazelwood - Dark Dreams

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L'uso dell'arma da taglio

Stralci dell perizia De Fazio del 1984 riportati dalla difesa di Mario Vanni durane il dibattimento del 25 Maggio 1997

Sulle ferite alla donna nell'omicidio di Borgo del 1974-pag.26:

"Buona disposizione simmetrica di quelle inferte a livello del pube che sembrano delineare un area pressoche' simile a quella corrispondente alle mutilazioni inferte nei successivi casi"

"si sottolinea in particolare la ferita del lato dx del pube perche' ubicata a ore 10, in posizione analoga all'incisura che comparira' in tutti e tre i casi di asportazione occorsi successivamente"

I rilievi peritali sembrano quindi suggerire che gia' nel 1974 il maniaco abbia potuto idealizzare le successive mutilazioni senza pero' ancora averne la capacita' tecnica, o la necessita' psicologica

Riferimenti alle escissioni operate nel delitto di Calenzano:
"l'escissione comincia sul margine laterale dx a ore 10, con un intaccatura superficiale simile a quella del margine precedente. I margini sono netti e non infiltrati"

-pag.52: " l'escissione dei tessuti pubici e perineali e' eseguita anche questa volta con buona tecnica e la lesione presenta evidenti analogie con quella relativa al caso precedente (di scandicci ). In entrambi i casi i margini sono netti e pricisi ed e' riscontrabile una stessa incisura sul margine destro del pube nella stessa posizione ad ore 10. L'area escissa e' pero' questa volta decisamente piu' estesa, fino ai tessuti perineali, mentre negli altri due casi, quello precedente del giugno 81 e quello successivo del Luglio 84, essa e'limitata alla regione pubica con parziale (1981) o totale (1984), rispetto delle grandi labbra
Da sottolineare che una cosi' vasta escissione ha comportato problemi tecnici rilevanti,
il ritorno (1984) alla prima modalita' potrebbe essere correlata ad essi o ai problemi di conservazione e \o utilizzazzione di una parte anatomica piu grande, piu' regolare, piu' ricca di tessuto adiposo"

"a parte cio' le predette lesioni segnalano una tecnica sicura ed omogenea. Il taglio appare molto netto come se fosse stato effettuato con una lama molto tagliente, e con fredda decisione da parte di un soggetto pratico e che usa uno strumento molto affilato, posto in essere probabilmente da un destrimane come si evince dalla costante presenza di un incisura al terzo superiore del margine pubico destro, probabilmente sede di partenza del taglio, ad ore 10"

Questa sostanziale uniformita' d'esecuzione appare sorprendente in base al tentativo sperimentale di riprodurla con un numero significativo di volontari

"una verifica sperimentale si e' ottenuta utilizzando un campione di 20 soggetti opportunamente selezionati anche in riferimento all'esperienza, o meno, di pratiche settorie, nei confronti dei quali e' stata dimostrata una costante e significativa difformita' d'esecuzione dei tagli"

Si conclude dicendo che:
"si tratta di un soggetto abile nell'uso dello strumento da punta e taglio ma non necessariamente esperto di tecniche settorie o chirurgiche"

Seconda perizia De Fazio del 1985

pag 56:
"...che fa supporre una costante ed uniforme modalita' di azione, e l'impiego di uno stesso strumento tagliente, e identico, ad opera di una stessa persona, tra un episodio lesivo e l'altro. Tutto questo e' documentato dall'analisi computerizzata d'immagini."

Nel dibattimento del 1994 il perito Pierini esplica la tipologia dell'analisi computerizzata.

Le 4 escissioni furono analizzate normalizzando le diverse caratteristiche anatomiche delle vittime attraverso punti di raffronto localizzati alla radice delle cosce e all'ombelico. Dopo aver parametrizzato le foto e averle convertite a 256 toni di grigio si passo' all'elaborazione di confronto da cui emerse una cosatnte regione ellittica sovrappnibile tra tutti i reperti sia per area che per perimetro, ad eccezione del caso 2 (delitto di Calenzano) che comunque mostrava un ellissoide con lo stesso rapporto tra semi asse maggiore e minore degli altri casi.
Si intraprese un analisi anche per saggiare le differenze di profondita' di taglio calcolata attraverso il livello di luminosita' secondo la riflettanza diversa dei tessuti. Sorprendentemente questo parametro risulto' costante in tutti e 4 i casi.
La stessa comparazione di immagini evidenzio' incontrovertibilmente anche la sovrapponibilita' delle incisure di partenza del taglio che non solo avevano la stessa topologia (a ore 11) ma anche le stesse dimensioni (l'incisura corrisponde a dove la lama parte e tornas a fine escissione ovviamente con uno sfasamento che produce sulmargine della ferita un lembo triangolare caratteristico)

Con riferimento alla lama, in particolare al delitto del 1985, e all'escissione operata sul pube e sul seno -pag.69:
"a quest'ultimo proposito le indagini praticate hanno consentito di stabilire con maggiore verosimiglianza rispetto al passato le caratteristiche dell'arma bianca, nel senso che si tratta presumibilmente di un coltello dotato di una lama robusta, e con due fili di taglio, di cui uno forse zigrinato, corrispondente ad esempio ad un modello sportivo"

Questa indicazione contravviene le precedenti, in base alle quali la lama doveva essere un monotagliente con costola abbastanza spessa. Nel caso la valutazione ultima scaturisca esclusivamente dai segni lasciati a margine della lesione al seno (vedi scena del crimine 1985), si potrebbe (considerazione personale) viceversa pensare ad un coltello di tipo militare con un lungo tratto a filo liscio e con l'ultimo tratto zigrinato:


Una lama comunque con un filo liscio di almeno 10 cm seguito poi da quello zigrinato
In alternativa un coltello con secondo filo con costola seghettata nella parte terminale:







In conseguenza delle lesioni sul tessuto osseo del giovane francese, nel 1985 si formularono ipotesi piu' circostanziate sulle caratterisiche della lama, che, olre ad avere un doppio filo di taglio (di cui uno zigrinato), avere una lunghezza tra i 15 e i 20cm e una larghezza di 3cm, dovrebbe presentare un inclinazione del filo di taglio principale di circa 20°. La stessa morfologia doveva sottendere una qualche forma di carenatura della lama che ancora di piu' poteva far pensare ad un modello di tipo sportivo.


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Numero di ferite da taglio escluse le mutilazioni:

Caso Uomo Donna
1968 0...... 0
1974 2.......96
1981 3.......0
1981 4.......2
1982 0.......0
1983 0.......0
1984 10..... 2
1985 13..... 1
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Uso dell'arma da fuoco
annonumero di colpi sparatinumero di colpi a segnonumero di colpi mortali
:uomo



:donna
19688?823
19748(10?)8(10?)20
19817722
19817(9?)922
19829611
1983771,1

19845(6?)521
19859801

Bossoli rinvenuti all'interno dell'auto

1968 2 bossoli
1974 0 bossoli* I bosssoli non furono repertati nell'immediatezza del delitto
1981 3 bossoli giugno
1981 1 bossoli ottobre
1982 1 bossoli
1983 2 bossoli
1984 4 bossoli
1985 1 bossoli* In questo caso i giovani non erano all'interno di un veicolo ma di una tenda

Bossoli rinvenuti all'esterno

1968 3 bossoli
1974 5 bossoli
1981 4 bossoli giugno
1981 6 bossoli ottobre* (9 secondo La Nazione 25 Ott)
1982 8 bossoli
1983 2 bossoli
1984 1 bossoli
1985 8 bossoli

Bossoli complessivamente rinvenuti

1968 5 bossoli
1974 5 bossoli
1981 7 bossoli Giugno
1981 7 bossoli Ottobre
1982 9 bossoli
1983 4 bossoli
1984 5 bossoli
1985 9 bossoli

Nel 1968 il generale I.Zuntini suggerì dai rilievi che si trattasse di una beretta LR cal.22 mod.73\74, costruita probabilmente nel 1959. Successivamente il perito Iadevito esegui' una comparazione delle caratteristiche di percussione su ben 640 pistole del modello 70, sequestrate per l'occasione ad altrettanti propietari residenti nella provincia di Firenze. Tale analisi comparativa porto' il perito ad indicare come maggiormente compatibile con l'arma dei delitti una beretta modello 71 costruita nel 1964. Le cartucce calibro 22 LR dovrebbero provenire invece da due o piu' probabilmente tre lotti prodotti tra il 64 e il 68. Certamente comunque la datazione e' precedente al 1981 poiche' la Winchester cambio' punzone da H a W proprio a quel tempo. Sempre il perito Iadevito,in occasione della perizia commissionatagli a Marzo del 1984, effettuera' un indagine merceologica sull'origine delle cartucce che lo portera' a identificare un campione nelle disponibilita' degli archivi Interpol che mostrava alcune analogie di linee nella forma dell'H stampata sul fondello. In particolare il campione portava lo stesso difetto nella conformazione della stanghetta inferiore dx di quello mostrato sui bossoli usati dall'omicida. Partendo dalla considerazione che era stato usato un punzone originato dalla stessa matrice, e valutando che detto punzone veniva sostituito settimanalmente, pur non sapendo in realta' per quanti punzoni venisse usata una stessa matrice, considero' altamente probabile che quanto meno l'anno di produzione potesse essere coincidente tra campione e reperti. La presenza del numero di stampatrice sulla scatola del campione permise di datare con l'aiuto della casa produttrice l'anno 1966. E' possibile che l'arma sia stata acquisita contemporaneamente ad almeno una confezione di munizioni a ogiva ramata, sebbene l'assassino possa avere avuto la disponibilita' immediata anche di una o piu' scatole di cartucce a piombo nudo (informazioni sulle caratteristiche della punzonatura sono reperibili QUI) che pero' comincerebbe ad usare solo successivamente al 1974. Nel caso i proiettili fossero sempre gli stessi dalla meta' degli anni '60 se ne potrebbe dedurre l'acquisizione funzionale all'omicidio del 68, magari per cessione o furto.
Quest'ipotesi fu' del resto attentamente vagliata gia' dall'81, senza pero' che si pervenisse ad alcun risultato considerando anche i problemi dovuti alla distruzione dei registri di molte armerie avvenuti con l'alluvione del 1966. Nel 1981 si stimo' che in conseguenza di quella catastrofe non era piu' possibile ricostruire i dati di almeno 2500 pistole di quel tipo (La Nazione Ott 1981). Altri due elementi caratterizzanti l'arma da fuoco, ed il suo uso, sono il percussore piuttosto usurato, difetto che non ha pregiudicato evidentemente l'efficienza della pistola, e il rilevamento (probabilmente errato N.B.) in un caso di 10 colpi sparati, cosa per la quale si e' supposto o l'uso di un caricatore sovradimensionato(la beretta 73\74 ha il caricatore a 10 colpi) o il sovracaricamento forzoso del serbatoio standard da 8 colpi. In base a questa ipostesi si e' speculato sul livello di conoscenza delle armi da fuoco da parte dell'assassino che pur non mostrando particolari doti da tiratore avrebbe una certa dimestichezza pratica con tali strumenti.




Proiettili repertati


1968 palle ramate 5
1974 palle ramate 8
1981 palle a piombo nudo 7
1981 palle a piombo nudo 7
1982 palle a piombo nudo 4?
1983 palle a piombo nudo + palle ramate (almeno una) 2 integre piu' i frammenti di altre tre
1984 palle a piombo nudo 5 (forse una dlle 5 e' ramata)
1985 palle a piombo nudo 4?


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Interazione e manipolazione della scena



L'assassino interagisce con la scena del crimine secondo precisi dettami funzionali all'uccisione delle vittime, in modo che questa fase risulti il piu' efficace e rapida possibile. Tranne che nel 1974, l'esecuzione omicidiaria manca di qualunque elemento sadico e mai risulta un attenzione di tipo sessuale nei confronti delle vittime che non riguardi l'accanimento sui genitali operato post mortem, ne viene rinvenuta alcuna traccia di attivita' sessuale agita (totale assenza di liquido seminale) tanto da far ipotizzare la presenza di un soggetto affetto da iposessualita' grave o vera e propria impotentia coeundi . Nel caso di Borgo in realta' non si puo' affermare lo stesso solo in virtu' della sopravvivenza della ragazza all'attacco con l'arma da fuoco. Del resto, nel successivo uso dell'arma bianca l'assassino apparentemente cerca di recuperare al precedente errore in modo rapido e senza indugiare sadicamente sulla vittima ancora viva. Nel complesso quindi si potrebbe riportare anche questo episodio nll'ambito esecutivo dei successivi.

Anche la manipolazione dei corpi sembra seguire delle precise necessita' pratiche, con il trasporo del cadavere femminile in un punto della scena che offre al killer una miglior sicurezza funzionale alla perdita di tempo necessaria per l'asportazione delle parti anaomiche, comportamento ben esemplificato nell'episodio di Mosciano. A parziale confutazione di tali osservazioni c'e' il trasporto del corpo del ragazzo fuori dall'auto nell'omicidio di Calenzano. Qui il killer perde tempo per trasporare il giovane sul lato sinistro senza che quest'azione comporti vantaggi visibili alla sua sicurezza.

Isolati i comportamenti finalizzati all'esecuzione materiale dei delitti si possono comunque notare azioni del contesto esecutivo che seguono una rimarchevole ritualitra', il cui significato sembrerebbe frutto di una necessita' psicologica dell'assasssino nel perseguire una sua precisa fantasia. Al di la' delle necessita' pragmatiche si puo' definire ritualistica l'intera esecuzione. Secondo il perito Luberto, equipe De Fazio, la ritualita' va intesa come coazione a ripetere. Il delitto come ripetizione di una serie di azioni che rivestono una ritualita' che deve ripetersi per soddisfare le esigenze emotive e psicologiche dell'assassino. La pulsione ad agire come coazione a ripetere ,quindi ritualistico come ripetitivo. Nella ritualita' sono riscontrabili comportamenti che trascendono completamente la logica esecutiva, come l'uso inderogabile sempre della stessa pistola, o l'ostentazione dei cadaveri in pose innaturali, e ovviamente l'asportazione di parti anatomiche. Tra i piu' evidenti di questi comportamenti , escissioni a parte, c'e' l'attenzione verso le borsette delle ragazze negli episodi del 1974 e del 1981. A questa attivita' non e' stato possibile associare alcun movente funzionale poiche' dalle borse non sembra mancare nulla. Se si esclude che rovistando le borsette l'assassino abbia voluto acquisire informazioni sulle sue vitime, magari cercandone i documenti d'identita', o che abbia voluto prelevare oggetti con cui marcare i feticci in fase di conservazione, che comunque rientrerebbe nel contesto della ritualita', si deve ipotizzare che questo comporamento abbia un origine intrinesca alla sua esperienza soggettiva . Nulla in tal senso si puo' dire per i casi dell' 82. e dell'83, viste le carateristiche della dinamica di quegli eventi, mentre per il 1984 si assiste ad un interruzione volontaria di questo preciso comportamento. Quest'interruzione potrebbe essere motivata, secondo quanto poc'anzi detto, da una conoscenza diretta della vittima di cui quindi il killer non ha bisogno di conoscere alcunche' o dall'aver ottenuto l'oggetto necessario direttamente dal corpo della giovane (a cui risulterebbe in effetti essere stato asportato il ciondolo dalla catenina). Nel caso invece di una motivazione puramente psicologica si dovrebbe supporre che il gesto abbia un significato comunicativo vero e proprio, una firma esplicita che riconduce ad una esperienza diretta del soggetto.

Altro comportamento avulso da necessita' pratiche e' l'insistere post mortem (o peri mortem), con il coltello sui cadaveri maschili, spesso con colpi inferti al basso ventre. Sebbene si possa ravvisare la necessita' del killer di verificare l'avvenuto decesso della vittima, i colpi in alcuni casi sembrano inferti con un accanimento e una topologia che denotano una componente psicologica preminente a quella pratica.






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Attivita' mediatica e rivendicazione


Secondo il BSU un serial killer organizzato, come quello del caso in oggetto, tende spesso a cercare il contatto diretto con gli inquirenti e puo' attuare un vero e proprio dialogo con i media. Nel nostro caso si verifica un unico episodio certo di questo tipo, ovverosia l'invio al Pm Della Monica di un lembo del seno della ragazza francese.

Nel confezionare il "terrificante" reperto il soggetto sceglie con cura il lembo anatomico da inviare. Tale cura pero' non sembra rivolta ad ottenere il massimo effetto scenico su chi dovra' aprire il plico, ad esempio accludendovi l'intero capezzolo, quanto piuttosto ad ottenerne il miglior stato di conservazione e riconoscimento possibile. E' infatti sorprendente che oltre ad aver confezionato abilmente il frammento (2,8x2cm spesso 3 mm) abbia evitato di includere la cute e il grasso sottocutaneo, inutili (nonche' dannosi alla conservazione) al fine dell'unico esame allora possibile, ovverosia quello istologico morfologico per il quale e' soprattutto indicato, vista la parte escissa, il tessuto ghiandolare e quello adiposo intraghiandolare (in ragione della diversa percentuale tra i due nei vari soggetti)



Come indicato dall'autore del blog mostro-di-firenze.blogspot , Henry62, contrariamente a quanto sostenuto da taluni autori sul valore insufficiente del francobollo, la foto della busta sembra proprio mostrare il francobollo da 450 Lire raffigurante il castello di Bosa, quindi l'affrancatura sarebbe congruente con i valori in corso all'epoca





Nulla invece si puo' dire sulla paternita' di altri episodi che si vorrebbero riconducibili alla mano dell' assassino. Tra questi ricordiamo l'invio il 2 Ottobre 1985 di una missiva a ciascuno dei magisrati che si occupavano del caso in quelmomento, contenente una cartuccia di 22 LR con l'H stampata sul fondello inserita ciascuna nell'estremita' ritagliata da un guanto in lattice e spillata sulla fotocopia di un articolo di giornale datato 29 Settembre 85, ritraente i tre magistrati Vigna, Canessa, e Fleury nei cui confronti un appunto scritto a macchina sentenziava:"Vi basta uno a testa?". Da notare che qualora il maniaco avesse voluto firmare inequivocabilmente quelle minacce lo avrebbe potuto fare in modo certo e semplice accludendo alle buste un bossolo esploso, facilmene riconducibile quindi all'arma dei delitti. Va comnque precisato che sebbene non in modo assolutamente certo, in questo caso la punzonatura dei fondelli risulto' analoga a quelle dei bossoli rinvenuti negli omicidi. Nessuna valutazione si puo' inoltre fare sulle telefonate pervenute nel tempo ai familiari di vari soggetti coinvoli a vario titolo nel caso, ne sulla paternita' di alcune lettere che pervennero ai giornali nella prima meta' degli anni '80.

venerdì 24 aprile 2009

La confessione di Stefano Mele

,








Mattina del 21 agosto 1968

Stefano Mele accusa un malore mentre sta lavorando in un cantiere tra Signa e Prato. Giuseppe B. si offre di accompagnarlo a Lastra a Signa, dove Mele abita in via XXIV Maggio

Nel pomeriggio di quello stesso giorno passeranno a casa del Mele sia Antonio Lo Bianco che successivamente Carmelo C. Il Lo Bianco in serata rifiutera' un invito del cognato Giovanni B. adducendo un improvviso ed inderogabile impegno, in realta' probabilmente si e' gia accordato con la Locci per uscire dopo cena.

Tra le 21:30 e le 22:00 del 21 agosto

Lo Bianco si ferma sotto casa della Locci in via XXIV Maggio. La donna esce portandosi dietro il piccolo Natalino e insieme si avviano verso Signa. Natalino dira' in seguito di aver conosciuto il Lo Bianco solo la sera precedente e che quella fosse la prima volta che uscivano tutti insieme (La Nazione 24 Agosto 1968)

ore 22:00 c.a

Elio Rugi, il direttore del cinema, dira' di aver notato la donna guardare il cartellone del film mentre l'uomo era entrato in un bar forse per acquistare delle sigarette. Poco dopo, verso le 22:15, i due erano presso la cassa per acquistare i biglietti. Rugi afferma di non aver visto il bambino, e che in sala, dopo la coppia, era entrata solo un'altra persona. .


Il film dura 91 minuti, considerando l'intervallo l'uscita dalla sala dovrebbe verificarsi tra le 0:05 e le 0:15

La coppia si avvia immediatamente all'auto dirigendosi verso via di Castelletti ed impiegando verosimilmente non piu' di 5 minuti per raggiungere il Vingone. La loro presenza sulla stradina non dovrebbe andare troppo oltre le 0:20\0:30.

ore 2:00 in punto del 22 Agosto

Natalino Mele suona alla porta del De Felice pigiando il primo campanello alla sua portata(La Nazione 27 Agosto 1968)e all'uomo, affacciatosi prontamente perche' ancora sveglio, direbbe::
"Aprimi la porta perchè ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perchè c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina."

Tra le 2:00 e le 2:30 il bambino riferisce al De Felice altri particolari:

"Era buio, tutte le piante si muovevano, non c'era nessuno. Avevo tanta paura. Per farmi coraggio ho detto le preghiere, ho cominciato a cantare la tramontana... La mamma e' morta, e' morto anche lo zio. Il babbo e' a casa malato."

il De Felice continua chiedere:

"dove' la tu mamma, perche' e' morta?"
NM:"e' laggiu' nella macchina con lo zio, vicino al cimitero"
DF:"ma no, vedrai che non e' morta, dormiranno"
NM""no sono morti, davvero... L'ho vista. Alla mamma ho preso la mano, e' propprio morta"
DF:"ma dove sono?"
NM:"laggiu', in mezzo ai campi, nell'auto"


Poco dopo le 3:00 il bambino guida i soccorritori fino alla stradina di via di Castelletti.
Questa capacita' del piccolo di ritrovare la strada ha portato a sostenere che effettivamente il bambino abbia percorso da solo il tratto che separa il Vingone da via di Castelletti. Si deve pero' osservare che i Carabinieri non ripercorrono lo stesso cammino a ritroso del bambino ma, vista l'impraticabilita' della strada , usano le vie carrabili. Sicuramente pero' il bambino indica con precisione il punto da dove sarebbe sbucato sulla via Livornese provenendo dalla sterrata.

Rapporto carabinieri del 21 settembre 68:
"Alle ore 2 del giorno 22 agosto 1968 suona il campanello del muratore de felice francesco, sita in cmpi bisenzio, frazione sant'angelo, via del vingone 54\1. Nonostante l'ora tarda il de felice e' sveglio cosi' pure la di lui moglie, e ha la luce ella sua camera da letto accesa perche' un suo figliolo che si sente poco bene ha chiesto dell'acqua da bere. Il muratore istintivamete, anche perche' non aspetta nessuno, guarda l'orologio e' vede che sono le 2:00 precise. Anziche' aprire la porta come e' suo intento, il muratore si affacia alla finestra e nota che davanti all'uscio vi e' un ragazzino che appena lo scorge gli dice:'Aprimi la porta perche' ho sonno ed ho il babbo malato a letto. Dopo mi accompagni a caa che c'e' la mi mamma e lo zio che sono morti in macchina.' Successivamente, con il bambino che disse di chiamarsi Natalino, e seguendo le sue indicazioni, giungono dopo alcuni giri viziosi al bivio per Comeana, ove, a circa 100 mt sulla destra, in una stradsa interpoderale, con la parte anteriore rivolta verso sant'angelo, e' parcheggiata una giulietta targata Arezzo con la freccia destra in funzione. Il carabiniere scende, si avvicina alla vettura, e nota che effettivamente all'interno ci sono due cadaveri con i vestiti scomposti. Interviene il comando della tenenza dei carabinieri di signa. Si avvisa il comandante, maresciallo maggiore carica speciale Gaetano Ferrero. Si precisa altresi' che il De Felice che quando si e' affacciato alla finestra non ha visto altre persone all'infuori di natalino"

Nelle prime dichiarazioni del bambino ai Carabinieri la versione e' sostanzialmente identica a quella riferita al De Felice. Vedremo che durante i racconti successivi il bambino cambiera' piu' volte versione arrivando a citare anche uno zio, materializzatosi prima come Piero e poi come lo zio Pietro. Quel nome pero' emergera' in realta' in un successivo colloquio col giudice istruttore Spremolla diversi mesi dopo che il piccolo era stato affidato prima allo stesso zio Piero Mucciarini e poi all'istituto per l'infanzia.

Tra le 6:00 e le 7:00

Francesco Vinci verrebbe prelevato dai CC nella sua abitazione mentre aspetta un collega per recarsi sul posto di lavoro , come raccontato dalla moglie, Vitalia Melis, in un intervista alla Nazione del Settembre 1983.

Ore 7:00

I CC prelevano Stefano Mele dalla casa di via XXIV Maggio.

Alle 9:45 la prima verbalizzazione che riguarda Stefano Mele:
"Il Mele afferma che e' rimasto sveglio tutta la notte, in attesa della moglie e del figlio, ma che non e' riuscito a cercarli perche' si sentiva male e che al mattino, alle 7:00, quando i Carabinieri suonano al campanello dell'inquilino del piano di sotto, pur non essendo l'interessato, lui si affaccia ugualmente per vedere chi fosse, perche', dice:'aspettavo che mi portassero la notizia se del caso fosse capitato qualche cosa'"

Dopo il suo ingresso in caserma Stefano Mele, interrogato dal maresciallo Funari, elenca gli amanti della moglie da lui conosciuti, tra cui i tre fratelli Vinci e lo stesso Lo Bianco che nomina con lo pseudonimo di Enrico. Per avvalorare il proprio stato di  malattia citerebbe qundi tal Virgilio che si sarebbe presentato a casa sua quel pomeriggio. In breve si verifichera' l'identiita' del Virgilio per quella di Carmelo C., vecchia conoscena del Mele di cu pero'  lo stesso sembra ignorare il vero nome. Successivamente il Mele comincia ad esternare sospetti sugli amanti della moglie riferendo alcune esternazioni di alcuni di questi che ne proverebbero il sentimento di vendetta, soprattutto di Francesco Vinci

A proposito di Francesco Vinci dice infatti:"C'e' un amante di Barbara che e' molto geloso di lei , che la segue, e che ha minacciato di ucciderla"

In serata Stefano Mele, dopo aver eseguito il test per i residui dello sparo, viene rilasciato e torna a casa con il piccolo Natalino che gia' nel pomeriggio era stato affidato come detto allo zio Mucciarini. Tornera' n caserma la mattina successivaper l'sito delb huanto di paraffina (positivo per una regione di tre millimitri in corrispondenza della piegatura tra pollice ed indice).
A proposito dell'inefficienza dell'esame i periti ebbero a rammentare:
Giova a questo punto evidenziare
A) che la prova e' stata condotta a 16 ore dal fatto
B )che sulle mani dei prevenuti esistono ampie zone callose
C )che i soggetti possono essere venuti in contatto con prodotti contenenti nitrati come polveri esplosive fertilizzanti ed altro


23 Agosto 11:45


Il Mele, tornato in caserma per l'esito del guanto di paraffina in compagnia del cognato Mucciarini, comincia a gettare sospetti anche sul fratello di Francesco, Salvatore Vinci.



A proposito di Salvatore Vinci dice:"E' lui che la minacciava di morte. Anzi, un giorno quando gli chiesi di restituirmi un debito di 300 mila lire sapete cosa mi rispose?-"Tifaccio fori la moglie"-mi disse. -"E siamo pari con il debito"-Proprio cosi' mi disse signori"



Salvatore Vinci viene convocato ma presenta un alibi sostenuto da due persone , Silvano Vargiu e Nicola Antenucci.


18:30 del 23 Agosto
Dopo ore di interrogatorio, senza piu' neppure l'assistenza del cognato, Stefano Mele confessa e viene portato sul luogo per mostrare la dinamica del delitto.

Da subito non sa come arrivare sulla stradina di via di Castelletti.
Verbale dibattimentale tenente Dell'Amico 18\3\70:
"Prima di portarci sul posto giusto, il Mele aveva imboccato altra strada che si diparte dal centro del paese che pero' ci condusse ad una villa privata la cui uscita che si diparte verso la strada del cimitero era preclusa da un cancello chiuso. Tornammo indietro e Mele ci porto' poi sul posto.
Lo sbaglio era facile perche' entrambe le strade partivano dalla piazza". (Da notare che il Mele con due possibilita' sole sceglie proprio la strada sbagliata!)

Secondo la stampa dell'epoca (La Nazione 24 Agosto 1968 ) il Mele avrebbe eseguito la seguente simulazione:
-strisciando carponi lungo il fianco destro si fermo' dietro al cofano, poi avrebbe proseguito sempre carponi fino al finestrino sinistro lato guida. Da qui avrebbe sparato simulando i colpi con la bocca-
Qualcuno gli avrebbe chiesto se ora si sentisse meglio e lui avrebbe risposto "Io sto sempre bene"


Secondo quanto ricostruito dai verbali, mentre simula gli spari mostra una totale inettitudine nel maneggiare l'arma e sbaglia il finestrino da cui sono stati portati i colpi. Riferirebbe pero' correttamente sia il numero di proiettili sparati, (Dai verbali risulta pero' che abbia solo detto di aver svuotato il caricatore NB mentre il numero di colpi presenti nell'arma compare come indicazione de relato del S.Vinci), particolare che sarebbe rilevante perche' fino a quel momento si riteneva che fossero stati sparati solo 6 colpi, sia il particolare della freccia destra lasciata accesa (particolare pero' noto anche al piccolo Natalino con cui il padre certamente parlo' durante la sera precedente). Specificherebbe anche il rivestimento del cadavere della moglie. Da notare anche la data del verbale di sopralluogo che risale addirittura al 25 Agosto 1968, e cioe' due giorni dopo la confessione del mele e 3 giorni dopo l'effettiva data del sopralluogo stesso NB

Sempre sulla stampa dell'epoca si trova scritto che durante la ricostruzione il Mele ebbe a compieree un gesto meccanico come se stesse sollevando qualcosa preso all'interno dell'auto. I Carabinieri avrebbero pensato che inconsciamente stesse ripetendo l'atto di estrarre il figlio dalla giulietta per metterselo in spalla e di conseguenza avrebbero posto la domanda al Mele che pero' avrebbe negato fermamente (La Nazione 27 Agosto 1968).

Alle ore 21:00 viene verbalizzato il nuovo sopralluogo ricostruttivo mentre il Mele viene sottoposto formalmente al fermo

Stralcio del verbale che indica la ricostruzione teste' riportata:
"...fino al posto dove era ferma l'autovettura di Enrico (il Lo Bianco), e giunto a pochi metri mi abbassai e camminando carponi raggiunsi la macchina dal lato sinistro. Preciso che l'auto era ferma con la direzione di marcia opposta all'incrocio. E poiche' il vetro dello sportello posteriore sinistro era abbassato (ma nella simulazione sul posto aveva indicato il sinistro anteriore) , visto che mia moglie era in atteggiamento intimo con Enrico e, preciso, enrico era sdraiato sul sedile anteriore destro che aveva la spalliera abbassata e mia moglie si trovava sopra di lui, presi la mira e feci fuoco esplodendo tutti i colpi che conteneva il caricatore in direzione dei due amanti. I due non dissero neanche una parola... evidentemente morirono sul colpo"


A cavallo tra il 23  e il 24 mattina Mele integra in parte la confessione tornando ad accusare gli amanti della moglie, in particolare Salvatore Vinci. Dichiara che in realta' e' lui ad aver sparato ma sotto l'incitamento di Salvatore Vinci che lo avrebbe accompagnato con la sua auto sul luogo del delitto e gli avrebbe fornito l'arma. Specifica di avere incontrato SV a Signa, in piazza IV Novembre, dove lui era andato a cercare la moglie dopo essere uscito da casa in bicicletta. Il Salvatore Vinci, informato sulla sortita dei due amanti, avrebbe proposto al Mele di assassinarli con un arma in suo possesso. Si sarebbero quindi recati all'uscita del cinema con l'auto del Vinci, e poi li avrebbero seguiti fino alla stradina che costeggia il canale. Il Vinci avrebbe estratto l'arma dal borsello e gliel'avrebbe passata incitandolo ad andare, specificandogli che c'erano 8 colpi e che avrebbe dovuto solo premere il grilletto. Compiuto l'omicidio il Mele sarebbe tornato all'auto dopo aver gettato l'arma nel canale. Sentendosi dire che l'arma era stata gettata via il Vinci avrebbe esclamato "Pazienza!"
Il poccolo Natalino si sarebbe svegliato proprio in questo frangente chiamando a gran voce "babbo", al che lui sarebbe pero' fuggito repentinamente verso l'auto del Vinci che lo attendeva.

A proposito dell'arma Stefano Mele dice:

--agli investigatori che gli mostrano una cal.9 d'ordinanza l'uomo riferisce--:"In relazione a quella che oggi mi avete mostrato, e che ni dite essere una beretta cal.9, preciso che quella del Vinci aveva la canna molto piu' lunga, tanto che penso si tratti di una pistola per tiro a segno. Preciso anche che la pistola era pronta a sparare perche' io non feci altro che tirare il grilletto"-

La descrizione e' congruente con il modello descritto dal perito Zuntini, appare pero' molto strano il riferimento fatto dal Mele ad un arma da 'tiro a segno. Il Mele ha dimostrato di non sapere nulla di armi e quindi questo dettaglio da lui riferito non sembra genuino.

Dal 23 Agosto il bambino viene affidato agli zii paterni Giovanni e Antonietta Mele, nonche' al di lei marito Piero Mucciarini

All'alba del 24 Agosto i Carabinieri si mettono alla ricerca dell'arma nel luogo riferito dal Mele, e contemporaneamente convocano in caserma Salvatore Vinci.
Alle 8:00 Salvatore Vinci arriva con la sua auto alle Murate per sostenere il confronto con Stefano Mele.
Alle 9:30 arrivano il sostituto Caponnetto, il capitano Dell'Amico e il dirigente Scala per effettuare l'accertamento testimoniale.
Alla rilettura del verbale, considerando che l'arma non si trova, il Mele modifica la sua versione:
"C'e' solo un particolre che non corrisponde a verita', quello in cui riferisco il modo in cui mi sono disfatto della pistola. In verita' non gettai l'arma, ma la ridiedi a Salvatore dopo l'omicidio"

Inizia il confronto con Salvatore Vinci, ma dopo poche battute il Mele ritratta e scagiona l'amico. Alle 16:30 Salvatore Vinci esce dall'aula da innocente e rilascia dichiarazioni in tal senso ai giornalisti ivi presenti. Nel frattempo Stefano Mele dichiara che in realta' il suo complice e' stato non Salvatore ma Francesco Vinci, che quella sera lo avrebbe raggiunto a casa verso le 22 per coinvolgerlo nell'omicidio della moglie. Con la lambretta di questo avrebbero raggiunto la stradina di Castelletti , e poi ,con l'arma sempre di Francesco, avrebbe provato a sparare senza pero' riuscirci. Sarebbe stato quindi Francesco a sparare porgendogli l'arma per l'ultimo colpo, cosa che quindi spiegherebbe il guanto di paraffina debolmente positivo.
Alle 17:30 Francesco Vinci entra alle Murate . In serata il Mele si auto accusa di nuovo durante uno scatto di nervi(La Nazione 25 Agosto 1968)


Francesco Vinci risulta negativo al guanto di paraffina gia' dal 23, mentre si accerta che nel racconto del Mele un passaggio e' palesemente falso(*). Mele dice di aver riposto l'arma nel vano porta oggetti del motorino del Vinci, ma questo risultera' impossibile a causa delle dimensioni della pistola. Mele non sa dire che fine abbia fatto l'arma.

(*)Secondo l'investigatore Davide Cannella un teste avrebbe raccontato che il FV avrebbe modificato il vano portaattrezzi, praticandovi un foro, in modo da farvi entrare l'arma

Questo stesso giorno il sostituto Caponnetto interroga Nicola Antenucci per via di alcune incongruenza nella testimonianza sull'alibi di Salvatore Vinci:
"Nicola antonucci verbale 24 agosto 1968: -invitato quindi il teste a riordinare meglio i propri ricordi dichiara:"Io posso dire soltanto che ieri mattina(23 agosto, che io ero convinto fosse giovedi' mattina. ovvero il 22 agosto) un collega di lavoro, un certo saverio, mi informoì che a lastra a signa era stato commesso un omicidio, cosa che io ignoravo non avendo letto i giornali di questa settimana. Questo Saverio mi disse anche che il delitto era stato commesso due notti prima. Quando poi alla sera i carabinieri vennero a prendere salvatore,, ricollegai che la sera dell'omicidio era proprio quella in cui io salvatore e il suo amico silvanoeravamo rimasti assieme fino ad oltre la mezzanotte"


Nel pomeriggio i Carabinieri conducono Natalino Mele sulla stradina del Vingone per effettuare la ricostruzione del percorso che avrebbe fatto il bambino. Dopo aver insistito nella versione data nell'immediatezza dei fatti, il bambino, all'ennesima domanda dei militari, ammette di essere stato accompagnato dal padre fino al ponticello.

26 agosto

Dopo il confronto con Francesco , quando emerge la non disponibilita' da parte del Vinci del suo motorino, poiche' in riparazione, Mele comincia ad accusare Carmelo Cutrona, l'altro amante della moglie di origini siciliane come il Lo Bianco. Anche il confronto con il Cutrona mette in risalto le contraddizioni del racconto del Mele, finche' questo pressato dagli investigatori sbotta:
"Se non e' stato l'uno e' stato l'altro!"


Quando gli viene prospettata la possibilita' di un confronto con il figlio, Stefano Mele conferma in lacrime la versione del riaccompagnamento del piccolo Natalino (La Nazione 26 Agosto 1968), mentre in nottata vengono scarcerati Francesco Vinci e Carmelo Cutrona. Nel prosieguo degli interrogatori non sa spiegare in nessun modo come sia poi tornato a casa da via del Vingone ,ne come abbia raggiunto il luogo prima dell'omicidio.

Il 27 Agosto il pm Caponnetto richiede un esame psichiatrico per il Mele, vista l'incredibile sequenza di ritrattazioni e accuse che ha rivelato una psicologia dell'uomo a dir poco contorta

Tra ritrattazioni e ammissioni, Stefano Mele arrivera' nel 1973 al processo di Perugia dove, dopo 4 sentenze a partire da quella della corte di assise di Firenze del 1970, verra' condannato in via definitiva alla pena di 14 anni.


sabato 11 aprile 2009

Parte terza





-10 piccoli indiani...e non rimase nessuno-


Ora, a poco piu' di un mese dall'omicidio di Baccaiano, agli inquirenti si presentava la concreta possibilita' di avere per le mani un testimone in grado di fornire direttamente il nome del Mostro di Firenze, Stefano Mele. Questo nuovo filone di indagine venne inizialmente seguito dal giudice istruttore Vincenzo Tricomi, che immediatamente convoco' il Mele per riaprire il caso del 68. Evidentemente una delle persone che l'uomo aveva coinvolto all' epoca doveva essere il vero responsabile di quell'omicidio, e di conseguenza il responsabile della carneficina che stava terrorizzando Firenze fino a quel momento.
Stefano Mele, dopo aver inizialmente ribadito di non aver commesso l'omicidio della moglie e di avere  avuto solo sospetti sugli amanti poi accusati di correo, davanti al giudice Tricomi, e a Settembre in un confronto, torno' nuovamente a puntare il dito contro Francesco Vinci, il quale, come nel 68, sembro' in effetti il personaggio che piu' verosimilmente potesse indossare i panni dell'amante geloso in grado di vendicarsi della Locci. Ma a corroborare le accuse del testimone c'era dell'altro. Tra i rapporti dei Carabinieri spunto' un informativa che riguardava la renault 4 del Vinci, ritrovata a meta' Luglio di quell'anno infrascata vicino a Grosseto lungo una strada che portava piu' o meno direttamente a Baccaiano dopo un percorso di cira 100 km. Ce n'era abbastanza per firmare un ordine di comparizione, ma Francesco Vinci ,che poco prima era stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti familiari, era gia' sparito senza lasciare tracce. sin dal 20 Giugno La sua latitanza comunque non duro' molto, poiche' il 15 Agosto venne arrestato presso l'abitazione di Giovanni Calamosca, un imolese di origine sarda gia' attenzionato in passato per le sue frequentazioni con Giovanni Farina. Il Calamosca dira' in seguito che a lui il Vinci chiese non solo ospitalita', ma anche di procurargli un passaporto falso per fuggire all'estero. Il motivo, come dira' testualmente il Calamosca, era "per non mettere nella merda una famiglia".
Sebbene l'arresto venga compiuto per la storia dei maltrattamenti, quale sia il reale obiettivo dei magistrati diventera' evidente il 7 Novembre quando formalmente la Procura lo indaghera' per tutti gli omicidi a partire da quello del 1968. Ai giornalisti che domandavano al giudice Tricomi se l'indagine fosse arrivata ad una svolta definitiva, questo rispondeva in modo ambiguo affermando che quello era in realta' il momento piu' critico dell'inchiesta e con il piu' alto rischio che a breve il mostro potesse farsi vivo con un nuovo omicidio. I mesi passarono ma la calibro 22 rimase fortunatamente in silenzio, e sulle facce degli inquirenti comincio' a tornare il sorriso tanto che la stampa prese a prospettare davvero che si fosse sul punto di mettere la parola fine sui delitti. Sul Vinci pendevano anche altri piccoli riscontri, come l'uso di un farmaco simile ma non uguale a quello la cui confezione era stata ritrovata vicino all'auto dei ragazzi di Baccaiano dopo l'omicidio, e la vecchia deposizione del 70 del Conticelli. In realta', gia' un mese dopo, quei due indizi erano stati confutati dalla difesa che aveva dimostrato sia quanto il farmaco assunto dal Vinci non avesse a che fare con il principio attivo del Norzetam, sia che i bossoli rinvenuti nel casolare di cui aveva parlato il Conticelli avessero a che fare con quelli del mostro di Firenze (La Nazione 9 Febbraio 83)
Francesco Vinci in carcere mostrava uno strano connubio di preoccupazione e sicurezza, quest'ultima esibita soprattutto di fronte ai magistrati che interrogandolo capivano bene quanto improbabile sarebbe stata una sua confessione.
Ma che quella sicurezza fosse ben riposta lo si comprese il 10 settembre del 1983, quando una manciata di bossoli calibro 22 gettata a fianco di un camper con targa tedesca sembro' trasformarsi nella chiave che serviva ad aprire la cella del sospettato Alle 19:30 di sabato 10 Settembre, un importatore tedesco ospite in un appartamento di una prestigiosa villa di Giogoli fece una telefonata concitata ai Carabinieri. L'uomo aveva scoperto due cadaveri in un pulmino volkswagen parcheggiato in uno spiazzo distante appena 100 metri da casa sua. In breve la zona si riempi' di auto con i lampeggianti accesi, divise e volti atterriti tra cui spiccavano quelli del dottor Vigna e della dottoressa Della Monica. Dopo aver fotografato i bossoli uno degli agenti ne porse un paio al procuratore mostrando l'H sul fondello ben in evidenza, fin quando questo senza parole non rialzo' lo sguardo volgendosi verso il furgone, forse per fuggire il fastidio delle potenti luci alogene, forse per mascherare le incomprensibili parole che il suo toscano stava recuperando dalla memoria dei versi di Cecco Angiolieri.
Quel nuovo duplice omicidio pero' risulto' strano, tanto strano che le porte del carcere per Francesco Vinci si aprirono solo a gennaio dell'anno successivo.(in realta' il Vinci rimase in carcere fino all'autunno dell'84 a causa di un altro reato) Il Mostro questa volta aveva assassinato due maschi, e, anche se li cercarono come mai era stato fatto prima, mancavano all'appello ben 3 bossoli su 7. Il giudice istruttore Rotella, subentrato al dottor Tricomi nell'indagine, sospettava che a compiere quell 'atto fosse stato un complice del Vinci per scagionarlo, e che "l'errore"dei due ragazzi maschi servisse per evitare che il complice dovesse eseguire quelle operazioni mostruose inconcepibili per un criminale "normale". Per la procura il discorso era piu' semplice. Il mostro aveva davvero confuso la capigliatura bionda di Rush per quella di una ragazza e i bossoli mancanti probabilmente erano finiti tra i souvenir di qualche sciacallo. Anzi, intanto che c'erano risolsero qualche incongruenza del racconto del tedesco facendogli una perquisizione, visto che oltretutto anche i due ragazzi uccisi erano tedeschi in vacanza. Dalla perquisizione non emerse nulla di rilevante per l'indagine, e sebbene fossero spuntate 4 pistole, alcune non denunciate, non c'era traccia di quella dei delitti. Il tedesco rimedio' una condanna per collezione di armi non denunciate e nel giro di sei mesi se ne torno' in Germania dopo aver lasciato un conto inevaso di 40 milioni per l'affitto della villa (particolare citato dal Pm Canessa durante la requisitoria al processo Mostro-ter). Nel frattempo la differenza di vedute tra Procura ed Ufficio del Giudice Istruttore comincio' a trasformarsi in rottura vera e propria. Cosi', quando quest'ultimo, a Gennaio dell'84, decise di proseguire su quella pista arrestando altri due personaggi coinvolti marginalmente nell'inchiesta del 68, Pietro Mucciarini e Giovanni Mele, nei procuratori gia' si era fatta largo l'idea di ricominciare da capo tutta l'inchiesta.
Anche se Francesco Vinci era in procinto di venire scagionato, il giudice Rotella non si diede per vinto ma non riusci' ad identificare qualcuno che potesse calarsi nei panni del possibile complice ne tra i compagni di scorribande del sardo, ne tra i familiari, che del resto, a parte il giovane nipote Antonio, con l'uomo non avevano rapporti poi cosi' stretti. Torno' quindi a bussare alla porta di Stefano Mele per vedere se questi gli potesse fornire qualche nuovo indizio. Sebbene dalle parole dell'ometto non venne fuori nulla di sensato, qualcosa di prezioso sembro' invece sbucare dalle sue tasche, o almeno cosi' credette il giudice. Durante quel colloquio dal portafogli del Mele era saltato fuori un bigliettino scritto in un pessimo italiano da cui traspariva uno strano interessamento per la vicenda da parte di un altra persona. Nulla a che vedere col Vinci dunque, ma una nuova pista. Il biglettino recitava cosi':

RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDO
LO ZIO PIETO

Che avesti FATO il nome doppo
SCONTATA LA PENA

COME RisulTA DA ESAME Ballistico
dei colpi sparati

Quell'italiano sgangherato, scritto alternando maiuscole e minuscole, era stato compilato dalla mano di Giovanni Mele, fratello di Stefano, probabilmente il giorno in cui sui giornali dell'82 era apparsa la clamorosa notizia del collegamento col delitto del '68. Evidentemente l'uomo aveva voluto ricordare al fratello cosa dire per evitare che i sospetti prendessero la direzione del clan, e in particolare si era preoccupato di togliere le castagne dal fuoco al cognato, Pietro Mucciarini, il cui nome era comparso durante una delle innumerevoli audizioni del piccolo Natalino Mele. Per Rotella la prima frase era lapalissiana in tal senso La seconda costituiva un suggerimento a ribadire le accuse contro chi non li avrebbe potuti coinvolgere, e la terza indicava quale fosse il particolare da riferire per rendere credibile la propria presenza al momento dell'esecuzione dell'omicidio, ovverosia il numero di colpi sparati. E in effetti Stefano Mele quell'indicazione l'aveva data, anche correttamente visto che riferi' di 8 colpi pur sbagliando il finetsrino da cui erano stati sparati. Quel bigliettino, insieme ad alcune intercettazioni telefoniche ed ambientali, convinse il magistrato che a commettere l'omicidio fosse stato il clan dei Mele. Avrebbero pertanto agito poiche' stufi dei continui colpi di testa della Locci e delle continue umiliazioni a cui la famiglia era sottoposta a causa del suo modo di trattare il marito.
Durante la conferenza stampa in cui annunciava la scarcerazione di Francesco Vinci, il dottor Rotella sorprese tutta la platea di giornalisti dichiarando che da quel momento erano formalmente indagati per i delitti Giovanni Mele e Piero Mucciarini. Imostri quindi erano due.
Per sostenere il mandato d'arresto furono anche illustrate le risultanze di una perquisizione al Giovanni Mele, sulla cui auto, una fiat 128, era stato trovato quello che fu definito un vero e proprio kit da Mostro, composto da coltelli, corde, stracci e liquido per detergersi le mani. A dire il vero nulla di quegli oggetti recava la minima traccia dell'uso in uno dei delitti, ma fu sufficiente perche' i giornalisti per il momento non si facessero troppe domande.
In carcere Mele e Mucciarini cominciarono ad accusarsi l'un l'altro, con il Mele che ammise di aver scritto quel biglietto per proteggere il cognato, di cui pero' non poteva essere certo dell'innocenza, e il Mucciarini che restituiva la palla al mittente dicendo che mai lui aveva chiesto nulla al Mele e che se Giovanni voleva proteggere qualcuno questo non era di certo lui, ma magari un altro Pietro che pure faceva parte della famiglia. Quelle scaramucce a distanza, veicolate dai rispettivi avvocati, durarono in realta' ben poco tempo perche' a far capire che i due non c'entrassero nulla coi delitti ci penso' ancora una volta la beretta calibro 22, partorendo un altra mezza dozzina di bossoli assassini con l'H stampata sul fondello.
Il 29 Luglio 1984 Pia Rontini aveva lavorato per tutto il giorno al bar La Spiaggia di Vicchio, dove da circa un mese era stata assunta in qualita' di barista per il periodo estivo. Nonostante fosse il tipico lavoro che un giovane studente, quale lei era, trova per mettere da parte un po di soldi , l'impegno era notevole anche perche' aveva scelto il turno dalle 19:00 all' 1:00. Quella domenica pero' un improvviso cambio di programma le aveva fatto raggiungere casa poco dopo le 20:30, e sebbene avesse inizialmente deciso di non uscire a causa della stanchezza, cambio' idea presentandosi verso le 21:15 a casa del fidanzato Claudio Stefanacci. I due ragazzi, poco piu' che adolescenti visto che lei aveva appena 18 anni e lui 21, uscirono quasi immediatamente dalla casa di Claudio per appartarsi in intimita'. Dopo 4 chilometri di provinciale si infilarono a retromarcia in una stradina che dava direttamente sulla Sagginalese e che distava appena un centinaio di metri dalle sponde del fiume Sieve. Passate le 23:30, vedendo che il figlio non rincasava, la signora Stefanacci comincio' ad allarmarsi e telefono' alla famiglia della Rontini. In breve tempo iniziarono le ricerche alle quali partecipo' tra gli altri Piero Becherini, amico di Claudio ed ex impiegato nel negozio di elettrodomestici di proprieta' degli Stefanacci. Fu proprio lui a ritrovare verso le 3:00 del mattino la panda con i cadaveri dei due giovani. La ragazza giaceva supina a circa 7 metri dall'auto stringendo ancora nella mano destra i suoi indumenti intimi, mentre il compagno era rimasto nell'auto esanime dopo aver ricevuto tre colpi di pistola e 10 coltellate. Ancora una volta l'assassino aveva mutilato il corpo femminile, ma non si era limitato al pube. La sua follia aveva avuto un orrida escalation, e non contento del primo trofeo aveva anche asportato il seno sinistro in modo netto e senza esitazioni. La mattina seguente sulla prima pagina del La Nazione apparve una foto che sembrava a prima vista un inno all'amore, con due giovanissimi ragazzi che di profilo si scambiavano un bacio innocente Bastava prero' mettere a fuoco un po' meglio i caratteri abnormi del titolo dell'articolo per capire che si trattava di un ben altro inno, quello alla follia umana. E il terrore rimbalzo' rapidamente dallo spazio di carta a quello della citta', fino a raggiungere le stanze dei magistrati e quelle del governo. Il ministro dell'interno si convinse che era giunto il momento di cambiare direzione appoggiando decisamente la linea tenuta dalla procura con a capo il dottor Vigna, che riteneva necessario ricominciare da principio tutta l'inchiesta. Venne istituita un'apposita task force congiunta Polizia-Carabinieri , a capo della quale venne nominato il commissario Sandro Federico con il compito di occuparsi esclusivamente del caso. Parallelamente si affido' ad un pool di quotati criminologi una consulenza perche' stilassero il possibile profilo dell'uomo che si stava cercando. Il professor De Fazio, criminologo di fama dell'universita' di Modena, raccolse il meglio dei suoi collaboratori per stilare una perizia comparativa dei vari omicidi in modo da riportare ad unita' le tracce lasciate dal killer fino a quel momento, mentre la neonata task force, che prese l'acronimo a dire il vero un po' cinematografico di SAM, squadra anti mostro, si preoccupo' di organizzare un piano di intervento rapido nella malaugurata ipotesi che si verificasse un nuovo evento. Prima ancora pero' fu' preso un altro provvedimento eclatante, che non manco' di generare notevoli polemiche ma che spiegava bene che cosa volesse dire ricominciare tutto da capo. Il provvedimento consisteva nel farsi consegnare dalle anagrafi di tutti i comuni della provincia di Firenze i nominativi degli uomini single, o che vivevano con familiari ma non essendo sposati, in eta' compresa tra i 30 e i 60 anni. L'obiettivo era quello di stilare una classifica a priori di possibili sospetti, confrontando i dati anagrafici positivi per i luoghi dei delitti con quelli dei precedenti penali per reati a sfondo sessuale. Questi nomi poi sarebbero stati passati alla SAM in modo da attuare una serie di perquisizioni mirate nell'immediatezza del nuovo duplice omicidio. A corollario del programma di perqisizioni mirate c'era anche la richiesta ai casellanti dell'autosole di registrare nei weekend le targhe dei veicoli che passavano i caselli in orari serali e notturni, e questo perche' si sospettava che l'omicida usasse l'atostrada per i suoi spostamenti. Per la prima volta gli investigatori si erano messi nelle condizioni di non dover subire passivamente le velleita' del maniaco e di poter finalmente rispondere a tono alle sue provocazioni, e proprio per questo quello che successe poco dopo ebbe dell'incredibile.

Parte seconda ----------------------------------------------Parte quarta

domenica 29 marzo 2009

Scena del crimine 21 Agosto 1968



Tra le 0:15 e le 00:30 del 22 Agosto

Barbara Locci, 30 anni casalinga, il figlio di lei Natalino Mele di 6 anni, e Antonio Lo bianco, 29 anni, manovale sposato con tre figli, escono dal cinema Michelacci sito nell'omonima piazza di Signa

ore 2:00

Il piccolo Natalino Mele suona alla porta dell'abitazione de Felice. Ai piedi indossa solo i calzini e chiede al padrone di casa di farlo entrare perche' la madre e' morta

ore 3:15 circa del 22 Agosto

Il piantone della caserma di Porto san Pietro, accompagnato dal De Felice e dal vicino di casa Marcello Manetti, e seguendo le indicazioni del bambino, si mette alla ricerca dell'auto con a bordo i cadaveri della coppia. Dopo qualche giro a vuoto i tre rinvengono  la Giulietta del Lo Bianco.

ore ? (3:30?)

Arrivano sul posto i CC della tenenza di Signa
con il maresciallo Ferrero

ore 5.00 circa del 22 Agosto

Arrivano sul posto il colonnello Dell'Amico e il sostituo procuratore Caponnetto

ore 6:30 del 22 Agosto

Il magistrato chiude il verbale di sopralluogo del PM



In una stradina interpoderale che da' su via di Castelletti, a poco piu' di 1 km dal cimitero di Signa, e a 100 metri dal bivio per Comeana, e' parcheggiata una Giulitta AlfaRomeo 1300 bianca con l'indicatore di segnalazione destro acceso. Lo sportello passeggero posteriore, quasi addossato all'attiguo canneto, e' socchiuso, il finestrino sinistro anteriore leggermente abbassato e quello posteriore abbassato per meta'.


Fig.1

All'interno, seduto quasi compostamente sul sedile di guida che ha lo schienale alzato, c'e' il cadavere di Barbara Locci. Il corpo del Lo Bianco e' invece sdraiato sul sedile passeggero completamente reclinato, con una gamba che rimarrebbe incastrata sotto il corpo della donna (Escussione colonnello Dell'Amico 26 Aprile 1994) Sulla gamba sinistra dell'uomo viene inoltre evidenziato del sangue (sangue che pero' non e' noto se sia dell'uomo o della donna)



Fig.2








La donna e' stata attinta da quattro colpi calibro 22 al dorso. Uno alla spalla sinistra e tre all'emitorace sinistro, lungo una linea che va dalla scapola sinistra fino alla base diaframmatica ad altezza della zona lombare sinistra. Dall'esposizione sul suo referto fatta dallo stesso professor Montaldo nel processo Pacciani:"
Il corpo della signora Locci era stato raggiunto da 4 colpi a proiettile unico.
Sembrerebbero colpi esplosi in rapidissima successione perche' l'area interessata non appare troppo estesa. Colpi con orientamento univoco dal basso verso l'alto e da sinistra verso destra. 1)Colpo penetrato in corrispondenza della spalla sx, faccia posteriore, e tramite con proiettile ritenuto nel cavo articaolare.
2)Altro colpo in corrispondenza dell' emitorace posteriore sn. all'altezza del 6 spazio intercostale. Tramite con uscita in corrispondenza dell'emitorace dx a 6 cm dal margine inferiore della clavicola e a 3 cm dalla medio sternale, che lede l'atrio di sinistra, l' arteria polmonare di sn e il polmone dx Questo e' il colpo mortale e devastante-
3)Altro colpo penetrato in corrispondenza della base dell'emitorace sn. Attraversata la decima costa lede il pancreas e la piccola ala del fegato con tramite leggermente obliquo da basso verso l'altro e da sinistra a destra, fuoriuscito sulla parete anteriore al confine tra tratto toracico e tratto addominale.

4)Quarto colpo entrato sul limite tra regione toracica e regione lombare sn, con lieve obliquita' dal basso verso l'alto e da sn a dx. Il tramite interessa a tutto spessore il corpo della seconda vertebra lombare da cui poi viene probabilmente deviato arrivando a ledere l'antro dello stomaco e la grande ala del fegato. Proiettile ritenuto nel sottocutaneo in corrispondenza dell'ottava costa di destra". I colpi sono stati portati tutti a distanza superiore ai 40cm

Non ci sono ferite da taglio, mentre presenta una sottile abrasione al collo ricondotta allo strappo violento della catenina che in parte giace a terra spezzata (un frammento rimase attaccato alla ferita).
Il referto autoptico sull'uomo fu stilato da diverso medico legale: il dottor Grazioso:

"La morte risale circa a 36 ore prima della verifica autoptica effettuata la mattina del 23 agosto, e fu causata da lesioni polmonari e spleniche con conseguente emorragia pleurica e peritoneale da colpi da arma da fuoco a proiettile unico.
I colpi che hanno raggiunto il Lo Bianco sono stati 4. Di questi uno ha interessato l'avambraccio sn mentre gli altri 3 hanno interessato il braccio sn e l'emitorace sn in regione costale, decorrendo con direzione obliqua dall'alto al basso e da sinistra a destra.
Dei due entrati in cavita' toracica uno ha interessato milza e stomaco, mentre l'altro un polmone, entrambi con esito mortale.

Poiche' non si sono riscontrati segni di affumicatura bruciatura o tatuaggio i colpi sono stati sparati a distanza, ovverosia oltre i 40 cm. La morte e' certamente avvenuta in breve tempo per l'interessamento della cavita toracica con lesione alla milza allo stomaco e al polmone sn. Almeno uno dei colpi ha attraversato il braccio attingendo la regione ascellare". Ha i pantaloni slacciati e il piede sinistro e' scalzo (Risulterebbe che la scarpa fosse addossata allo sportello di guida chiuso, tanto che nel verbale di sopralluogo sarebbe stato annotato che questa ruzzolo' all'esterno non appena un carabiniere apri' la portiera. G.Alessandri, La leggenda del Vampa).



Fig.3


Fig.4




Nella ricostruzione svolta dai periti in piu' riprese nel tempo risultera' che il primo ad essere stato colpito fu il Lo Bianco mentre i due amanti forse erano ancora l'una sull'altro. La Locci probabilmente fu colpita mentre si era sollevata e stava cercando di aprire lo sportello. Il corpo della donna sarebbe stato successivamente spostato sul sedile di guida e parzialmente rivestito. Secondo quanto riportato dalla sentenza di primo grado al processo Pacciani: l'assassino ricompone entrambi i cadaveri, in particolare quello della donna, togliendola da sopra al Lo Bianco, tirandole su le mutandine che erano abbassate, e cercando di coprire le gambe con la veste.
Si accertera' inoltre che i colpi raggiunsero la coppia dal lato sinistro anteriore dell'auto, forse dallo sportello aperto, e con poca inclinazione.

Esternamente vengono repertati tre bossoli (Fig.5) winchester calibro 22 LR con l'H stampata sul fondello, altri due verranno rinvenuti successivamente nel vano posteriore dell'auto, tra spalliera e sedile del divanetto, quando questa e' gia' nel parcheggio della caserma.

                                               I due bossoli rinvenuti sul sedile posteriore

                                                   Perizia 1987: Bossoli repertati nel 1968

 Il perito balistico, Generale I. Zuntini, stabilira' che a sparare e' stata molto probabilmente una beretta long rifle mod 73 o 74 costruita nel 1959, ma non in perfette condizioni come mostra ad esempio il percussore sbeccato e la  deformazione dei bossoli dovuta ad una molla di recupero ammorbidita dal tempo (Valutazioni in parte smentite dalle perizie comparative eseguite negli anni '80).
Tutti i colpi repertati sono a palla ramata e presentano le stesse microstrie indicando che sono stati sparati dalla medesima pistola.




Fig.5







Fig.6




All'interno dell'auto viene rinvenuta, tra il sedile e il montante dello sportello lato passeggero, la borsa aperta  della Locci, tanto da far pensare che fosse stata frugata anche se non risulto' vi fosse stato asportato alcunche'. Nell'auto viene inoltre rinvenuto il portapatente del Lo Bianco contenente  un "calendarietto da barbiere raffigurante donne discinte" (Stranamente pero' non si parla della patente )




Fig.7




La testimonianza del bambino. Il piccolo Natalino Mele, sollecitato dagli inquirenti, fornira' nel tempo racconti molto diversi l'uno dall'altro. Certo e' che il piccolo deve aver subito il peggior trauma che si possa immaginare, e che quindi le sue dichiarazioni non possono essere prese come fondamenta per costruire alcuna ipotesi realistica dell'accaduto. Del resto la cronologia dei cambi di versione, le parole usate con i primi soccorritori e il ricordo serbato in eta' adulta, possono darci qualche indizio su quello che si puo' essere realmente verificato.
Alle 2:00 del mattino Natalino Mele, al de Felice che si e' affacciato alla finestra, dice:(cit. Rapporto giudiziario del 1968 riportato virgolettato da Filasto in Storia delle Merende Infami)

"Aprimi la porta perchè ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perchè c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina."

Il primo elemento comunicativo che fornisce il bambino riguarda il suo stato fisico e non interiore, non piange  a dirotto ne  mostra segni di panico pur essendo ovviamente impaurito. Il riferimento al sonno implica un cedimento all'iniziale stress emotivo che ha avuto il suo apice quasi due ore prima (l'ora della morte della madre viene fatta risalire alla mezzanotte e mezza). Apparentemente lo sforzo fisico sembra aver preso il sopravvento su quello mentale, forse indicando che effettivamente possa aver fatto quel tragitto di due chilometri a piedi da solo. Per confutare questa eventualita' i Carabinieri faranno notare che non solo il bambino non mostra alcun graffio ma neppure i calzini sembrano in condizioni tali da giustificare il lungo cammino a piedi. Secondo la'vvocato Filasto' invece, citando almeno tre testimonianze dibattimentali del 1970 (data del primo processo al Mele), le condizioni dei calzini del bambino sarebbero state compatibili con un lungo percorso a piedi.
D'altro canto all'epoca gli investigatori nutrirono da subito una certa perplessita' sulla possibilita' che il piccolo avesse percorso il viottolo da solo, e questo per il percorso accidentato fatto al buio in condizioni decisamente disagevoli . Del resto la tranquillita' e sicurezza che il Natalino mostro' successivamente nel riportare sempre, e in modo congruente, lo stesso racconto, fece ritenere fino almeno al 24 Agosto che stesse proprio dicendo la verita'.

Il secondo elemento che viene espresso e' quello del "babbo malato". Sebbene un riferimento all'unica figura familiare su cui puo' contare sia facilmente spiegabile, non sembra chiedere al De Felice di portarlo dal padre ma piuttosto informarlo che il padre e' malato a letto. Qualche dubbio che quelle precise parole gli siano state suggerite in quelle due ore di buco potrebbe sorgere.
Il "babbo malato" potrebbe quindi essere un suggerimento esterno, ma potrebbe anche essere il modo con cui la madre abbia precedentemente cercato di convincere ill bambino del perche' con loro quella sera al cinema ci fosse il Lo Bianco piuttosto che il padre. Una litania che quindi sarebbe rimasta impressa nella mente del piccolo Mele, e riportata automaticamente dopo il fatto, o il preciso intento di qualcuno che con quelle parole voleva suggerire attraverso il bambino sin da subito un alibi per STefano Mele

Nel prosieguo del verbale il De Felice riferisce altre dichiarazioni recepite dal bambino nell'immediatezza del fatto: (cit)

"Era buio, tutte le piante si muovevano, non c'era nessuno. Avevo tanta paura. Per farmi coraggio ho detto le preghiere, ho cominciato a cantare la tramontana... La mamma e' morta, e' morto anche lo zio. Il babbo e' a casa malato."

Il bambino specifichera' anche di aver stretto la mano della madre, e di aver capito proprio in quel momento che fosse morta.
La descrizione lineare, arricchita dal transfert delle proprie emozioni su elementi reali che lo circondano (gli alberi che si muovono) sembra decisamente genuina, e difficilmente in quello stato potrebbe essere riuscito a dissimulare la presenza di altre persone mantenendo tutti quei particolari, compreso il riferimento all'aver stretto la mano della madre morta.
Permane come unico elemento a se stante il riferimento al "babbo malato", che sembra quasi un aggiunta forzata nel racconto, un ritornello.

Il giorno 23 Natalino Mele viene affidato agli zii paterni, che nell'84 il giudice Rotella scoprira' aver fatto notevoli pressioni sia sul padre che sul figlio affinche' la famiglia non venisse coinvolta nella faccenda. Purtroppo non sono riuscito per il momento a ricostruire la cronologia delle dichiarazioni del bambino tra questi primi racconti e quello ultimo che il 24 Agosto mettera' definitivamente Stefano Mele con le spalle al muro. Il 25 Agosto, dopo l'ammissione fatta ai CC durante la ricognizione dei luoghi del giorno prima, e quando ancora Stefano Mele continua ad accusare Francesco Vinci e Carmelo Cutrona, il piccolo Mele dice al magistratoche a portarlo fino alla casa del De Felice e' stato in realta' il padre, e questo era gia' a fianco a lui nel momento in cui si sveglio' dopo gli spari.

Nei successivi colloqui con i CC fatti quando era stato gia affidato da settimane all'istituto per l'infanzia, il bambino avrebbe accennato alla presenza di uno zio Piero, poi identificato in Piero Mucciarini, marito della sorella di Stefano Mele. Quest' allusione sarebbe proprio all'origine delle pressioni fatte nel 1982 dai Mele-Mucciarini sia sul padre che sul bambino, affinche' il nome dello zio Piero rimanesse fuori dalle indagini.

Oramai adulto, Natale Mele dchiarera' di non ricordare nulla se non le stesse cose che gia' aveva riferito in casa del De Felice a poche ore dal verificarsi dell'omicidio.

Un ipotesi. Come abbiamo visto la versione odierna di Natale Mele e' tornata a quella originale, ed apparentemente oggi egli non ha motivo di mentire in modo esplicito. Alcuni, anche atorevolmente, suggeriscono che nel tempo si possa essere verificato un fenomeno di rimozione, e sebbene non possa certamente confutare questa possibilita', registro che in realta' il giovane Mele sembra ricordare piuttosto bene molti particolari di quella sera, diversamente da quanto invece dovrebbe avvenire in caso di una rimozione cosi' radicale.
Potrebbe magari non ricordare un ombra percepita di sfuggita nel momento del risveglio, un ombra a cui forse a breve tempo dal fatto aveva dato il volto proprio di quello zio Pietro sopracitato. Il bambino quindi potrebbe aver associato un elemento della sua quotidianita' a qualcosa di sfuggevole e non decodificabile come un ombra appunto. Di congettura in congettura veniamo ai racconti di Stefano Mele. Nel mare magnum dei verbali dell'uomo, l'unico particolare che sembra rimanere saldo e' quello in cui asserisce di essersi mosso con la sua bicicletta da casa per cercare moglie e figlio che tardavano, salvo poi cambiare versione quando gli viene contestata l'incongruenza dei tempi dicendo che il suo "complice " sarebbe arrivato nella casa di Lastra dopo l'uscita della Locci. Probabilmente questo e' invece l'unico scampolo di verita' di tutte le sue dichiarazioni, cosa che mi porta a pensare che in realta' Stefano Mele quella sera non abbia incontrato nessuno, ma bensi' che si sia messo alla ricerca della moglie trovandola in uno dei tanti luoghi da questa frequentati per le scappatelle di rito.
Il tempo di ritrovamento potrebbe essere stato accelerato, come fu per i Carabinieri, dalla freccia lasciata accesa, che magari proprio l'assassino ha attivato con l'intento di rendere piu' veloce la scoperta dell'auto essendosi reso conto della presenza del bambino.
Il Mele, giunto sul posto, avrebbe gia' da subito sospettato degli ex amanti della moglie, cosa che gli sarebbe stata suggerita anche dall'assenza del figlio probabilmente portato via da qualcuno che era da questo conosciuto. Sarebbe secondo questa ipotesi stato poi il Mele a rivestire la donna per evitare che fosse vista e magari fotografata in quello stato, recandosi subito dopo a casa nella speranza che chi aveva commesso quel macello gli riportasse a breve il figlioletto. Invece il bambino era arrivato da solo fino a Sant'Angelo, ma poiche', secondo quanto ci dice lo Spezi, la casa di fronte a quella del De Felice era abitata da un amico di Salvatore Vinci (NB circostanza vera ma che in realta' riguarderebe un periodo temporale succssivo all' Agosto 68 ), e' possibile che il Mele abbia collegato le due cose  e si sia percio' convinto che fosse proprio il Vinci il responsabile. Perche' allora confessare? Non esiste una risposta ineccepibile a questa domanda, ma considerando la personalita' dell'ometto in questione, da una vita succube prima della famiglia, poi dalla Locci, e costantemente deriso dai compaesani, l'aver vestito per un momento (peraltro molto breve) i panni dell'uomo che sa far rispettare il proprio onore anche con il sangue potrebbe averlo spinto ad accettare le pressioni degli inquirenti affinche' confessasse.

Si tratta solo di un ipotesi che cerca di far quadrare le tante anomalie di questa vicenda, un ipotesi che pero' spiegherebbe l'inconsistenza dei tentativi degli anni 80 di dare un nome al mostro seguendo quella che in fin dei conti era l'unica strada ragionevole da battere dopo il collegamento dell'82.