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mercoledì 18 marzo 2009

Parte prima




- Un fantasma nei campi 1981-82 -



Alle 9 di mattina del 7 Giugno 1981, il poliziotto fuori servizio Vittorio Sifone scopri' i cadaveri di due giovani in una stradina di campagna che dava su via dell'Arrigo, in localita' Mosciano di Scandicci. I due giovani vennero identificati come Carmela de Nuccio, 21 anni, pellettiera alla AGI di Scandicci, e Giovanni Foggi, 30 anni, dipendente dell'Enel. La sera prima, intorno alle 22:00 , erano usciti dalla casa della ragazza in Ponte a Greve e da quel momento se ne erano perse le tracce.
Le caratteristiche dell'omicidio, soprattutto la mutilazione del pube praticata sul cadavere della ragazza, davano pochi dubbi sulla matrice maniacale del delitto. Nonostante questo furono fatti gli accertamenti di rito sul giovane ex fidanzato di Carmela, che pero' per quella sera aveva un alibi e che del resto apparve subito agli occhi degli investigatori come incapace a compiere un tale gesto. Non passo' neppure un giorno perche' fosse fatto il collegamento con un altro omicidio analogo verificatosi ben 6 anni prima nel Mugello. Il giornalista Antonello Villoresi pubblico' la cosa su La Nazione dell' otto Giugno in un articolo in cui venivano indicate le analogie con l'omicidio di Pasquale Gentilcore, 19 anni, barista nello spaccio interno della fondiaria SAI di Firenze, e Stefania Pettini ,18 anni, neo assunta segretaria d'azienda alla Magif di Firenze, avvenuto il 14 settembre 1974 in localita' Rabatta di Borgo san Lorenzo. Alle 21:30 di quel sabato del 74, i due fidanzati erano partiti dalla casa della ragazza a Pesciola di Vicchio  con il proposito di raggiungere la discoteca TeenClub di Borgo dove poi avrebbero trascorso la serata in compagnia di alcuni amici. Evidentemente lungo il tragitto avevano deciso di appartarsi in un campo poco distante dal fiume Sieve, un campo normalmente frequentato dagli innamorati della zona e sicuramente gia usato dai due ragazzi come si sarebbe appurato dalle note del diario di Stefania. Proprio lì, intorno alle 23:45, qualcuno era forse spuntato da dietro un vitigno aprendo il fuoco contro la coppia intenta nei preliminari. Pasquale mori' per i colpi d'arma da fuoco, mentre Stefania, solo ferita a un fianco, fu finita con diversi colpi di coltello allo sterno e al cuore.
L'assassino pero' aveva fatto di piu': aveva insistito con il coltello sul cadavere nudo della giovane altre decine di volte, quasi disegnando con la lama strani geroglifici intorno al seno ed al pube. In ultimo aveva preso un tralcio di vite e ne aveva violato il sesso, era tornato nella macchina per sferrare 2 coltellate al corpo di Pasquale oramai morto, ed era scomparso nella notte.

Alle 7:40 del mattino successivo, Pietro Landi, un contadino della zona, rinvenne i cadaveri e corse alla locale stazione dei carabinieri di Borgo per dare l'allarme. I militari sul posto interpellarono il locale medico condotto che normalmente veniva usato come medico legale per la constatazione dei decessi. L'inesperienza con casi analoghi spinse il dottore a confondere i colpi di pistola calibro 22 come alcune delle numerosissime ferite da punta e taglio, e su tale indicazione nessuno reperto' i bossoli che pure erano disseminati sul terreno accanto all'auto. Solo il successivo intervento dell'anatomo patologo Fiorentino, il prof Mauro Maurri, porto' a determinare la presenza di ferite da arma da fuoco, e solo la sera successiva i Carabinieri repertarono sul luogo del delitto 5 bossoli di piccolo calibro .

Le indagini si concentrarono inizialmente sui guardoni della zona e sulle persone che erano state segnalate precedentemente per comportamenti anomali. In particolare, dopo un paio di segnalazioni piu' o meno anonime, si punto' l'attenzione  su un perito meccanico di Borgo, tal Giovannini, che qualche tempo prima aveva minacciato con un fucile una coppia appartata in auto vicino alla sua abitazione. Quella pista si esauri' a soli tre giorni dal fermo dell'uomo, a cui in effetti era stato trovato il fucile non denunciato e una roncola sporca di sangue (risultato poi di coniglio), ma che si appuro' non avesse nulla a che fare con gli omicidi. Ancor piu' breve fu l'entrata in scena di un giovane di 28 anni che si autoaccuso' del fatto ma che sin da subito rsulto' solo uno psicolabile con tendenza alla mitoania.

Il capitano Olinto dell'Amico cerco' quindi di ricostruire piu' minuziosamente le abitudini e le conoscenze delle vittime, imbattendosi' cosi' in un supposto guaritore cartomante di Scarperia (in realta' un ristoratore) che gia' si era spontanemente presentato per testimoniare la presenza di strani personaggi che gravitavano di sera nella zona dove era avvenuto il delitto. Secondo alcune fonti (citate in modo generico e indiretto dal difensore di Pacciani nel processo del '94) pare che i ragazzi , in particolare Pasquale, avessero ottenuto da costui rimedi a base di erbe per i malanni di stagione, e che l'ultimo incontro fosse avvenuto a non molto tempo di distanza dall'omicidio Anche questa pista si rivelo' rapidamente inconsistente. Passarono le settimane e ben presto fu chiaro che quel delitto sarebbe rimasto senza un colpevole, mentre un previdente criminologo dichiaro' che il killer si sarebbe fatto vivo ancora, magari dopo 4-5 anni, ma certamente avrebbe ucciso di nuovo (Dichiarazione pubblicata su La Nazione del 1974 senza pero' riferimenti al nome del  in questione).

Di anni ne passarono come abbiamo visto 7 e il criminologo aveva sostanzialmente azzeccato la previsione. Ora, a capo delle indagini, c'erano i procuratori Adolfo Izzo e Silvia della Monica, con ancora il supporto investigativo del capitano Dell'Amico che aveva ben presente quella vecchia vicenda. Appurato dai periti Spampinato e Zuntini (quest'ultimo perito balistico anche per il caso del 1974) che l'arma usata era sempre la stessa, e rilevando che anche Pasquale Gentilcore, come Giovanni Foggi, abitava in Pontassieve, il capitano Dell'Amico oriento' inizialmente le indagini proprio in quel luogo per determinare possibili collegamenti tra i due ragazzi. Inoltre, quasi ricalcando la vecchia inchiesta, si comincio' a passare al setaccio il mondo dei guardoni partendo da una telefonata anonima che aveva indicato la presenza di un auto sospetta aggirarsi su via dell'Arrigo quella notte. In realta' gli inquirenti da questo ambiente si aspettavano di identificare un potenziale testimone piu' che di trovare il colpevole. Chi meglio di un guardone infatti poteva aver assistito ad un omicidio in danno di due amanti appartati di notte in campagna?

Del resto non si dovette andare a cercare molto lontano, poiche' a quanto pare l'anonimo telefonista aveva provveduto a fornire la targa completa della Ford Taunus sospetta, che risultava intestata a tal Enzo Spalletti. Tra gli avventori della Taverna del Diavolo, cosi' si chiamava il locale che Spalletti e altri colleghi d hobby  avevano eletto a loro base appoggio per l'escursioni serali , ne fu subito individuato uno che la sera dell'omicidio si era dato da fare nei paraggi insieme a Spalletti. Interrogato non ammise nulla, ma in compenso disse di aver lasciato  l'amico  intorno alle 23.20 e che quello invece aveva continuato la perlustrazione da solo.

Portato in questura gia' il 12 Giugno, Spalletti nego' inizialmente di essere stato in quel luogo. Poi, messo di fronte alle dichiarazioni dell'amico, cambio' versione e disse che in realta' li c'era tornato non per andare a spiare le coppiette ma per consumare un rapporto mercenario con una giovane prostituta rimorchiata alle cascine. Sebbene descrisse minuziosamente la donna, seppe dire solo che fosse napoletana ma non come si chiamasse poiche' era la prima volta che la caricava. Quindi, dopo aver consumato, sostenne di essere tornato a casa a Montelupo entro la mezzanotte e mezza. Se non fosse bastato il particolare della prostituta che accetta di infrattarsi con un cliente mai visto prima in un bosco lontano 20 km dal suo luogo di lavoro, a far crollare il racconto di Spalletti ci si mise anche l'interrogatorio della sua consorte.

La donna, dall'indole ingenua, aveva candidamente ammesso di essere andata a dormire verso le 1:00, stufa di aspettare il rientro del marito. Poi pero' per difenderlo ne aveva elencato con veemenza le numerose doti e in particolare la sensibilita' d'animo. A riprova c'era il modo con cui la mattina del 7, verso le 12 o poco dopo, le aveva raccontato della tragedia, specificando che due ragazzi erano stati uccisi "sparati" vicino a Roveta. Queste dichiarazioni, apparentemente innocue, suonarono alle orecchie dei magistrati come il tonfo di una cannonata. Nell'alibi di Spalletti c'era' dunque un buco di almeno un ora , e poi come poteva Spalletti riferire del fatto alla moglie gia' la mattina del 7 quando forse i corpi non erano stati ancora rinvenuti?
Reinterrogarono l'autista di ambulanze per avere spiegazioni, ma questo, sebbene si mostrasse freddo e distaccato, comincio' ad inanellare una serie di contraddizioni al termine delle quali si ritrovo' con un ordine di custodia per reticenza e falsa testimonianza. Egli infatti inizialmente disse di aver saputo dell'omicidio dai giornali. Fattogli presente che era impossibile, poiche' i giornali uscirono con la notizia il lunedi' mattina, cambio' versione ed affermo' di averne sentito parlare al bar, dove pero' lo Spalletti era stato solo fino alle 11:30 della domenica, quindi pochissimo tempo dopo la scoperta dei cadaveri e quando certamente nessuno poteva aver ancora divulgato i particolari del delitto. Nuovamente messo di fronte all'assurdita' della sua dichiarazione Spalletti si rifiuto' di continuare l'interrogatorio e fu arrestato.

Per qualche tempo gli inquirenti continuarono a pensare che Spalletti fosse solo un teste spaventato e che la galera lo avrebbe prima o poi convinto a parlare. Passate pero' alcune settimane, vedendo che l'uomo non cedeva, cominciarono a sospettare che fosse proprio lui il colpevole, e per qualche mese ancora la citta' sembro' tirare un sospiro di sollievo poiche' il Mostro di Firenze era finalmente dietro le sbarre.
In realta' fino a quel momento sui giornali ancora non esisteva quell'acronimo. Qualcuno gia' lo aveva definito il "chirurgo della morte", ma si dovra' aspettare ancora un po' perche' il giornalista Spezi conii il nome "Mostro di Firenze", facendolo apparire per la prima volta su un articolo della Nazione.
In realta' si dovra' aspettare solo qualche mese, o piu' precisamente fino al 22 ottobre del 1981.

La mattina del 23 Ottobre 1981, due pensionati che si stavano recando in un orto prospicente una stradina sterrata, sita su via dei prati a Nord di Calenzano, si imbatterono nei cadaveri di due ragazzi. I corpi erano a qualche metro dal fronte di una golf nera parcheggiata a lato di un basso canneto. L'auto era di un ragazzo che abitava poco lontano su via Mugellese, Stefano Baldi, 26 anni e un recente passato di studi in medicina abbandonati a causa della morte del padre , per la qual cosa si era dovuto  rmboccare le maniche e mettersi a fare l'operaio al lanificio Stura di Vaiano. Suo era anche il corpo crivellato di colpi accanto all'auto. Quella invece che giaceva poco piu' in la, sul lato opposto della sterrata, era Susanna Cambi, la sua fidanzata da una vita, 24 anni e da poche settimane assunta come centralinista alla TV 39 di Prato.

La pioggia aveva dilavato forse qualche traccia, ma la mano del maniaco era talmente evidente che sin da subito nessuno ebbe dubbi: Il mostro di Firenze e' ancora libero... anzi, e' nato il Mostro di Firenze.
La scientifica fortografo' una scena che aveva il sapore del dejavu. I bossoli calibro 22 con l'H stampata sul fondello, il corpo straziato orrendamente della giovane, le ferite di coltello date dopo la morte e, cosa strana, la borsetta della ragazza aperta sul sedile posteriore, senza che da questa sembrasse mancare nulla, ma all'interno della quale furono ritrovati i documenti dell'auto del compagno. La cosa era strana davvero perche' a Giugno la borsetta della povera De Nuccio era stata certamente frugata dall'assassino, e a ben vedere anche quella della Pettini, che addirittura era stata trovata a piu' di 300 metri dalla scena del delitto. Allora si era pensato ad un grottesco tentativo di simulare la rapina, ma nei due casi dell'81 le borsette rovistate erano rimaste sul luogo,  e quel gesto , pensarono gli investigatori, poteva avere un significato particolare per l'assassino.

Realisticamente ci si concentro' su altri elementi piu' tangibili, soprattutto due impronte di stivale da caccia o pesca taglia 44 ed un fermaporta in granito, mezzo dipinto di rosso, che i carabinieri pensarono fosse stato usato per infrangere il vetro. Il ragazzo poi aveva sotto un unghia, spezzata di recente, alcune fibre ed un capello, forse strappati all'assassino, forse appartenuti alla fidanzata (per i medici legali fu questa seconda ipotesi quella giusta). La ragazza invece in una mano stringeva un ciuffo di capelli neri che furono fatti risalire ad un estremo tentativo di abbracciare il fidanzato durante la sparatoria. Il medico legale, professor Maurri, stabili' che al momento dell'aggressione i due ragazzi stessero l'uno sull'altra in fase di preliminari e che quindi il killer per estrarre il corpo di Susanna avesse dovuto prima tirare fuori quello del compagno. Non ci si chiese pero' ne perche' fosse stato trasportato per diversi metri anziche' scaricarlo subito di lato, ne come mai la ragazza avesse solo il maglione appena sfilato da un braccio durante le effusioni. Alla fine dei conti difficilmete si pensava che da quei particolari potesse saltare fuori il nome dell'assassino, meglio quindi impiegare il tempo a cercare testimoni e rileggere rapporti. Si, perche' di tempo probabilmente ce n'era ancora poco prima che la beretta calibro 22 tornasse a sparare... qualche mese al massimo.

Il 24 Ottobre Enzo Spalletti lascio' il carcere di Sollicciano, ma senza che nessuno gli facesse tante scuse perche ancora, secondo gli investigatori, Spalletti serbava per se la soluzione del caso. E che in procura tutti fossero convinti che l'autista di autoambulanze sappesse, lo dimostrarono nel tempo le continue attenzione che l'uomo ricevette dai carabinieri al compimento di ogni nuovo delitto. Tanto fecero che si arrivo' addirittura ad un interrogazione parlamentare da parte di un deputato di DP, nella quale si chiedeva conto al ministro dell'interno su questo continuo insistere su un cittadino che certamente era innocente. Ma come del resto si poteva dar torto agli inquirenti per i quali, date le ambiguita' di quei comportamenti, c'era laconvinzione che con le parole di Spalletti si sarebbero potuti salvare altri ragazzi? Eppure la determinazione che Spalletti mostro' nel sostenere nel tempo di non aver visto assolutamente nulla oggi dovrebbe far ritenere che fosse proprio cosi'.

L'uscita di scena di Spalletti getto' nuovamente le indagini in alto mare e l'opinione pubblica nel panico. Cominciarono a circolare voci incontrollate sull'identita' del colpevole, voci che puntavano ora su quel medico, meglio se ginecologo, ora su quell'altro. Del resto non si era parlato sui giornali del "chirurgo della morte"? (un altro parto del talento giornslistico sempre dello Spezi) E quindi chi meglio di un ginecologo poteva vestire i panni del maniaco in questione? Questo andazzo convinse i magistrati a desistere dal pubblicare un possibile identikit che era stato allestino in base ad una testimonianza fatta nell'immediatezza del delitto. Due giovani, verso la mezzanotte del 22 ottobre, avevano notato una alfa GT rossa correre su via dei prati in direzione di Calenzano. L'auto per attraversare velocemente il ponticello del molino quasi li travolse, e alla guida videro bene un uomo sui 45 anni, calvo, con le sopraciglia folte e il viso stravolto. Se quell'identikit fosse stato pubblicato sui giornali la fantasia popolare si sarebbe scatenata, e nel giro di qualche giorno ci si sarebbe trovati con centinaia di false segnalazioni da vagliare. Meglio quindi tenerlo ad uso e consumo del solo personale di polizia.

L'inverno passo' senza che accadesse nulla, ma il 19 giugno dell'82 l'orrore torno' a sconvolgere le campagne fiorentine. Poco prima della mezzanotte due ragazzi in motorino si fermarono accanto ad una 127 bianca che sembrava essere uscita fuori strada su via del Virgino Nuova, all'altezza di Baccaiano. L'auto era infilata con le ruote posteriori nel fossato laterale, ed aveva i fari spenti, ma non era un incidente. Ai due basto' vedere il foro di proiettile sul parabrezza per capire al volo di che cosa si trattasse. Impauriti si accostarono ai finestrini e dentro scorsero i corpi di due giovani riversi sui sedili. Guardando meglio si accorsero che l'uomo ancora respirava, e cosi' abbandonarono la scena per andare a chiamare i soccorsi in paese. Qualche minuto dopo l'ambulanza era gia' sul posto, mentre i soccorritori, forzati gli sportelli che risultarono bloccati, estrassero dall'auto il ragazzo ancora vivo sebbene probabilmente gia' in coma profondo. La ragazza invece rimase al suo posto poiche' era chiaro che per lei non ci fosse piu' nulla da fare.

I Carabinieri, arrivati poco dopo che l'ambulanza era ripartita, trovarono una piccola folla di giovani che pian piano si erano fermati mentre percorrevano la strada. Identificarono i testimoni e fecero i rilievi del caso, ma vista l'immediatezza del ritrovamento si preoccuparono anche di allestire posti di blocco volanti sui possibili tratti stradali che comunicavano con quel luogo.

Le vittime erano due ventenni di Montespertoli, Paolo Mainardi, 21 anni, meccanico di San Pancrazio, ed Antonella Migliorini, 19 anni, cucitrice per la locale ditta di confezioni ANNA. I due erano usciti di casa intorno alle 22:30, ed attraversato il centro del paese si erano immessi su quella strada in cerca di un luogo appartato. Avevano scelto una piazzola che dava direttamente sulla provinciale, tanto che la coda dell'auto distava non piu' di un metro dal margine asfaltato. Quel posto a loro, che del mostro avevano paura, dovette sembrare sicuro tanto era esposto al traffico di auto. Purtroppo si sbagliarono.

Sulla scorta delle dichiarazioni dei primi 4 giovani che erano arrivati nell'immediatezza del fatto, quelli che poi avevano dato l'allarme, i Carabinieri effettuarono una possibile ricostruzione dell'accaduto.
Mentre Antonella stava seduta sul divanetto posteriore, e Paolo ancora si attardava sul sedile di guida, l'assassino aveva iniziato ad aprire il fuoco attraverso il finestrino anteriore sinistro. Il primo colpo doveva aver centrato il ragazzo alla spalla sinistra e il secondo la ragazza alla testa, ma a questo punto Paolo era riuscito evidentemente a rimettere in moto l'auto, accendere i fari, innestare la retromarcia, e fuggire verso la strada. L'assasssino aveva continutao a sparare mentre il ragazzo era riuscito a guadagnare il centro della carreggiata. Poi, forse a causa del freno a mano rimasto tirato, aveva perso il controllo dell'auto che sia era infilata nel fosso incagliandosi. Il killer a questo punto, mostrando un sangue freddo eccezionale, aveva raggiunto la strada e sparato due colpi ai fari per riacquistare il vantaggio del buio. Aveva tirato un colpo al parabrezza centrando la testa dell'uomo, e rapidamente si era portato verso il finestrino di guida attraverso il quale aveva infilato l'arma sparando un altra volta. Infine aveva estratto le chiavi dal quadro, forse per spegnere le luci posteriori, e le aveva gattate in mezzo all'erba sullo stesso lato dell'auto.

Questa ricostruzione si basava sulla dichiarazione dei testimoni che avevano visto il il Mainardi accasciato sul sedile del posto di guida. Quando pero' vennero interpellati gli infermieri, che avevano materialmente estratto il ragazzo, questi dissero tutt'altra cosa. Affermarono di aver trovato anche Paolo sul divanetto posteriore, e il sedile basculato in avanti sembrava dargli ragione. L'incongruenza rimase irrisolta, con i Carabinieri che mantennero la ricostruzione originale ignorando le testimonianze dell'equipaggio dell'ambulanza.

In compenso il pm della Monica ebbe un idea intelligente, convinse la stampa a inserire in qualche articolo il dubbio che il Mainardi, ancora vivo, avesse potuto dichiarare qualcosa durante il trasporto in ospedale, e cosi' fu' fatto (Su la Nazione del 22 giugno compare effettivamente questa ipotesi, anche se il giorno prima si era esplicitamente detto che il ragazzo era spirato senza poter dire nulla).

Non passarono tre giorni che all'autista dell'ambulanza, il cui nome e cognome era apparso sui quotidiani, arrivasse una misteriosa ed inquietante telefonata. Chi chiamo', spacciandosi prima per un magistrato, cerco' di avere dall'Allegranti dettagli su cosa avesse detto la vittima in limine vitae. Al rifiuto dello stesso di parlare della cosa per telefono, l'uomo comincio' a minacciarlo questa volta pero' qualificandosi come l'assassino.

L'episodio non pote' mai essere verificato, poiche' nessuno si era preoccupato di mettere il telefono dei soccorritori sotto controllo, limitandosi forse solo a quelli dell'ospedale di Empoli, e all'epoca non esisteva ancora lo strumento dei tabulati telefonici. Rimase quindi solo la sensazione che forse l'assassino da quella trappola era stato irritato, sempre che a fare quella telefonata non fosse stato qualcun'altro.

Ora pero' il panico dell'opinione pubblica sembro' contagiare anche gli investogatori, che dopo un anno si ritrovavano con zero indizi, 6 cadaveri sulle spalle, e il sospettato piu' gettonato, un medico, scagionato da un alibi per questo ultimo delitto. Dovette essere questa pressione psicologica che il 30 Giugno li indusse a pubblicare l'identikit realizzato ad ottobre 81, perche' fu subito chiaro che tale mossa aveva solo complicato le indagini anziche' aiutarle. Del resto l'omicidio di Baccaiano, nonostante la perdita di controllo momentanea da parte del killer, non aveva portato altri indizi. All'ora del delitto, sulla strada, erano state notate almeno una mezza dozzina di auto sia ferme che in transito, ma incredibilmente nessuna di queste porto' ad alcunche' di rilevante. Tra le testimonianze c'era anche quella del signor Calonaci, che a Cerbaia, una mezz' ora prima dell'omicidio, aveva notato un uomo solo dentro una macchina in fare sospetto. Disse il Calonaci che sembrava cercasse qualcosa o qualcuno in mezzo alla folla in festa, tentando pero' di rimanere nella parte non illuminata della strada, e che quando si rese conto di essere in piena luce si ritrasse velocemente quasi "fosse stato sorpreso a rubare in chiesa". Neanche quella traccia porto' a nulla, ma il caos duro' poco perche' circa tre settimane piu' tardi si verifico' un colpo di scena.

Nella versione ufficiale dell'episodio si legge che ai primi di luglio del 1982 un maresciallo dei Carabinieri, tal Francesco Fiore, si ricordo' improvvisamente di un delitto analogo avvenuto questa volta addirittura nel 1968 a Signa. Stranamente dopo il collegamento col 74 nessuno si era preso la briga di vedere se esistessero altri casi simili, ma forse quello del 68 non fu preso in considerazione poiche' di quel delitto era stato trovato il colpevole, addirittura condannato e fino al 1980 ancora in carcere. Nonostante cio' i magistrati recuperarono dal tribunale di Perugia le carte del processo del 68, e con loro grande sorpresa tra queste rinvennero i bossoli ed i proiettili usati contro la coppia di Signa. I 5 bossoli cal.22 LR avrebbero in realta' dovuto essere distrutti da tempo, cioe' da quando la sentenza di condanna era diventata definitiva nel 73. Invece, vuoi per una dimenticanza, vuoi come dice qualcuno perche' e' pratica normale non distruggere i bossoli se non c'e' anche l'arma, quei reperti erano li' pronti per essere comparati con quelli del Mostro di Firenze.
Quando l'esito della perizia del Colonnello Spampinato e del dottor Castiglione confermo' che l'arma era sempre stata la stessa dal 68 fino all'82 il clamore fu notevole.

Da una parte gli inquirenti pensarono di essere finalmente vicini alla soluzione del caso, dall'altra si preoccupavano delle conseguenze sul giudizio che allora aveva evidentemente portato alla condanna di un innocente.

Di questo episodio esiste pero' anche una versione differente, almeno differente per quanto riguarda le modalita' con cui fu fatto il collegamento con il 68. Secondo il giornalita Mario Spezi, che gia' pubblico' la cosa negli anni 80 (in realta' la cosa fu anticipata addirittra da un articolo de La Citta del 9\11\82 ), a mettere i magistrati sulla pista del delitto di Signa non fu la memoria del maresciallo Fiore, o almeno non solo, ma una missiva anonima che conteneva un articolo di giornale del 23 Agosto 1968 in cui si parlava dell'omicidio.
Al giornalista questa notizia sarebbe stata riferita niente meno che dal magistrato Tricomi, all'epoca titolare dell'inchiesta insieme alla della Monica, e a sostegno di tale versione il magistrato avrebbe fornito allo Spezi anche una dichiarazione scritta (nella quale, pero', il Magistrato mensiona solo il ricordo di un artiolodi giornale portato a lui da Fiori probabilmente per illustrare il vecchio caso, ma assolutamente non l'origine anonima del sudetto articolo). Sta di fatto che oggi di questo articolo e' scomparsa ogni traccia, anche se a distanza di anni il procuratore Vigna, interpellato sulla cosa dal giornalista, si limito' a dire che il biglietto non c'era tra le carte ma non dichiaro' direttamente che tale biglietto non fosse mai esistito (Mario Spezi, Dolci colline di sangue, 2006).


Che quel suggerimento sia arrivato o meno oggi non lo sappiamo , anzi,  ma in quel caso sicuramente l'estensore della missiva avrebbe dovuto essere ben informato ed interessato a quel fatto. A dimostrarlo dovrebbe essere il riferimento al tribunale di Perugia, dove il caso era arrivato solo due anni dopo l'ìomicidio a causa di un rinvio parziale dell'appello da parte della cassazione. Un particolare che forse neppure aveva avuto lo spazio di un trafiletto in cronaca quando ormai il clamore dell'omicidio si era totalmente assopito.

Ma cosa era successo nel 68? E se l'uomo condannato allora non poteva essere il mostro come aveva fatto quell'arma a tornare a sparare 15 anni dopo?

Parte seconda


18 commenti:

ilbravo ha detto...

Ciao Master, continuo a seguire con interesse il tuo blog.Mi piace molto e dà buoni spunti di riflessione.Volevo chiederti se nel 1974 i bossoli furono rinvenuti raccolti tutti insieme presso una siepe, come asserisci nella ricostruzione di questo duplice delitto, oppure normalmente sparsi sul terreno come scrivi nell'ultimo post? Grazie

master ha detto...

Ciao ilbravo

Ammetto di essere entrato nel panico per questa domanda...

Negli appunti che da tempo colleziono man mano che leggo quello che nel tempo e' stato pubblicato sull'argomento c'e' questo particolare, ma oggi non riesco piu' a trovare il riferimento della fonte. In genere associo fone ed appunto, ma stavolta non me lo ritrovo...

Ero convinto di averlo espunto da uno degli articoli della Nazione, ma in quelli del 74 non lo trovo, e forse e' un riferimento fatto in anni successivi. Eppure era uno di quei dati cristallizati nel tempo su cui non ho mai avuto dubbi, ma a questo punto ho paura di doverlo eliminare se non ne ritrovo l'origine...

p.s Per caso ci e' capitato di discutere dell'argomento anche in altri spazi telematici? :-)

ciao

ilbravo ha detto...

Ciao Master,
non ho mai discusso prima di questo specifico episodio. Mi chiedevo se il tuo riferimento non fosse "Compagni di sangue" di Lucarelli-Giuttari.A pag 7 si legge:"Il giorno successivo, il 16 settembre, viene compiuto un sopralluogo più accurato. Vengono rinvenuti, nascosti in mezzo all'erba e a breve distanza l'uno dall'altro, cinque bossoli per pistola calibro 22 Long Rifle. Non vengono trovati, invece, gli altri tre bossoli esplosi".Comunque trovo strano che non solo il medico ma nessun agente sul posto si sia accorto che erano stati esplosi dei colpi. Dalla foto che fai vedere tu, sembrerebbe che sulla portiera della 127 fosse riconoscibile un foro di proiettile.Sempre a proposito di questo specifico delitto,sai nulla su un reggisono rosso ritrovato circa una settimana dopo per insistenza della madre della Stefania Pettini? Inoltre volevo dirti che hai lasciato i tuoi lettori,o almeno me,con una gran curiosità a proposito del crimine del 1982, lì dove concludi: "Quale era lo scopo della messa in scena forse ce lo puo' dire quello che e' accaduto alle indagini due settimane piu' tardi".Cos'è accaduto? Grazie.

master ha detto...

Ciao ilbravo

Purtroppo la fonte era inaffidabile, e in realta' e' proprio il riferimento che tu hai citatato che probabilmente e' stato distorto. Questo vuol dire che fino a prova contraria non si puo' affermare che i bossoli siano stati presi e poi gettati via.
La foto in cui mostro il buco sul montante dello sportello e' stata processata con un paio di filtri per il deblurring (Wiener e Tukanov), ma effettivamente sembrerebbe proprio un foro e non un artefatto. Per di piu' si nota un segno bianco che sembra tanto un marker fatto col gesso, e questo rende l'episodio ancora piu' incredibile.

Per quanto riguarda la frase enigmatica alla fine del post su Baccaiano mi vergogno non poco a spiegarne l'origine.
Se hai letto quello che ho ipotizzato per Calenzano quella frase dovrebbe divenire piu' chiara, anche se probabilmente comincerai a domandarti se chi scrive non sia un tantino stravagante :-)
Insomma, a me e' sembrato di percepire da parte dell'assassino il tentativo di comunicare l'origine di quello che stava facendo, ovvero l'episodio del 68. In quest'ottica magari nell'82 poteva cercare di rendere il messaggio piu' esplicito, da cui l'ipotesi della messa in scena. Non essendo riuscito nell'intento decide quindi di inviare un suggerimento diretto, ovvero l'articolo di giornale con il testo a tergo.

E' un ipotesi assolutamente fantasiosa, che ha una possibilita' su un milione di essere vera, ma del resto l'importante non sono le mie ipotesi ma quello di oggettivo che riesco a riportare sul caso (che ti assicuro essere un impresa tanto difficile quanto frustrante)

ciao

ilbravo ha detto...

Ciao Master,io credo che le tue ipotesi non siano poi così stravaganti.In effetti se lui ha cambiato la disposizione dei corpi nell'omicidio di Calenzano un qualche motivo deve averlo avuto.Voglio riflettere sulla cosa, e il fatto che volesse riprodurre la scena del 1968 a mio avviso è da prendere in considerazione.Semmai volevo chiederti a quale articolo del giornale alludi a proposito del 1982.Forse è un particolare che proprio non conosco.Ti ringrazio per la pazienza. Ciao e di nuovo complimenti per il blog.

master ha detto...

Ciao ilbravo

Spero di non farti perdere troppo tempo dietro alle mie fantasie :-)

Comunque l'articolo di cui parlo e' quello che sarebbe stato inviato circa un mese dopo l'omicidio di Baccaiano alla procura della repubblica, un articolo riguardante appunto l'omicidio del 68 con su scritto un appunto dove si syggeriva agli inquirenti di andare a recuperare le carte del processo Mele.

Come saprai di questo suggerimento anonimo ad oggi non esiste piu' traccia tra i documenti dell'inchiesta, anche se il giornalista Spezi sostiene di averne avuto notizia addirittura dal giudice Tricomi, che gli avrebbe anche fornito una dichiarazione scritta a riprova.
E' un altro dei tanti misteri di questa vicenda, ma suppongo che ti sia ora ricordato della faccenda.

Poi mi avevi chiesto del reggiseno della vittima del 74, questo fu ritrovato alcuni giorni dopo (2 o3 che io sappia)in mezzo ai rovi delle fontanelle. Fu proprio la madre della ragazza a richiederlo in quanto non lo aveva rinvenuto tra gli effetti della figlia

ciao

ilbravo ha detto...

Ciao Master,
ho ripensato ai fatti del 1974: gli inquirenti quel primo giorno non si sono accorti del foro di proiettile sulla portiera dell'auto (un mio amico poliziotto asserisce che secondo lui ci sono pochi dubbi che quello sia un foro di entrata);non hanno cercato a meno di 250 mt dove avrebbero senz'altro trovato la borsetta della Pettini; hanno confuso ferite d'arma da fuoco con ferite d'arma da taglio (il medico avrebbe anche potuto sbagliarsi ma i poliziotti potevano comunque capire, immagino). Visto le premesse credo non abbiano neanche cercato fra l'erba altrimenti avrebbero visto i bossoli i quali pare fossero là. Mi sembra che le indagini si siano subito concentrate sui probabili assassini (si pensò a più d'uno) che sulla dinamica.Devono essere cascati dalle nuvole quando l'autopsia ha refertato ferite mortali d'arma da fuoco.Concludendo presumo che i bossoli siano sempre stati dove dovevano essere.Se qualcuno manca forse è perché ci hanno camminato in tanti sopra senza avvedersene che li hanno o interrati bene bene o resi irriconoscibili. Riguardo alla lettera anonima del 1982 ovviamente ne ero al corrente ma ne ignoravo le modalità.
Ciao.

Anonimo ha detto...

Salute
Sono un profano dilettante, che però vi segue nella rete dove può. Ho una sola domanda, per adesso, che mi preme: vi è la certezza, riscrivo la certezza, che l'arma del 1968 sia la stessa del 1974, e poi a seguire, quella degli anni ottanta? Grazie

master ha detto...

Ciao

Non disponendo del materiale originale non si puo' che avere una "ragionevole" certezza, supportata da alcune deduzioni. Prima fra tutte quella che dimostrare la non identita' dell'arma ad un certo punto e' diventata una priorita' per la stessa accusa, che pero' evidentemente non ha trovato alcun appiglio tecnico per proporre una tale ipotesi. Oltretutto le caratteristiche del percussore sono particolari, ed e' veramente improbabile che ci possa essere stato un erorre di valutazione cosi' grossolano. Detto cio', facendo proprio il motto di San Tommaso, la certezza matematica io non ce l'ho, ma quasi...
Invece direi che l'identita' dell'arma per il periodo 74-85 sia fuori discussione

ciao

master ha detto...

Ciao Anonimo ;-)

Ti rispondo direttamente qui poiche' l'argomento e' di quelli tipici.
Io ovviamente non so come siano andate le cose riguardo al collegamento col delitto del 68, se non che esistoino appunto due versioni, quella di Spezi, che afferma di averlo saputo da Tricomi, e che parla dell'invio di un articolo di giornale con il famoso appunto, e quella ufficiale, che parla dell'intuizione del maresciallo Fiore.
Taluni vorrebbero suggerire che se il biglietto anonimo e' davvero arrivato, allora potrebbe esserci dietro la mano di qualcuno che puo' aver manipolato i famosi bossoli. E' un ipotesi che non posso confutare, ma che alcune deduzioni mi portano a scaertarla senza troppi patemi d'animo. Chi avesse inserito i bossoli nel faldone avrebbe anche dovuto falsificare i documenti peritali del generale Zuntini, e siccome questo nell'82 pare fosse ancora vivo e vegeto, dubito che la cosa sarebbe passata in cavalleria. Parliamo di macrofotografie vecchie di 15 anni, firmate una ad una dai periti, io credo che persino tony chicchiarelli avrebbe avuto seri problemi a falsificarle. Non sono sicuro se il senso della tua domanda fosse questo, in caso contrario aspetto conferme...

ciao

Anonimo ha detto...

Salute!
Non resisto e te lo invio! Mi hai sfruculiato il Tony della Duchessa e sono andato a vedere. Incredibile in quel periodo era a Perugia per un processo!!
Come non ti avessi scritto
Tanto per dire
Ciao

master ha detto...

Ciao

Ma va? Non perche' centri davvero qualcosa con questa storia, ma c'hai mica un riferimento preciso di questa trasferta giudiziaria del "pittore"?

Ciao

Anonimo ha detto...

Scusa, ma sono vacante!
Se non ricordo male ha a che fare con Moro1 come processo. Appena possibile vado in cerca di appigli più certi.
Ciao

Anonimo ha detto...

Non sarebbe malvagio ripassare un po' la grammatica italiana.

master ha detto...

Ciao Anonimo

Indubbiamente, del resto il blog e' aperto a contributi esterni, correzioni grammaticali comprese. Quindi se vuoi iniziare tu a segnalare gli svarioni sei il benvenuto.

Ciao

Anonimo ha detto...

Come mai questo e' l'unico caso in cui non si fa' ne si parla mai di dna, eppure servirebbe anche dopo anni e anni per via poma e' stato fatto dopo 20 anni qua' no ,i conti non tornano proprio e' stato accusato pacciani e altri fessi basterebbe cosi poco eppure non viene fatto il dna.

mostrologonapoletano ha detto...

ciao anonimo
io so,ma potrei sbagliarmi,che le pochissime tracce che lascio' l'assassino sui luoghi dei delitti non contenevano materiale dal quale potesse essere estratto il DNA e poi all'epoca dei primi delitti non venivano neanche recintate le aree,anzi la scena del crimine poteva essere alterata dagli stessi uomini delle forze di polizia che arrivavano per primi,dai giornalisti,dai curiosi.
Secondo me è stato combinato un bel casino in tutta la vicenda,all'epoca non si era preparati come oggi (anche se in paesi avanzati le forze di polizia son preparate meglio che da noi)e in questo casino ha sguazzato il vero mostro.

gipdanton ha detto...

Ciao
ieri sera ho visto su sky un episodio sul mostro di Firenze e questa mattina ho cercato su internet di approfondire l'argomento .
Ti faccio i complimenti per il sito , veramente ok.
A proposito dell'episodio su sky ,volevo chiederti una cosa ,che sicuramente e' una cretinata.
ierisera la prima cosa che ho pensato riguarda Natalino Mele . Inizialmente avevo capito che il bambino era in pratica un neonato che dormiva sul sedile posteriore ,mentre invece era un bambino di 6 anni e mezzo , che sicuramente ha visto qualcosa .
Sconvolto da tutto questo potrebbe essere lui il colpevole ? Probabilmente non c'entra niente , ( francamente non so cosa abbia fatto in seguito il ragazzo )ma potrebbe essere un motivo scatenante per un comportamento così cruento . Ciao e scusa se ti ho rotto con le mie fantasie
gipdanton