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domenica 29 marzo 2009

Scena del crimine 21 Agosto 1968



Tra le 0:15 e le 00:30 del 22 Agosto

Barbara Locci, 30 anni casalinga, il figlio di lei Natalino Mele di 6 anni, e Antonio Lo bianco, 29 anni, manovale sposato con tre figli, escono dal cinema Michelacci sito nell'omonima piazza di Signa

ore 2:00

Il piccolo Natalino Mele suona alla porta dell'abitazione de Felice. Ai piedi indossa solo i calzini e chiede al padrone di casa di farlo entrare perche' la madre e' morta

ore 3:15 circa del 22 Agosto

Il piantone della caserma di Porto san Pietro, accompagnato dal De Felice e dal vicino di casa Marcello Manetti, e seguendo le indicazioni del bambino, si mette alla ricerca dell'auto con a bordo i cadaveri della coppia. Dopo qualche giro a vuoto i tre rinvengono  la Giulietta del Lo Bianco.

ore ? (3:30?)

Arrivano sul posto i CC della tenenza di Signa
con il maresciallo Ferrero

ore 5.00 circa del 22 Agosto

Arrivano sul posto il colonnello Dell'Amico e il sostituo procuratore Caponnetto

ore 6:30 del 22 Agosto

Il magistrato chiude il verbale di sopralluogo del PM



In una stradina interpoderale che da' su via di Castelletti, a poco piu' di 1 km dal cimitero di Signa, e a 100 metri dal bivio per Comeana, e' parcheggiata una Giulitta AlfaRomeo 1300 bianca con l'indicatore di segnalazione destro acceso. Lo sportello passeggero posteriore, quasi addossato all'attiguo canneto, e' socchiuso, il finestrino sinistro anteriore leggermente abbassato e quello posteriore abbassato per meta'.


Fig.1

All'interno, seduto quasi compostamente sul sedile di guida che ha lo schienale alzato, c'e' il cadavere di Barbara Locci. Il corpo del Lo Bianco e' invece sdraiato sul sedile passeggero completamente reclinato, con una gamba che rimarrebbe incastrata sotto il corpo della donna (Escussione colonnello Dell'Amico 26 Aprile 1994) Sulla gamba sinistra dell'uomo viene inoltre evidenziato del sangue (sangue che pero' non e' noto se sia dell'uomo o della donna)



Fig.2








La donna e' stata attinta da quattro colpi calibro 22 al dorso. Uno alla spalla sinistra e tre all'emitorace sinistro, lungo una linea che va dalla scapola sinistra fino alla base diaframmatica ad altezza della zona lombare sinistra. Dall'esposizione sul suo referto fatta dallo stesso professor Montaldo nel processo Pacciani:"
Il corpo della signora Locci era stato raggiunto da 4 colpi a proiettile unico.
Sembrerebbero colpi esplosi in rapidissima successione perche' l'area interessata non appare troppo estesa. Colpi con orientamento univoco dal basso verso l'alto e da sinistra verso destra. 1)Colpo penetrato in corrispondenza della spalla sx, faccia posteriore, e tramite con proiettile ritenuto nel cavo articaolare.
2)Altro colpo in corrispondenza dell' emitorace posteriore sn. all'altezza del 6 spazio intercostale. Tramite con uscita in corrispondenza dell'emitorace dx a 6 cm dal margine inferiore della clavicola e a 3 cm dalla medio sternale, che lede l'atrio di sinistra, l' arteria polmonare di sn e il polmone dx Questo e' il colpo mortale e devastante-
3)Altro colpo penetrato in corrispondenza della base dell'emitorace sn. Attraversata la decima costa lede il pancreas e la piccola ala del fegato con tramite leggermente obliquo da basso verso l'altro e da sinistra a destra, fuoriuscito sulla parete anteriore al confine tra tratto toracico e tratto addominale.

4)Quarto colpo entrato sul limite tra regione toracica e regione lombare sn, con lieve obliquita' dal basso verso l'alto e da sn a dx. Il tramite interessa a tutto spessore il corpo della seconda vertebra lombare da cui poi viene probabilmente deviato arrivando a ledere l'antro dello stomaco e la grande ala del fegato. Proiettile ritenuto nel sottocutaneo in corrispondenza dell'ottava costa di destra". I colpi sono stati portati tutti a distanza superiore ai 40cm

Non ci sono ferite da taglio, mentre presenta una sottile abrasione al collo ricondotta allo strappo violento della catenina che in parte giace a terra spezzata (un frammento rimase attaccato alla ferita).
Il referto autoptico sull'uomo fu stilato da diverso medico legale: il dottor Grazioso:

"La morte risale circa a 36 ore prima della verifica autoptica effettuata la mattina del 23 agosto, e fu causata da lesioni polmonari e spleniche con conseguente emorragia pleurica e peritoneale da colpi da arma da fuoco a proiettile unico.
I colpi che hanno raggiunto il Lo Bianco sono stati 4. Di questi uno ha interessato l'avambraccio sn mentre gli altri 3 hanno interessato il braccio sn e l'emitorace sn in regione costale, decorrendo con direzione obliqua dall'alto al basso e da sinistra a destra.
Dei due entrati in cavita' toracica uno ha interessato milza e stomaco, mentre l'altro un polmone, entrambi con esito mortale.

Poiche' non si sono riscontrati segni di affumicatura bruciatura o tatuaggio i colpi sono stati sparati a distanza, ovverosia oltre i 40 cm. La morte e' certamente avvenuta in breve tempo per l'interessamento della cavita toracica con lesione alla milza allo stomaco e al polmone sn. Almeno uno dei colpi ha attraversato il braccio attingendo la regione ascellare". Ha i pantaloni slacciati e il piede sinistro e' scalzo (Risulterebbe che la scarpa fosse addossata allo sportello di guida chiuso, tanto che nel verbale di sopralluogo sarebbe stato annotato che questa ruzzolo' all'esterno non appena un carabiniere apri' la portiera. G.Alessandri, La leggenda del Vampa).









Nella ricostruzione svolta dai periti in piu' riprese nel tempo risultera' che il primo ad essere stato colpito fu il Lo Bianco mentre i due amanti forse erano ancora l'una sull'altro. La Locci probabilmente fu colpita mentre si era sollevata e stava cercando di aprire lo sportello. Il corpo della donna sarebbe stato successivamente spostato sul sedile di guida e parzialmente rivestito. Secondo quanto riportato dalla sentenza di primo grado al processo Pacciani: l'assassino ricompone entrambi i cadaveri, in particolare quello della donna, togliendola da sopra al Lo Bianco, tirandole su le mutandine che erano abbassate, e cercando di coprire le gambe con la veste.
Si accertera' inoltre che i colpi raggiunsero la coppia dal lato sinistro anteriore dell'auto, forse dallo sportello aperto, e con poca inclinazione.

Esternamente vengono repertati tre bossoli (Fig.5) winchester calibro 22 LR con l'H stampata sul fondello, altri due verranno rinvenuti successivamente nel vano posteriore dell'auto, tra spalliera e sedile del divanetto, quando questa e' gia' nel parcheggio della caserma.

                                               I due bossoli rinvenuti sul sedile posteriore

                                                   Perizia 1987: Bossoli repertati nel 1968

 Il perito balistico, Generale I. Zuntini, stabilira' che a sparare e' stata molto probabilmente una beretta long rifle mod 73 o 74 costruita nel 1959, ma non in perfette condizioni come mostra ad esempio il percussore sbeccato e la  deformazione dei bossoli dovuta ad una molla di recupero ammorbidita dal tempo (Valutazioni in parte smentite dalle perizie comparative eseguite negli anni '80).
Tutti i colpi repertati sono a palla ramata e presentano le stesse microstrie indicando che sono stati sparati dalla medesima pistola.




Fig.5







Fig.6




All'interno dell'auto viene rinvenuta, tra il sedile e il montante dello sportello lato passeggero, la borsa aperta  della Locci, tanto da far pensare che fosse stata frugata anche se non risulto' vi fosse stato asportato alcunche'. Nell'auto viene inoltre rinvenuto il portapatente del Lo Bianco contenente  un "calendarietto da barbiere raffigurante donne discinte" (Stranamente pero' non si parla della patente )




Fig.7




La testimonianza del bambino. Il piccolo Natalino Mele, sollecitato dagli inquirenti, fornira' nel tempo racconti molto diversi l'uno dall'altro. Certo e' che il piccolo deve aver subito il peggior trauma che si possa immaginare, e che quindi le sue dichiarazioni non possono essere prese come fondamenta per costruire alcuna ipotesi realistica dell'accaduto. Del resto la cronologia dei cambi di versione, le parole usate con i primi soccorritori e il ricordo serbato in eta' adulta, possono darci qualche indizio su quello che si puo' essere realmente verificato.
Alle 2:00 del mattino Natalino Mele, al de Felice che si e' affacciato alla finestra, dice:(cit. Rapporto giudiziario del 1968 riportato virgolettato da Filasto in Storia delle Merende Infami)

"Aprimi la porta perchè ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perchè c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina."

Il primo elemento comunicativo che fornisce il bambino riguarda il suo stato fisico e non interiore, non piange  a dirotto ne  mostra segni di panico pur essendo ovviamente impaurito. Il riferimento al sonno implica un cedimento all'iniziale stress emotivo che ha avuto il suo apice quasi due ore prima (l'ora della morte della madre viene fatta risalire alla mezzanotte e mezza). Apparentemente lo sforzo fisico sembra aver preso il sopravvento su quello mentale, forse indicando che effettivamente possa aver fatto quel tragitto di due chilometri a piedi da solo. Per confutare questa eventualita' i Carabinieri faranno notare che non solo il bambino non mostra alcun graffio ma neppure i calzini sembrano in condizioni tali da giustificare il lungo cammino a piedi. Secondo la'vvocato Filasto' invece, citando almeno tre testimonianze dibattimentali del 1970 (data del primo processo al Mele), le condizioni dei calzini del bambino sarebbero state compatibili con un lungo percorso a piedi.
D'altro canto all'epoca gli investigatori nutrirono da subito una certa perplessita' sulla possibilita' che il piccolo avesse percorso il viottolo da solo, e questo per il percorso accidentato fatto al buio in condizioni decisamente disagevoli . Del resto la tranquillita' e sicurezza che il Natalino mostro' successivamente nel riportare sempre, e in modo congruente, lo stesso racconto, fece ritenere fino almeno al 24 Agosto che stesse proprio dicendo la verita'.

Il secondo elemento che viene espresso e' quello del "babbo malato". Sebbene un riferimento all'unica figura familiare su cui puo' contare sia facilmente spiegabile, non sembra chiedere al De Felice di portarlo dal padre ma piuttosto informarlo che il padre e' malato a letto. Qualche dubbio che quelle precise parole gli siano state suggerite in quelle due ore di buco potrebbe sorgere.
Il "babbo malato" potrebbe quindi essere un suggerimento esterno, ma potrebbe anche essere il modo con cui la madre abbia precedentemente cercato di convincere ill bambino del perche' con loro quella sera al cinema ci fosse il Lo Bianco piuttosto che il padre. Una litania che quindi sarebbe rimasta impressa nella mente del piccolo Mele, e riportata automaticamente dopo il fatto, o il preciso intento di qualcuno che con quelle parole voleva suggerire attraverso il bambino sin da subito un alibi per STefano Mele

Nel prosieguo del verbale il De Felice riferisce altre dichiarazioni recepite dal bambino nell'immediatezza del fatto: (cit)

"Era buio, tutte le piante si muovevano, non c'era nessuno. Avevo tanta paura. Per farmi coraggio ho detto le preghiere, ho cominciato a cantare la tramontana... La mamma e' morta, e' morto anche lo zio. Il babbo e' a casa malato."

Il bambino specifichera' anche di aver stretto la mano della madre, e di aver capito proprio in quel momento che fosse morta.
La descrizione lineare, arricchita dal transfert delle proprie emozioni su elementi reali che lo circondano (gli alberi che si muovono) sembra decisamente genuina, e difficilmente in quello stato potrebbe essere riuscito a dissimulare la presenza di altre persone mantenendo tutti quei particolari, compreso il riferimento all'aver stretto la mano della madre morta.
Permane come unico elemento a se stante il riferimento al "babbo malato", che sembra quasi un aggiunta forzata nel racconto, un ritornello.

Il giorno 23 Natalino Mele viene affidato agli zii paterni, che nell'84 il giudice Rotella scoprira' aver fatto notevoli pressioni sia sul padre che sul figlio affinche' la famiglia non venisse coinvolta nella faccenda. Purtroppo non sono riuscito per il momento a ricostruire la cronologia delle dichiarazioni del bambino tra questi primi racconti e quello ultimo che il 24 Agosto mettera' definitivamente Stefano Mele con le spalle al muro. Il 25 Agosto, dopo l'ammissione fatta ai CC durante la ricognizione dei luoghi del giorno prima, e quando ancora Stefano Mele continua ad accusare Francesco Vinci e Carmelo Cutrona, il piccolo Mele dice al magistratoche a portarlo fino alla casa del De Felice e' stato in realta' il padre, e questo era gia' a fianco a lui nel momento in cui si sveglio' dopo gli spari.

Nei successivi colloqui con i CC fatti quando era stato gia affidato da settimane all'istituto per l'infanzia, il bambino avrebbe accennato alla presenza di uno zio Piero, poi identificato in Piero Mucciarini, marito della sorella di Stefano Mele. Quest' allusione sarebbe proprio all'origine delle pressioni fatte nel 1982 dai Mele-Mucciarini sia sul padre che sul bambino, affinche' il nome dello zio Piero rimanesse fuori dalle indagini.

Oramai adulto, Natale Mele dchiarera' di non ricordare nulla se non le stesse cose che gia' aveva riferito in casa del De Felice a poche ore dal verificarsi dell'omicidio.

Un ipotesi. Come abbiamo visto la versione odierna di Natale Mele e' tornata a quella originale, ed apparentemente oggi egli non ha motivo di mentire in modo esplicito. Alcuni, anche atorevolmente, suggeriscono che nel tempo si possa essere verificato un fenomeno di rimozione, e sebbene non possa certamente confutare questa possibilita', registro che in realta' il giovane Mele sembra ricordare piuttosto bene molti particolari di quella sera, diversamente da quanto invece dovrebbe avvenire in caso di una rimozione cosi' radicale.
Potrebbe magari non ricordare un ombra percepita di sfuggita nel momento del risveglio, un ombra a cui forse a breve tempo dal fatto aveva dato il volto proprio di quello zio Pietro sopracitato. Il bambino quindi potrebbe aver associato un elemento della sua quotidianita' a qualcosa di sfuggevole e non decodificabile come un ombra appunto. Di congettura in congettura veniamo ai racconti di Stefano Mele. Nel mare magnum dei verbali dell'uomo, l'unico particolare che sembra rimanere saldo e' quello in cui asserisce di essersi mosso con la sua bicicletta da casa per cercare moglie e figlio che tardavano, salvo poi cambiare versione quando gli viene contestata l'incongruenza dei tempi dicendo che il suo "complice " sarebbe arrivato nella casa di Lastra dopo l'uscita della Locci. Probabilmente questo e' invece l'unico scampolo di verita' di tutte le sue dichiarazioni, cosa che mi porta a pensare che in realta' Stefano Mele quella sera non abbia incontrato nessuno, ma bensi' che si sia messo alla ricerca della moglie trovandola in uno dei tanti luoghi da questa frequentati per le scappatelle di rito.
Il tempo di ritrovamento potrebbe essere stato accelerato, come fu per i Carabinieri, dalla freccia lasciata accesa, che magari proprio l'assassino ha attivato con l'intento di rendere piu' veloce la scoperta dell'auto essendosi reso conto della presenza del bambino.
Il Mele, giunto sul posto, avrebbe gia' da subito sospettato degli ex amanti della moglie, cosa che gli sarebbe stata suggerita anche dall'assenza del figlio probabilmente portato via da qualcuno che era da questo conosciuto. Sarebbe secondo questa ipotesi stato poi il Mele a rivestire la donna per evitare che fosse vista e magari fotografata in quello stato, recandosi subito dopo a casa nella speranza che chi aveva commesso quel macello gli riportasse a breve il figlioletto. Invece il bambino era arrivato da solo fino a Sant'Angelo, ma poiche', secondo quanto ci dice lo Spezi, la casa di fronte a quella del De Felice era abitata da un amico di Salvatore Vinci (NB circostanza vera ma che in realta' riguarderebe un periodo temporale succssivo all' Agosto 68 ), e' possibile che il Mele abbia collegato le due cose  e si sia percio' convinto che fosse proprio il Vinci il responsabile. Perche' allora confessare? Non esiste una risposta ineccepibile a questa domanda, ma considerando la personalita' dell'ometto in questione, da una vita succube prima della famiglia, poi dalla Locci, e costantemente deriso dai compaesani, l'aver vestito per un momento (peraltro molto breve) i panni dell'uomo che sa far rispettare il proprio onore anche con il sangue potrebbe averlo spinto ad accettare le pressioni degli inquirenti affinche' confessasse.

Si tratta solo di un ipotesi che cerca di far quadrare le tante anomalie di questa vicenda, un ipotesi che pero' spiegherebbe l'inconsistenza dei tentativi degli anni 80 di dare un nome al mostro seguendo quella che in fin dei conti era l'unica strada ragionevole da battere dopo il collegamento dell'82.

sabato 28 marzo 2009

Parte seconda



-La pista sarda-



Erano circa le 24:00 di Mercoledi' 21 agosto 1968, e mentre l'armata rossa invadeva la Cecoslovacchia mettendo fine alla primavera di Praga, una coppia usciva dal cinema Michelacci di Signa dopo aver assistito alla proiezione serale del film "nuda per un pugno d'eroi", una pellicola giapponese in cui si narravano le peripezie di un infermiera costretta a barcamenarsi tra stupri e sofferenze in un ospedale da campo durante la guerra.
.
La coppia e il bambino montarono su una giulietta bianca parcheggiata li vicino, incamminandosi lungo la strada per Lastra a Signa dove la donna abitava e dove avrebbe dovuto ritornare a breve. Poi, approfittando del fatto che il bambino si era addormentato sul sedile posteriore, decisero di cambiare strada imboccando via di Castelletti, per fermarsi infine in una stradina di campagna a un chilometro dal cimitero di Signa e poco oltre il bivio per Comeana.
Mentre i due amanti erano gia' l'una sull'altro, forse sdraiati sul sedile passeggero reclinato, qualcuno sbuco' da dietro l'attiguo canneto impugnando una beretta calibro 22 ed apri' il fuoco sulla coppia dallo sportello anteriore sinistro. Il primo ad essere colpito fu' l'uomo, che ricevette 4 proiettili al braccio e all'emitorace sinistro morendo sul colpo. La donna tento' forse di aprire lo sportello destro, ma venne colpita anch'essa da altri 4 proiettili e si accascio' ormai morta sul compagno .
Alle 2:00 del mattino, in una casa su via del Vingone sita a poco meno di 2km da dove era parcheggiata la giulietta, qualcuno suono' il campanello del signor De Felice. Costui si affaccio' immediatamente dato che era ancora sveglio a causa del figlio piu' piccolo che non riusciva a prendere sonno, e fuori, davanti alla porta, vide che c'era solo un bambino scalzo che gli chiedeva di farlo entrare. Disse il bambino: "Aprimi la porta perchè ho sonno, ed ho il babbo ammalato . Dopo mi accompagni a casa perchè c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina."

Superato lo shock iniziale che una tale scena surreale gli aveva procurato, l'uomo fece entrare il piccolo prestandogli i primi soccorsi e chiedendogli cosa fosse successo. Il bambino riferi' stentatamente qualcosa a proposito dell'essersi svegliato all'improvviso e di aver stretto la mano della madre capendo che era morta, di essere poi uscito piangendo dal finestrino posteriore rimasto aperto e di aver vagato sulla strada guidato fin li' dalla luce accesa nella camera del figlio del De Felice.

Mezz'ora dopo, insieme al bambino che diceva di chiamarsi Natalino, i Carabinieri cominciarono a cercare il luogo dove era parcheggiata l'auto, trovandola dopo pochi chilometri di strada e qualche giro a vuoto. La giulietta del resto era ben visibile a distanza nonostante il buio della campagna perche' la freccia destra era rimasta stranamente accesa. Effettivamente sull'auto c'erano i cadaveri di due persone, identificati in breve come Barbara Locci, 29 anni casalinga, ed Antonio Lo Bianco, 28 anni manovale. Il bambino, Natalino Mele, era il figlio della donna che evidentemente quella sera non era uscita con il marito...
Alle 7:00 del 22 Agosto i Carabinieri si presentarono a casa di Stefano Mele gia' sospettando che quell'omicidio fosse potuto scaturire dal piu' classico dei motivi passionali... il tradimento.

Al primo colpo di campanello il Mele, gia' vestito di tutto punto e con le mani sporche di grasso, si affaccio' dalla finestra quasi di scatto, e aperta la porta mostro' subito molta apprensione giustificandola con il mancato ritorno della mofgli e del figlio di cui non sapeva piu' nulla dalla sera prima.
Riportato in caserma il giorno successivo, dopo 10 ore di interrogatorio, il Mele confessera' il duplice omicidio... ma chi erano Stefano Mele e Barbara Locci? E quella confessione quanto si dimostro' affidabile nel tempo?

Stefano Mele sul finire degli anni 50 si era trasferito a Scandicci al seguito della famiglia guidata dal patriarca Palmerio, emigrati dal paesino sardo di Fondorgianus in cerca di condizioni di vita migliori. In Sardegna Stefano aveva conosciuto la miseria nonostante il lavoro di pastore, una condizione che solo in parte aveva migliorato con l'arrivo in Toscana dove si era messo a fare il manovale edile. Si trattava di un ometto debole psicologicamente e non troppo saldo sulle gambe, ma in fin dei conti un lavoratore che riusciva a portare a casa la pagnotta e soprattutto uno facile da tenere a bada. Ed e' cosi' che si era sposato con una ragazza sua conterranea, emigrata dalla Saqrdegna in val di Pesa nello stesso periodo, Barbara Locci, molto piu' giovane di lui ed anche molto piu' scaltra.
Qui la donna comincio' in piena liberta' a frequentare altre persone della comunita' sarda e non solo, fin quando non venne in contatto con un altro emigrante del suo paese, Salvatore Vinci, giunto a Signa nel 1960 con il figlioletto Antonio dopo che la sua giovane moglie si era suicidata con il gas. Piu' che per motivi economici Salvatore pare fosse dovuto emigrare per le conseguenze di una presunta relazione extraconiugale della giovane moglie che era poi sfociata in un misterioso suicidio della ragazza. Si sa' che in questi casi e' buona cosa non sfidare la sorte e il codice non scritto di quella terra, cosi' l'uomo penso' bene di cambiare aria e raggiungere il continente. Salvatore, che si era messo a fare il manovale pure lui, quando incontro' Barbara trovo' finalmente la donna che poteva soddisfare pienamente la sue attitudini, anche quelle in tema di sesso che l'uomo perseguiva con comportamenti complessi non disdegnando i rapporti di gruppo, o almeno cosi' dira' una sua futura compagna durante una testimonianza degli anni '80.
Ma la particolarita' piu' curiosa di quel sodalizio era il ruolo svolto dal Mele che non solo non dimostrava alcuna gelosia, ma addirittura, secondo quanto lui stesso riferira' nel 1985, partecipava ai giochi erotici dei due amanti, tanto che fu lui stesso a proporre a Salvatore di venire a vivere sotto lo stesso tetto (cit. Dolci Colline di Sangue. M.Spezi). Per la donna quella situazione a tre era diventata intollerabile e presto taglio' i ponti con l'amante trovando prima un sostituto in un tal Cutrona, un outsider di origini siciliane, poi addirittura nel fratello di Salvatore, Francesco Vinci. Con Francesco, che all'epoca aveva appena 24 anni ma che gia' era sposato con prole, alla donna piaceva farsi vedere tra i tavoli del locale bar dei sardi di Prato, frequentato gia' dal 66 da personaggi del calibro di Mario Sale e Giovanni Farina. Francesco, che con l'anonima sequestri non verra' mai dimostrato vi avesse avuto a che fare, era infatti attratto da quell'ambiente, e ben presto comincio' a percorrere una strada parallela fatta piu' che altro di furti e rapine. Il rapporto ando' avanti a singhiozzo fino all'estate del '68, quando la donna comincio' a frequentare un altro giovane di origini siciliane, Antonio Lo Bianco, lo stesso giovane con cui trovo' la morte la sera del 21 agosto appena poche settimane dopo il loro primo incontro.

Durante l'estenuante interrogatorio del 23 Agosto, il Mele, che inizialmente si proclamo' innocente confermando i sospetti degli inquirenti sui vari amanti della moglie, arrivo' alla confessione accennando a particolari che apparentemente solo chi fosse stato presente sulla scena del crimine poteva conoscere. In particolare riferi' della freccia lasciata accesa, della scarpa che il Lo Bianco aveva persa durante la sparatoria e il fatto che la donna fosse stata in parte rivestita dopo essere stata uccisa. Quei particolari , non ultimo il numero di colpi sparati, rappresentavano per gli inquirenti la certificazione necessaria a sostenere senza ombra di dubbio la responsabilita' dell'uomo indipendentemente dal modo con cui si era arrivati all'ammissione di colpa.
Stefano fu caricato su di un auto dei Carabinieri in modo da effettuare la ricostruzione di come avesse eseguito l'omicidio, ma proprio da questo momento comincio' un iter sconcertante fatto di imprecisioni, ritrattazioni e accuse che caratterizzeranno tutte le vicende successive. Da subito non fu in grado di condurre gli investigatori sul luogo, tanto che esasperati ce lo dovettero portare loro dopo aver vagato a vuoto seguendo le sue confuse indicazioni. Giunti finalmente nella stradina di Castelletti, dove era stata parcheggiata una giulietta simile a quella del Lo Bianco, gli misero in mano un arma perche' mostrasse in che modo aveva sparato. Se l'arma fosse stata carica il Mele si sarebbe sicuramente sparato su un piede. Per fortuna non lo era e dopo una scenetta quasi comica comincio' a puntare la canna dal finestrino posteriore sinistro simulando i colpi verso la coppia. La mancanza di una perizia comparativa (o meglio il non aver valutato quella ricostruttiva del perito Zuntini) allora non permise, come fu fatto successivamente, di smentire quella dinamica dove i colpi erroneamente venivano portati dal finestrino posteriore e non dallo sportello anteriore aperto, cosi' per qualche ora ancora gli inquirenti sperarono di aver risolto il caso senza troppi intoppi.
I dubbi pero' cominciarono ad emergere con forza subito dopo, quando gli si chiese dove avesse trovato l'arma e soprattutto dove l'avesse nascosta dopo il fatto. E' a questo punto che l'uomo, di fronte ai poliziotti esterrefatti, ritratto' in parte la confessione puntando il dito contro Salvatore Vinci, l'ex amante della Locci. Disse che in realta' quella sera lui era uscito da casa in bicicletta e giunto nella piazza di Signa aveva incontrato Salvatore al quale aveva riferito la situazione. Questo per tutta risposta gli aveva proposto di farla finita con la moglie e che quella era l'occasione giusta per sbarazzarsene. Disse di avere con se una piccola pistola e che avrebbero raggiunto gli amanti con la sua fiat 600 per poi assassinarli. Il Mele avrebbe quindi accettato recandosi con il Vinci presso il cinema da dove avrebbero successivamente pedinato gli amanti fino al Vingone. L'arma pertanto l'aveva fornita il complice e lui, dopo aver sparato, l'aveva gettata sulle sponde del torrente. Cosicche' il 24 mattina un piccolo esercito di poliziotti, armati di tanta pazienza, si mise a dragare i fanghi del fiume in maniche di camicia, mentre Salvatore Vinci veniva convocato in caserma per dare spiegazioni e per sostenere un eventuale confronto con il Mele.
Salvatore Vinci davanti ai giudici respinse ogni accusa, fornendo un alibi inattaccabile presentato da ben due testimoni, Nicola Antonucci e Silvano Vargiu, che la sera dell'omicidio dichiararono di essere stati con lui in un bar di Prato e di essere poi tornati tutti assieme a Briglia intorno alla mezzanotte e mezza. Nonostante l'alibi fosse confermato e che della pistola tra i fanghi del Vingone non ci fosse traccia, si decise comunque di eseguire il confronto al quale assistettero tutti gli inquirenti, compreso l'allora tenete Dell'Amico e il giovanne sostituto Caponnetto. Ci volle solo qualche occhiata del Vinci perche' Stefano Mele ritrattasse tutte le accuse buttandosi ai piedi dell'"amico" per chiedere perdono, ma Salvatore non fece in tempo ad uscire dall'aula che l'ometto, recuperate rapidamente le forze, aveva gia' coinvolto un altra persona, Francesco Vinci. Tenendo immutato il racconto precedente, si limito' a cambiare il nome del complice aggiungendo qualche particolare, tra cui l'uso del motorino di Francesco per raggiungere le vittime e che questo, dopo aver sparato , perche' lui non ne era stato capace, aveva riposto la pistola nel porta oggetti della lambretta. Furono pero' proprio quei particolari a sgretolare nuovamente la soluzione del caso tra le mani dei magistrati, sia perche' si appuro' che quell'arma in quel vano non ci sarebbe mai potuta entrare, sia perche' fu' accertato che in quei giorni il motorino di Francesco Vinci era in riparazione in un officina.
Nel bailamme di quei giorni, parallelamente agli interrogatori del Mele, si era cercato di "sollecitare" la memoria del piccolo Natalino che dal giorno successivo il delitto era stato affidato alla cura degli zii paterni. Il bambino, traumatizzato all'inverosimile da quello che gli era successo, aveva inizialmente detto di non aver visto nessuno, poi, il 24 Agosto, esortato nuovamente dai CC a dire la verita' racconto' che alla casa del De Felice lui non c'era arrivato da solo ma a cavalcioni del padre. Intorno al 26 Agosto Stefano Mele si arrese dichiarando di essere l'unico esecutore dell'omicidio e scagionando definitivamente tutte le persone coinvolte fino a quel momento.

Al processo in corte d'Assise del Marzo '70, il Mele tento' ancora una volta di ritrattare ripetendo con fermezza le sue precedenti accuse a Francesco Vinci, ma consigliato dai suoi avvocati fece l'ennesima marcia indietro riaffermando la propria colpevolezza, e, sebbene ci fossero molti dubbi che potesse aver fatto tutto da solo ,venne alla fine condannato. come unico esecutore del duplice omicidio Alcune testimonianze in particolare avevano ancor piu' reinsaldato quei dubbi, soprattutto quelle di un tal Barranca che in occasione di un suo tentativo di approccio con la Locci si senti' dire che non fosse il caso poiche' qualcuno con un motorino la stava seguendo. L'uomo, tornato alla carica poco dopo, aveva raccolto dalla donna una dichiarazione ancora piu' esplicita: "lo sai che ci potrebbero anche sparare mentre siamo in macchina?" Per il Barranca quella frase fu piu' che sufficiente per farlo desistere definitivamente, anche perche' quello non era un ambiente dove si potesse scherzare con le donne degli altri. Lo stesso Francesco Vinci, che al dibattimento ammise indirettamente di aver pedinato la Locci dopo che questa l'aveva lasciato, racconto' di averla vista un giorno alle cascine di Signa in atteggiamenti particolari con un tizio sconosciuto (ce lo racconta l'avvocato Filasto' nel libro Storia delle Merende infami, citando un estratto del processo: Francesco Vinci dice: "Tengo a precdisare di non aver mai seguito Barbara Locci, ma di averla vista per caso una volta alle cascine in compagnia di un tale che stava compiendo su di lei degli "atti". Non so' esattamente chi fosse, io lo conoscevo come tal Francesco").
Sembravano tutti indizi che portassero ad una seconda persona interessata alla sorte della donna e che avrebbe potuto essere il vero complice del Mele, ma rimasero sempre e soltanto indizi che non compromisero il rapido escursus della condanna al Mele.
In secondo grado l'impianto accusatorio fu confermato con l'aggiunta del riconoscimento della semi infermita' mentale, di cui pero' i giudici sembrarono non tenere conto al momento della definizione della pena. Venne anche respinta la richiesta della difesa di riaprire le indagini in seguito al recupero della testimonianza di tal Claudio Conticelli, che aveva gia' riferito "di aver visto più volte Francesco Vinci allenarsi al tiro con la pistola in aperta campagna." Quando il processo arrivo' in cassazione, la corte rinvio' l'appello per cio' che concerneva la sola determinazione degli anni da scontare e per qualche oscuro motivo procedurale il rinvio si tenne a Perugia. Nel 1973 il tribunale di Perugia confermo' la condanna per omicidio stabilendo una pena di 14 anni da espiare nel carcere di Firenze.

Parte prima --------------------------------------------------- Parte terza