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venerdì 22 maggio 2009

Parte quarta


Il Commiato



Mentre la Procura era intenta nel perseguire i nuovi obiettivi investigativi , il tribunale del riesame , il 12 ottobre 1984, fece scarcerare Giovanni Mele e Piero Mucciarini. La pista sarda non si era pero' estinta ancora del tutto e a finire sotto i riflettori delle indagini dei Carabinieri questa volta fu Salvatore Vinci. Subito dopo l'omicidio del 29 Luglio 1984, l'uomo aveva subìto una perquisizione che aveva portato al rinvenimento di uno strano straccio coperto di macchioline rosse nascosto dentro una borsetta da donna . Lo straccio presentava anche una sbavatura di polvere nera che sembrava essere stata causata dalla pulitura di un arma da fuoco. Il reperto fu peritato nella primavera del 1985. Si appuro' che le macchie fossero di sangue e di due gruppi distinti, 0 e B, mentre la polvere era effettivamente costituita da residui dello sparo. Quel sangue non pote' pero' essere correlato ad alcun delitto in quanto non fu possibile confrontarlo con quello delle vittime dell'83 e precedenti, poiche' di questo non ne era stato conservato alcun campione. Il 12 Giugno 1985 il giudice Rotella ebbe l'ennesimo colloquio con Stefano Mele. Stefano , come aveva gia' fatto per i precedenti sospettati, comincio' ad accusare Salvatore Vinci per il delitto del 68. Il Vinci non venne comunque arrestato, ma si comincio' a tenerlo sotto stretta osservazione continuando a verificare gli aspetti meno chiari del suo possibile coinvolgimento, primo fra tutti l' l'alibi dell'epoca. La Polizia intanto, a Febbraio dell'85, aveva ricevuto alcune indicazioni di sospetto su un altra persona, Giovanni Calamosca, proprio lo stesso nella cui casa era stato arrestatao Francesco Vinci nell' Agosto dell'82. Il signor Rontini aveva infatti raccolto alcune voci che parlavano del possesso da parte del Calamosca di una beretta calibro 22, vista sporca di sangue nelle sue mani da ben tre testimoni oculari. Nel giro di un mese quella pista si dissolse completamente, sebbene i testimoni fossero stati trovati ed avessero confermato la circostanza. Nella perquisizione del febbraio 85 a casa del Calamosca non era stato rinvenuto nulla, e si disse che i tre testimoni avessero piu' di un motivo di risentimento nei confronti del sospettato. (La repubblica 7 Aprile 1985)

Per l'estate del 1985 gli inquirenti credettero dunque di essere pronti a stringere la rete intorno all'assassino nel caso questo fosse tornato a colpire, e si trovarono nella ben poco invidiabile condizione di dover sperare che non venissero commessi altri delitti pur sapendo che quello era l'unico modo per catturarlo. Se i cadaveri fossero stati scoperti abbastanza in fretta c'erano buone possibilita' che le perquisizioni riuscissero a fare emergere delle tracce consistenti, inchiodando finalmente l'uomo che li aveva tenuti in scacco da oltre 15 anni.
L'opportunita' di mettere in atto il piano purtroppo arrivo' il 9 settembre 1985 alle ore 14:00 c.a, quando un cercatore di funghi di San Casciano si imbatte' in due piedi che sbucavano dal fogliame di una piazzola attigua a via degli scopeti, all'altezza del civico 124.
Alle 14:30 una pattuglia dei Carabinieri era gia' sul posto, seguita a ruota da ondate multiple di colleghi provenienti praticamente da ogni altro corpo delle forze dell'ordine, un vero e proprio esercito che da subito blocco' la zona per un raggio di 2 chilometri impedendo per la prima volta l'accesso anche ai giornalisti . L'area della piazzola fu cordonata in modo che la scena fosse disponibile ai soli tecnici della Polizia scientifica, mentre gruppi delle unita' cinofile cercavano di ritrovare il percorso a ritroso che l'assassino poteva aver compiuto durante la fuga.
Nella piazzola, a margine del lato che dava sulla strada, c'erano una tenda ed una golf bianca parcheggiata a brevissima distanza. Dentro alla tenda, sdraiato su un fianco, venne rinvenuto un secondo cadavere: quello di una ragazza che l'assassino aveva martoriato nello stesso modo della volta precedente. I due giovani furono identificati dai rispettivi documenti come Nadine Mauriot , 36 anni, e Jean Michel Kraveichvilj , 25 anni, due turisti francesi che dal Venerdi' precedente si erano accampati in quel luogo, ultima tappa di una vacanza in Italia iniziata tre giorni prima in Liguria.
Le prime dichiarazioni dei magistrati non furono pero' incoraggianti poiche' i corpi erano stati scoperti troppo tardi, tanto che dalla prima ispezione cadaverica non si era riusciti neppure a capire se il delitto fosse stato commesso la domenica o il sabato. Ci si comincio' a domandare se quel nascondere volontariamente i corpi per ritardarne la scoperta non comportasse la conoscenza da parte dell''assassino delle mosse degli inquirenti, ma una risposta molto diversa a quelle domande sembro' arrivare il Martedi' sucessivo alle 10 circa del mattino.
Quella mattina il cancelliere della Procura si ritrovo' tra le mani un inquietante plico sigillato su cui un anonimo emissario aveva composto l'indirizzo ritagliando le lettere da vari settimanali popolari. La busta era stata spedita da San Piero a Sieve prima della tarda mattinata del Lunedi' , quando il servizio postale aveva svuotato le cassette del paese, e con una celerita' inverosimele era giunta fino al destinatario:"Della Monica Silvia-Procura della REPUBLICA". Il plico pero' non era stato aperto dal Magistrato, bensi' dal servizio di smistamento interno i cui addetti videro materializzarsi sotto gli occhi un pezzo di pura follia umana. Nella busta, avvolto in un fazzolettino di carta, fu rinvenuto un sottile lembo del seno di Nadine Mauriot, largo appena 2cm ma piu' che sufficiente per per ottenere l'effetto sperato di gettare nel panico l'intera Procura, per non parlare ovviamente del destinatario finale. La notizia riusci' a rimanere segreta fino al 24 settembre quando il settimanale Epoca decise infine di pubblicarla contrariamente al parere degli inquirenti, e degli stessi consulenti forensi, che consideravano il gesto dell'assassino come un elemento critico di rottura dopo il quale avrebbe potuto finalmente commettere un grave erorre.
La scelta di inviare quel messaggio all'indirizzo dell'unico magistrato donna che si fosse occupato dell'inchiesta apparve subito ovvia, ma qualcuno ipotizzo' che la dottoressa Della Monica avesse potuto diventare un bersaglio del mostro per via delle sue indagini specifiche, o addirittura perche' ci si era trovata faccia a faccia durante uno degli innumerevoli interrogatori con sospettati e testimoni. Certo era che quel magistrato avesse profondamente sollecitato la fantasia del maniaco visto che oramai non si occupava piu' del caso da tempo, almeno dal 1984.
La preda si era quindi trasformata in predatore, e per farlo aveva quasi usato una citazione letteraria recuperata dalla storia pluri citata del serial killer per eccellenza, Jack lo squartatore, che nell'ottobre del 1888 spedi' un messaggio altrettanto macabro a chi gli stava dando la caccia. Nel tempo pero', quel gesto teatrale sembro' diventare l'estremo commiato dalla scena di un attore oramai stanco del suo ruolo, perche' da quel giorno il Mostro di Firenze scomparve definitivamente nel nulla. Prima invero sembro' lasciare dietro di se un ultima traccia quando il 10 settembre, nel parcheggio dell'ospedale dell'Annunziata, fu rinvenuto un proiettile calibro 22 Winchester con l'H stampata sul fondello, una traccia che comunque si rivelo' ben presto l'ennesimo vicolo cieco. Neppure le perquisizioni dei giorni successivi diedero alcun risultato, compresa quella che il 19 settembre subi' un contadino di origini mugellane ma residente a Mercatale, Pietro Pacciani. L'uomo, che assurgera' prepotentemente alle cronache molto tempo dopo, in quell'occasione non desto' grandi sospetti negli investigatori, che in realta' nella sua casa c' erano finiti per via di una lettera anonima che si limitava a generiche accuse di sospetto senza fornire alcun elemento.




Il giudice Rotella penso' comunque di avere ancora una freccia nel suo arco: Salvatore Vinci. Questa volta pero' per incarcerare l'uomo non sarebbero bastate le nuove dichiarazioni del Mele, e neppure quello straccio insanguinato che non si era riusciti a collegare ai delitti. Il Vinci oltretutto non mostrava una personalita' tale da renderlo sospettabile a priori, e la sua fedina penale era immacolata. Nella storia dell'uomo esisteva pero' un episodio non del tutto chiaro, quello del suicidio della giovane moglie avvenuto addirittura nel 1960. Qualche mese dopo la morte dei ragazzi francesi, il giudice istruttore iscrisse nel registro degli indagati il Vinci ed il cognato quali sospettati dell'omicidio di Barbarina Steri, ipotizzando che quel suicidio fosse stato in realta' un omicidio mascherato commesso dai due uomini per questioni d'onore.
Nel frattempo i Carabinieri erano riusciti a smontare l'alibi che Salvatore Vinci aveva esibito nel 68, ottenendo da Silvano Vargiu una ritrattazione completa e l'ammissione di aver solo raccontato cio' che Salvatore gli aveva chiesto di dire. Nel 1986 il Vinci venne arrestato per l'omicidio della moglie. Dopo quasi due anni di carcere, il processo, tenutosi a Cagliari, si concluse con una piena assoluzione. In breve segui' anche la chiusura definitiva delle indagini sull'omicidio del 68 per l'impraticabilita' dell'accusa. Nell ' ottobre del 1989 il giudice Rotella si arrese definitivamente e su richiesta della Procura di Firenze promulgo' una sentenza di proscioglimento dalle indagini di tutte le persone coinvolte fino a quel momento nella vicenda del mostro di Firenze.

Parte terza

sabato 11 aprile 2009

Parte terza





-10 piccoli indiani...e non rimase nessuno-


Ora, a poco piu' di un mese dall'omicidio di Baccaiano, agli inquirenti si presentava la concreta possibilita' di avere per le mani un testimone in grado di fornire direttamente il nome del Mostro di Firenze, Stefano Mele. Questo nuovo filone di indagine venne inizialmente seguito dal giudice istruttore Vincenzo Tricomi, che immediatamente convoco' il Mele per riaprire il caso del 68. Evidentemente una delle persone che l'uomo aveva coinvolto all' epoca doveva essere il vero responsabile di quell'omicidio, e di conseguenza il responsabile della carneficina che stava terrorizzando Firenze fino a quel momento.
Stefano Mele, dopo aver inizialmente ribadito di non aver commesso l'omicidio della moglie e di avere  avuto solo sospetti sugli amanti poi accusati di correo, davanti al giudice Tricomi, e a Settembre in un confronto, torno' nuovamente a puntare il dito contro Francesco Vinci, il quale, come nel 68, sembro' in effetti il personaggio che piu' verosimilmente potesse indossare i panni dell'amante geloso in grado di vendicarsi della Locci. Ma a corroborare le accuse del testimone c'era dell'altro. Tra i rapporti dei Carabinieri spunto' un informativa che riguardava la renault 4 del Vinci, ritrovata a meta' Luglio di quell'anno infrascata vicino a Grosseto lungo una strada che portava piu' o meno direttamente a Baccaiano dopo un percorso di cira 100 km. Ce n'era abbastanza per firmare un ordine di comparizione, ma Francesco Vinci ,che poco prima era stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti familiari, era gia' sparito senza lasciare tracce. sin dal 20 Giugno La sua latitanza comunque non duro' molto, poiche' il 15 Agosto venne arrestato presso l'abitazione di Giovanni Calamosca, un imolese di origine sarda gia' attenzionato in passato per le sue frequentazioni con Giovanni Farina. Il Calamosca dira' in seguito che a lui il Vinci chiese non solo ospitalita', ma anche di procurargli un passaporto falso per fuggire all'estero. Il motivo, come dira' testualmente il Calamosca, era "per non mettere nella merda una famiglia".
Sebbene l'arresto venga compiuto per la storia dei maltrattamenti, quale sia il reale obiettivo dei magistrati diventera' evidente il 7 Novembre quando formalmente la Procura lo indaghera' per tutti gli omicidi a partire da quello del 1968. Ai giornalisti che domandavano al giudice Tricomi se l'indagine fosse arrivata ad una svolta definitiva, questo rispondeva in modo ambiguo affermando che quello era in realta' il momento piu' critico dell'inchiesta e con il piu' alto rischio che a breve il mostro potesse farsi vivo con un nuovo omicidio. I mesi passarono ma la calibro 22 rimase fortunatamente in silenzio, e sulle facce degli inquirenti comincio' a tornare il sorriso tanto che la stampa prese a prospettare davvero che si fosse sul punto di mettere la parola fine sui delitti. Sul Vinci pendevano anche altri piccoli riscontri, come l'uso di un farmaco simile ma non uguale a quello la cui confezione era stata ritrovata vicino all'auto dei ragazzi di Baccaiano dopo l'omicidio, e la vecchia deposizione del 70 del Conticelli. In realta', gia' un mese dopo, quei due indizi erano stati confutati dalla difesa che aveva dimostrato sia quanto il farmaco assunto dal Vinci non avesse a che fare con il principio attivo del Norzetam, sia che i bossoli rinvenuti nel casolare di cui aveva parlato il Conticelli avessero a che fare con quelli del mostro di Firenze (La Nazione 9 Febbraio 83)
Francesco Vinci in carcere mostrava uno strano connubio di preoccupazione e sicurezza, quest'ultima esibita soprattutto di fronte ai magistrati che interrogandolo capivano bene quanto improbabile sarebbe stata una sua confessione.
Ma che quella sicurezza fosse ben riposta lo si comprese il 10 settembre del 1983, quando una manciata di bossoli calibro 22 gettata a fianco di un camper con targa tedesca sembro' trasformarsi nella chiave che serviva ad aprire la cella del sospettato Alle 19:30 di sabato 10 Settembre, un importatore tedesco ospite in un appartamento di una prestigiosa villa di Giogoli fece una telefonata concitata ai Carabinieri. L'uomo aveva scoperto due cadaveri in un pulmino volkswagen parcheggiato in uno spiazzo distante appena 100 metri da casa sua. In breve la zona si riempi' di auto con i lampeggianti accesi, divise e volti atterriti tra cui spiccavano quelli del dottor Vigna e della dottoressa Della Monica. Dopo aver fotografato i bossoli uno degli agenti ne porse un paio al procuratore mostrando l'H sul fondello ben in evidenza, fin quando questo senza parole non rialzo' lo sguardo volgendosi verso il furgone, forse per fuggire il fastidio delle potenti luci alogene, forse per mascherare le incomprensibili parole che il suo toscano stava recuperando dalla memoria dei versi di Cecco Angiolieri.
Quel nuovo duplice omicidio pero' risulto' strano, tanto strano che le porte del carcere per Francesco Vinci si aprirono solo a gennaio dell'anno successivo.(in realta' il Vinci rimase in carcere fino all'autunno dell'84 a causa di un altro reato) Il Mostro questa volta aveva assassinato due maschi, e, anche se li cercarono come mai era stato fatto prima, mancavano all'appello ben 3 bossoli su 7. Il giudice istruttore Rotella, subentrato al dottor Tricomi nell'indagine, sospettava che a compiere quell 'atto fosse stato un complice del Vinci per scagionarlo, e che "l'errore"dei due ragazzi maschi servisse per evitare che il complice dovesse eseguire quelle operazioni mostruose inconcepibili per un criminale "normale". Per la procura il discorso era piu' semplice. Il mostro aveva davvero confuso la capigliatura bionda di Rush per quella di una ragazza e i bossoli mancanti probabilmente erano finiti tra i souvenir di qualche sciacallo. Anzi, intanto che c'erano risolsero qualche incongruenza del racconto del tedesco facendogli una perquisizione, visto che oltretutto anche i due ragazzi uccisi erano tedeschi in vacanza. Dalla perquisizione non emerse nulla di rilevante per l'indagine, e sebbene fossero spuntate 4 pistole, alcune non denunciate, non c'era traccia di quella dei delitti. Il tedesco rimedio' una condanna per collezione di armi non denunciate e nel giro di sei mesi se ne torno' in Germania dopo aver lasciato un conto inevaso di 40 milioni per l'affitto della villa (particolare citato dal Pm Canessa durante la requisitoria al processo Mostro-ter). Nel frattempo la differenza di vedute tra Procura ed Ufficio del Giudice Istruttore comincio' a trasformarsi in rottura vera e propria. Cosi', quando quest'ultimo, a Gennaio dell'84, decise di proseguire su quella pista arrestando altri due personaggi coinvolti marginalmente nell'inchiesta del 68, Pietro Mucciarini e Giovanni Mele, nei procuratori gia' si era fatta largo l'idea di ricominciare da capo tutta l'inchiesta.
Anche se Francesco Vinci era in procinto di venire scagionato, il giudice Rotella non si diede per vinto ma non riusci' ad identificare qualcuno che potesse calarsi nei panni del possibile complice ne tra i compagni di scorribande del sardo, ne tra i familiari, che del resto, a parte il giovane nipote Antonio, con l'uomo non avevano rapporti poi cosi' stretti. Torno' quindi a bussare alla porta di Stefano Mele per vedere se questi gli potesse fornire qualche nuovo indizio. Sebbene dalle parole dell'ometto non venne fuori nulla di sensato, qualcosa di prezioso sembro' invece sbucare dalle sue tasche, o almeno cosi' credette il giudice. Durante quel colloquio dal portafogli del Mele era saltato fuori un bigliettino scritto in un pessimo italiano da cui traspariva uno strano interessamento per la vicenda da parte di un altra persona. Nulla a che vedere col Vinci dunque, ma una nuova pista. Il biglettino recitava cosi':

RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDO
LO ZIO PIETO

Che avesti FATO il nome doppo
SCONTATA LA PENA

COME RisulTA DA ESAME Ballistico
dei colpi sparati

Quell'italiano sgangherato, scritto alternando maiuscole e minuscole, era stato compilato dalla mano di Giovanni Mele, fratello di Stefano, probabilmente il giorno in cui sui giornali dell'82 era apparsa la clamorosa notizia del collegamento col delitto del '68. Evidentemente l'uomo aveva voluto ricordare al fratello cosa dire per evitare che i sospetti prendessero la direzione del clan, e in particolare si era preoccupato di togliere le castagne dal fuoco al cognato, Pietro Mucciarini, il cui nome era comparso durante una delle innumerevoli audizioni del piccolo Natalino Mele. Per Rotella la prima frase era lapalissiana in tal senso La seconda costituiva un suggerimento a ribadire le accuse contro chi non li avrebbe potuti coinvolgere, e la terza indicava quale fosse il particolare da riferire per rendere credibile la propria presenza al momento dell'esecuzione dell'omicidio, ovverosia il numero di colpi sparati. E in effetti Stefano Mele quell'indicazione l'aveva data, anche correttamente visto che riferi' di 8 colpi pur sbagliando il finetsrino da cui erano stati sparati. Quel bigliettino, insieme ad alcune intercettazioni telefoniche ed ambientali, convinse il magistrato che a commettere l'omicidio fosse stato il clan dei Mele. Avrebbero pertanto agito poiche' stufi dei continui colpi di testa della Locci e delle continue umiliazioni a cui la famiglia era sottoposta a causa del suo modo di trattare il marito.
Durante la conferenza stampa in cui annunciava la scarcerazione di Francesco Vinci, il dottor Rotella sorprese tutta la platea di giornalisti dichiarando che da quel momento erano formalmente indagati per i delitti Giovanni Mele e Piero Mucciarini. Imostri quindi erano due.
Per sostenere il mandato d'arresto furono anche illustrate le risultanze di una perquisizione al Giovanni Mele, sulla cui auto, una fiat 128, era stato trovato quello che fu definito un vero e proprio kit da Mostro, composto da coltelli, corde, stracci e liquido per detergersi le mani. A dire il vero nulla di quegli oggetti recava la minima traccia dell'uso in uno dei delitti, ma fu sufficiente perche' i giornalisti per il momento non si facessero troppe domande.
In carcere Mele e Mucciarini cominciarono ad accusarsi l'un l'altro, con il Mele che ammise di aver scritto quel biglietto per proteggere il cognato, di cui pero' non poteva essere certo dell'innocenza, e il Mucciarini che restituiva la palla al mittente dicendo che mai lui aveva chiesto nulla al Mele e che se Giovanni voleva proteggere qualcuno questo non era di certo lui, ma magari un altro Pietro che pure faceva parte della famiglia. Quelle scaramucce a distanza, veicolate dai rispettivi avvocati, durarono in realta' ben poco tempo perche' a far capire che i due non c'entrassero nulla coi delitti ci penso' ancora una volta la beretta calibro 22, partorendo un altra mezza dozzina di bossoli assassini con l'H stampata sul fondello.
Il 29 Luglio 1984 Pia Rontini aveva lavorato per tutto il giorno al bar La Spiaggia di Vicchio, dove da circa un mese era stata assunta in qualita' di barista per il periodo estivo. Nonostante fosse il tipico lavoro che un giovane studente, quale lei era, trova per mettere da parte un po di soldi , l'impegno era notevole anche perche' aveva scelto il turno dalle 19:00 all' 1:00. Quella domenica pero' un improvviso cambio di programma le aveva fatto raggiungere casa poco dopo le 20:30, e sebbene avesse inizialmente deciso di non uscire a causa della stanchezza, cambio' idea presentandosi verso le 21:15 a casa del fidanzato Claudio Stefanacci. I due ragazzi, poco piu' che adolescenti visto che lei aveva appena 18 anni e lui 21, uscirono quasi immediatamente dalla casa di Claudio per appartarsi in intimita'. Dopo 4 chilometri di provinciale si infilarono a retromarcia in una stradina che dava direttamente sulla Sagginalese e che distava appena un centinaio di metri dalle sponde del fiume Sieve. Passate le 23:30, vedendo che il figlio non rincasava, la signora Stefanacci comincio' ad allarmarsi e telefono' alla famiglia della Rontini. In breve tempo iniziarono le ricerche alle quali partecipo' tra gli altri Piero Becherini, amico di Claudio ed ex impiegato nel negozio di elettrodomestici di proprieta' degli Stefanacci. Fu proprio lui a ritrovare verso le 3:00 del mattino la panda con i cadaveri dei due giovani. La ragazza giaceva supina a circa 7 metri dall'auto stringendo ancora nella mano destra i suoi indumenti intimi, mentre il compagno era rimasto nell'auto esanime dopo aver ricevuto tre colpi di pistola e 10 coltellate. Ancora una volta l'assassino aveva mutilato il corpo femminile, ma non si era limitato al pube. La sua follia aveva avuto un orrida escalation, e non contento del primo trofeo aveva anche asportato il seno sinistro in modo netto e senza esitazioni. La mattina seguente sulla prima pagina del La Nazione apparve una foto che sembrava a prima vista un inno all'amore, con due giovanissimi ragazzi che di profilo si scambiavano un bacio innocente Bastava prero' mettere a fuoco un po' meglio i caratteri abnormi del titolo dell'articolo per capire che si trattava di un ben altro inno, quello alla follia umana. E il terrore rimbalzo' rapidamente dallo spazio di carta a quello della citta', fino a raggiungere le stanze dei magistrati e quelle del governo. Il ministro dell'interno si convinse che era giunto il momento di cambiare direzione appoggiando decisamente la linea tenuta dalla procura con a capo il dottor Vigna, che riteneva necessario ricominciare da principio tutta l'inchiesta. Venne istituita un'apposita task force congiunta Polizia-Carabinieri , a capo della quale venne nominato il commissario Sandro Federico con il compito di occuparsi esclusivamente del caso. Parallelamente si affido' ad un pool di quotati criminologi una consulenza perche' stilassero il possibile profilo dell'uomo che si stava cercando. Il professor De Fazio, criminologo di fama dell'universita' di Modena, raccolse il meglio dei suoi collaboratori per stilare una perizia comparativa dei vari omicidi in modo da riportare ad unita' le tracce lasciate dal killer fino a quel momento, mentre la neonata task force, che prese l'acronimo a dire il vero un po' cinematografico di SAM, squadra anti mostro, si preoccupo' di organizzare un piano di intervento rapido nella malaugurata ipotesi che si verificasse un nuovo evento. Prima ancora pero' fu' preso un altro provvedimento eclatante, che non manco' di generare notevoli polemiche ma che spiegava bene che cosa volesse dire ricominciare tutto da capo. Il provvedimento consisteva nel farsi consegnare dalle anagrafi di tutti i comuni della provincia di Firenze i nominativi degli uomini single, o che vivevano con familiari ma non essendo sposati, in eta' compresa tra i 30 e i 60 anni. L'obiettivo era quello di stilare una classifica a priori di possibili sospetti, confrontando i dati anagrafici positivi per i luoghi dei delitti con quelli dei precedenti penali per reati a sfondo sessuale. Questi nomi poi sarebbero stati passati alla SAM in modo da attuare una serie di perquisizioni mirate nell'immediatezza del nuovo duplice omicidio. A corollario del programma di perqisizioni mirate c'era anche la richiesta ai casellanti dell'autosole di registrare nei weekend le targhe dei veicoli che passavano i caselli in orari serali e notturni, e questo perche' si sospettava che l'omicida usasse l'atostrada per i suoi spostamenti. Per la prima volta gli investigatori si erano messi nelle condizioni di non dover subire passivamente le velleita' del maniaco e di poter finalmente rispondere a tono alle sue provocazioni, e proprio per questo quello che successe poco dopo ebbe dell'incredibile.

Parte seconda ----------------------------------------------Parte quarta

sabato 28 marzo 2009

Parte seconda



-La pista sarda-



Erano circa le 24:00 di Mercoledi' 21 agosto 1968, e mentre l'armata rossa invadeva la Cecoslovacchia mettendo fine alla primavera di Praga, una coppia usciva dal cinema Michelacci di Signa dopo aver assistito alla proiezione serale del film "nuda per un pugno d'eroi", una pellicola giapponese in cui si narravano le peripezie di un infermiera costretta a barcamenarsi tra stupri e sofferenze in un ospedale da campo durante la guerra.
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La coppia e il bambino montarono su una giulietta bianca parcheggiata li vicino, incamminandosi lungo la strada per Lastra a Signa dove la donna abitava e dove avrebbe dovuto ritornare a breve. Poi, approfittando del fatto che il bambino si era addormentato sul sedile posteriore, decisero di cambiare strada imboccando via di Castelletti, per fermarsi infine in una stradina di campagna a un chilometro dal cimitero di Signa e poco oltre il bivio per Comeana.
Mentre i due amanti erano gia' l'una sull'altro, forse sdraiati sul sedile passeggero reclinato, qualcuno sbuco' da dietro l'attiguo canneto impugnando una beretta calibro 22 ed apri' il fuoco sulla coppia dallo sportello anteriore sinistro. Il primo ad essere colpito fu' l'uomo, che ricevette 4 proiettili al braccio e all'emitorace sinistro morendo sul colpo. La donna tento' forse di aprire lo sportello destro, ma venne colpita anch'essa da altri 4 proiettili e si accascio' ormai morta sul compagno .
Alle 2:00 del mattino, in una casa su via del Vingone sita a poco meno di 2km da dove era parcheggiata la giulietta, qualcuno suono' il campanello del signor De Felice. Costui si affaccio' immediatamente dato che era ancora sveglio a causa del figlio piu' piccolo che non riusciva a prendere sonno, e fuori, davanti alla porta, vide che c'era solo un bambino scalzo che gli chiedeva di farlo entrare. Disse il bambino: "Aprimi la porta perchè ho sonno, ed ho il babbo ammalato . Dopo mi accompagni a casa perchè c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina."

Superato lo shock iniziale che una tale scena surreale gli aveva procurato, l'uomo fece entrare il piccolo prestandogli i primi soccorsi e chiedendogli cosa fosse successo. Il bambino riferi' stentatamente qualcosa a proposito dell'essersi svegliato all'improvviso e di aver stretto la mano della madre capendo che era morta, di essere poi uscito piangendo dal finestrino posteriore rimasto aperto e di aver vagato sulla strada guidato fin li' dalla luce accesa nella camera del figlio del De Felice.

Mezz'ora dopo, insieme al bambino che diceva di chiamarsi Natalino, i Carabinieri cominciarono a cercare il luogo dove era parcheggiata l'auto, trovandola dopo pochi chilometri di strada e qualche giro a vuoto. La giulietta del resto era ben visibile a distanza nonostante il buio della campagna perche' la freccia destra era rimasta stranamente accesa. Effettivamente sull'auto c'erano i cadaveri di due persone, identificati in breve come Barbara Locci, 29 anni casalinga, ed Antonio Lo Bianco, 28 anni manovale. Il bambino, Natalino Mele, era il figlio della donna che evidentemente quella sera non era uscita con il marito...
Alle 7:00 del 22 Agosto i Carabinieri si presentarono a casa di Stefano Mele gia' sospettando che quell'omicidio fosse potuto scaturire dal piu' classico dei motivi passionali... il tradimento.

Al primo colpo di campanello il Mele, gia' vestito di tutto punto e con le mani sporche di grasso, si affaccio' dalla finestra quasi di scatto, e aperta la porta mostro' subito molta apprensione giustificandola con il mancato ritorno della mofgli e del figlio di cui non sapeva piu' nulla dalla sera prima.
Riportato in caserma il giorno successivo, dopo 10 ore di interrogatorio, il Mele confessera' il duplice omicidio... ma chi erano Stefano Mele e Barbara Locci? E quella confessione quanto si dimostro' affidabile nel tempo?

Stefano Mele sul finire degli anni 50 si era trasferito a Scandicci al seguito della famiglia guidata dal patriarca Palmerio, emigrati dal paesino sardo di Fondorgianus in cerca di condizioni di vita migliori. In Sardegna Stefano aveva conosciuto la miseria nonostante il lavoro di pastore, una condizione che solo in parte aveva migliorato con l'arrivo in Toscana dove si era messo a fare il manovale edile. Si trattava di un ometto debole psicologicamente e non troppo saldo sulle gambe, ma in fin dei conti un lavoratore che riusciva a portare a casa la pagnotta e soprattutto uno facile da tenere a bada. Ed e' cosi' che si era sposato con una ragazza sua conterranea, emigrata dalla Saqrdegna in val di Pesa nello stesso periodo, Barbara Locci, molto piu' giovane di lui ed anche molto piu' scaltra.
Qui la donna comincio' in piena liberta' a frequentare altre persone della comunita' sarda e non solo, fin quando non venne in contatto con un altro emigrante del suo paese, Salvatore Vinci, giunto a Signa nel 1960 con il figlioletto Antonio dopo che la sua giovane moglie si era suicidata con il gas. Piu' che per motivi economici Salvatore pare fosse dovuto emigrare per le conseguenze di una presunta relazione extraconiugale della giovane moglie che era poi sfociata in un misterioso suicidio della ragazza. Si sa' che in questi casi e' buona cosa non sfidare la sorte e il codice non scritto di quella terra, cosi' l'uomo penso' bene di cambiare aria e raggiungere il continente. Salvatore, che si era messo a fare il manovale pure lui, quando incontro' Barbara trovo' finalmente la donna che poteva soddisfare pienamente la sue attitudini, anche quelle in tema di sesso che l'uomo perseguiva con comportamenti complessi non disdegnando i rapporti di gruppo, o almeno cosi' dira' una sua futura compagna durante una testimonianza degli anni '80.
Ma la particolarita' piu' curiosa di quel sodalizio era il ruolo svolto dal Mele che non solo non dimostrava alcuna gelosia, ma addirittura, secondo quanto lui stesso riferira' nel 1985, partecipava ai giochi erotici dei due amanti, tanto che fu lui stesso a proporre a Salvatore di venire a vivere sotto lo stesso tetto (cit. Dolci Colline di Sangue. M.Spezi). Per la donna quella situazione a tre era diventata intollerabile e presto taglio' i ponti con l'amante trovando prima un sostituto in un tal Cutrona, un outsider di origini siciliane, poi addirittura nel fratello di Salvatore, Francesco Vinci. Con Francesco, che all'epoca aveva appena 24 anni ma che gia' era sposato con prole, alla donna piaceva farsi vedere tra i tavoli del locale bar dei sardi di Prato, frequentato gia' dal 66 da personaggi del calibro di Mario Sale e Giovanni Farina. Francesco, che con l'anonima sequestri non verra' mai dimostrato vi avesse avuto a che fare, era infatti attratto da quell'ambiente, e ben presto comincio' a percorrere una strada parallela fatta piu' che altro di furti e rapine. Il rapporto ando' avanti a singhiozzo fino all'estate del '68, quando la donna comincio' a frequentare un altro giovane di origini siciliane, Antonio Lo Bianco, lo stesso giovane con cui trovo' la morte la sera del 21 agosto appena poche settimane dopo il loro primo incontro.

Durante l'estenuante interrogatorio del 23 Agosto, il Mele, che inizialmente si proclamo' innocente confermando i sospetti degli inquirenti sui vari amanti della moglie, arrivo' alla confessione accennando a particolari che apparentemente solo chi fosse stato presente sulla scena del crimine poteva conoscere. In particolare riferi' della freccia lasciata accesa, della scarpa che il Lo Bianco aveva persa durante la sparatoria e il fatto che la donna fosse stata in parte rivestita dopo essere stata uccisa. Quei particolari , non ultimo il numero di colpi sparati, rappresentavano per gli inquirenti la certificazione necessaria a sostenere senza ombra di dubbio la responsabilita' dell'uomo indipendentemente dal modo con cui si era arrivati all'ammissione di colpa.
Stefano fu caricato su di un auto dei Carabinieri in modo da effettuare la ricostruzione di come avesse eseguito l'omicidio, ma proprio da questo momento comincio' un iter sconcertante fatto di imprecisioni, ritrattazioni e accuse che caratterizzeranno tutte le vicende successive. Da subito non fu in grado di condurre gli investigatori sul luogo, tanto che esasperati ce lo dovettero portare loro dopo aver vagato a vuoto seguendo le sue confuse indicazioni. Giunti finalmente nella stradina di Castelletti, dove era stata parcheggiata una giulietta simile a quella del Lo Bianco, gli misero in mano un arma perche' mostrasse in che modo aveva sparato. Se l'arma fosse stata carica il Mele si sarebbe sicuramente sparato su un piede. Per fortuna non lo era e dopo una scenetta quasi comica comincio' a puntare la canna dal finestrino posteriore sinistro simulando i colpi verso la coppia. La mancanza di una perizia comparativa (o meglio il non aver valutato quella ricostruttiva del perito Zuntini) allora non permise, come fu fatto successivamente, di smentire quella dinamica dove i colpi erroneamente venivano portati dal finestrino posteriore e non dallo sportello anteriore aperto, cosi' per qualche ora ancora gli inquirenti sperarono di aver risolto il caso senza troppi intoppi.
I dubbi pero' cominciarono ad emergere con forza subito dopo, quando gli si chiese dove avesse trovato l'arma e soprattutto dove l'avesse nascosta dopo il fatto. E' a questo punto che l'uomo, di fronte ai poliziotti esterrefatti, ritratto' in parte la confessione puntando il dito contro Salvatore Vinci, l'ex amante della Locci. Disse che in realta' quella sera lui era uscito da casa in bicicletta e giunto nella piazza di Signa aveva incontrato Salvatore al quale aveva riferito la situazione. Questo per tutta risposta gli aveva proposto di farla finita con la moglie e che quella era l'occasione giusta per sbarazzarsene. Disse di avere con se una piccola pistola e che avrebbero raggiunto gli amanti con la sua fiat 600 per poi assassinarli. Il Mele avrebbe quindi accettato recandosi con il Vinci presso il cinema da dove avrebbero successivamente pedinato gli amanti fino al Vingone. L'arma pertanto l'aveva fornita il complice e lui, dopo aver sparato, l'aveva gettata sulle sponde del torrente. Cosicche' il 24 mattina un piccolo esercito di poliziotti, armati di tanta pazienza, si mise a dragare i fanghi del fiume in maniche di camicia, mentre Salvatore Vinci veniva convocato in caserma per dare spiegazioni e per sostenere un eventuale confronto con il Mele.
Salvatore Vinci davanti ai giudici respinse ogni accusa, fornendo un alibi inattaccabile presentato da ben due testimoni, Nicola Antonucci e Silvano Vargiu, che la sera dell'omicidio dichiararono di essere stati con lui in un bar di Prato e di essere poi tornati tutti assieme a Briglia intorno alla mezzanotte e mezza. Nonostante l'alibi fosse confermato e che della pistola tra i fanghi del Vingone non ci fosse traccia, si decise comunque di eseguire il confronto al quale assistettero tutti gli inquirenti, compreso l'allora tenete Dell'Amico e il giovanne sostituto Caponnetto. Ci volle solo qualche occhiata del Vinci perche' Stefano Mele ritrattasse tutte le accuse buttandosi ai piedi dell'"amico" per chiedere perdono, ma Salvatore non fece in tempo ad uscire dall'aula che l'ometto, recuperate rapidamente le forze, aveva gia' coinvolto un altra persona, Francesco Vinci. Tenendo immutato il racconto precedente, si limito' a cambiare il nome del complice aggiungendo qualche particolare, tra cui l'uso del motorino di Francesco per raggiungere le vittime e che questo, dopo aver sparato , perche' lui non ne era stato capace, aveva riposto la pistola nel porta oggetti della lambretta. Furono pero' proprio quei particolari a sgretolare nuovamente la soluzione del caso tra le mani dei magistrati, sia perche' si appuro' che quell'arma in quel vano non ci sarebbe mai potuta entrare, sia perche' fu' accertato che in quei giorni il motorino di Francesco Vinci era in riparazione in un officina.
Nel bailamme di quei giorni, parallelamente agli interrogatori del Mele, si era cercato di "sollecitare" la memoria del piccolo Natalino che dal giorno successivo il delitto era stato affidato alla cura degli zii paterni. Il bambino, traumatizzato all'inverosimile da quello che gli era successo, aveva inizialmente detto di non aver visto nessuno, poi, il 24 Agosto, esortato nuovamente dai CC a dire la verita' racconto' che alla casa del De Felice lui non c'era arrivato da solo ma a cavalcioni del padre. Intorno al 26 Agosto Stefano Mele si arrese dichiarando di essere l'unico esecutore dell'omicidio e scagionando definitivamente tutte le persone coinvolte fino a quel momento.

Al processo in corte d'Assise del Marzo '70, il Mele tento' ancora una volta di ritrattare ripetendo con fermezza le sue precedenti accuse a Francesco Vinci, ma consigliato dai suoi avvocati fece l'ennesima marcia indietro riaffermando la propria colpevolezza, e, sebbene ci fossero molti dubbi che potesse aver fatto tutto da solo ,venne alla fine condannato. come unico esecutore del duplice omicidio Alcune testimonianze in particolare avevano ancor piu' reinsaldato quei dubbi, soprattutto quelle di un tal Barranca che in occasione di un suo tentativo di approccio con la Locci si senti' dire che non fosse il caso poiche' qualcuno con un motorino la stava seguendo. L'uomo, tornato alla carica poco dopo, aveva raccolto dalla donna una dichiarazione ancora piu' esplicita: "lo sai che ci potrebbero anche sparare mentre siamo in macchina?" Per il Barranca quella frase fu piu' che sufficiente per farlo desistere definitivamente, anche perche' quello non era un ambiente dove si potesse scherzare con le donne degli altri. Lo stesso Francesco Vinci, che al dibattimento ammise indirettamente di aver pedinato la Locci dopo che questa l'aveva lasciato, racconto' di averla vista un giorno alle cascine di Signa in atteggiamenti particolari con un tizio sconosciuto (ce lo racconta l'avvocato Filasto' nel libro Storia delle Merende infami, citando un estratto del processo: Francesco Vinci dice: "Tengo a precdisare di non aver mai seguito Barbara Locci, ma di averla vista per caso una volta alle cascine in compagnia di un tale che stava compiendo su di lei degli "atti". Non so' esattamente chi fosse, io lo conoscevo come tal Francesco").
Sembravano tutti indizi che portassero ad una seconda persona interessata alla sorte della donna e che avrebbe potuto essere il vero complice del Mele, ma rimasero sempre e soltanto indizi che non compromisero il rapido escursus della condanna al Mele.
In secondo grado l'impianto accusatorio fu confermato con l'aggiunta del riconoscimento della semi infermita' mentale, di cui pero' i giudici sembrarono non tenere conto al momento della definizione della pena. Venne anche respinta la richiesta della difesa di riaprire le indagini in seguito al recupero della testimonianza di tal Claudio Conticelli, che aveva gia' riferito "di aver visto più volte Francesco Vinci allenarsi al tiro con la pistola in aperta campagna." Quando il processo arrivo' in cassazione, la corte rinvio' l'appello per cio' che concerneva la sola determinazione degli anni da scontare e per qualche oscuro motivo procedurale il rinvio si tenne a Perugia. Nel 1973 il tribunale di Perugia confermo' la condanna per omicidio stabilendo una pena di 14 anni da espiare nel carcere di Firenze.

Parte prima --------------------------------------------------- Parte terza

mercoledì 18 marzo 2009

Parte prima




- Un fantasma nei campi 1981-82 -



Alle 9 di mattina del 7 Giugno 1981, il poliziotto fuori servizio Vittorio Sifone scoprì i cadaveri di due giovani in una stradina di campagna che dava su via dell'Arrigo, in località Mosciano di Scandicci. I due giovani vennero identificati come Carmela de Nuccio, 21 anni, pellettiera alla AGI di Scandicci, e Giovanni Foggi, 30 anni, dipendente dell'Enel. La sera prima, intorno alle ore 22:00 , erano usciti dalla casa della ragazza in Ponte a Greve e da quel momento se ne erano perse le tracce.
Le caratteristiche dell'omicidio, soprattutto la mutilazione del pube praticata sul cadavere della ragazza, davano pochi dubbi sulla matrice maniacale del delitto. Nonostante questo, furono fatti gli accertamenti di rito sul giovane ex fidanzato di Carmela, che però per quella sera aveva un alibi e che del resto apparve subito agli occhi degli investigatori come incapace a compiere un tale gesto. Non passò neppure un giorno perché fosse fatto il collegamento con un altro duplice omicidio irrisolto, verificatosi ben 6 anni prima nel Mugello. Il giornalista Antonello Villoresi affrontò le numerose analogie tra i due casi in un articolo pubblicato da La Nazione già l'otto Giugn. Il precedente riguardava gli omicidi di Pasquale Gentilcore, 19 anni, barista nello spaccio interno della fondiaria SAI di Firenze, e Stefania Pettini ,18 anni, neo assunta segretaria d'azienda alla Magif di Firenze, avvenuti il 14 settembre 1974 in localita' Rabatta di Borgo san Lorenzo. Alle 21:30 di quel sabato del 74, i due fidanzati erano partiti dalla casa della ragazza a Pesciola di Vicchio  con il proposito di raggiungere la discoteca TeenClub di Borgo dove avrebbero dovuto trascorrere la serata in compagnia di alcuni amici. Evidentemente lungo il tragitto avevano deciso di appartarsi in un campo poco distante dal fiume Sieve, un campo normalmente frequentato dagli innamorati della zona e sicuramente gia usato dai due ragazzi come si sarebbe appurato dalle note del diario di Stefania. Proprio lì, forse intorno alle 23:45, qualcuno era  spuntato da dietro un vitigno aprendo il fuoco contro la coppia intenta nei preliminari. Pasquale morì per i colpi d'arma da fuoco, mentre Stefania, solo ferita alle ginocchia da due proiettili, fu accoltellata a morte con numerosi colpi d'arma bianca.
L'assassino, però, aveva fatto di piu': aveva insistito con il coltello sul cadavere nudo della giovane altre decine di volte, sottolineando con incisioni superficiali il seno ed il pube del cadavere. In ultimo aveva preso un tralcio di vite e ne aveva violato il sesso, era tornato nella macchina per sferrare 2 coltellate al corpo di Pasquale oramai morto, ed era scomparso nella notte.

Alle 7:40 del mattino successivo, Pietro Landi, un contadino della zona, rinvenne i cadaveri e  diede l'allarme. I Crabinieri, all'atto del sopralluogo, interpellarono il locale medico condotto che normalmente veniva usato come supporto medico legale. Nessuno, purtroppo, si accorse delle ferite d'arma da fuoco che, quantomeno sul corpo della vittima femminile, erano disperse tra le numerosissime ferite da punta e taglio, di conseguenza nessuno al momento repertò neppure i bossoli che rimasero a tarre sul posto fino al giorno successivo.. Solo infatti dopo l' intervento dell'anatomo patologo Fiorentino, il prof Mauro Maurri, si determinò la presenza di ferite da arma da fuoco, e solo la sera successiva i Carabinieri repertarono sul luogo del delitto 5 bossoli di piccolo calibro .

Le indagini si concentrarono inizialmente sui guardoni della zona e sulle persone che erano state segnalate precedentemente per comportamenti anomali. In particolare, dopo un paio di segnalazioni più o meno anonime, si punto' l'attenzione  su un perito meccanico di Borgo che qualche tempo prima aveva minacciato  una coppia appartata in auto nella campagna circostante. Quella pista si esaurì a soli tre giorni dal fermo dell'uomo, a cui in effetti era stato trovato un fucile non denunciato e una roncola sporca di sangue (risultato poi di coniglio), ma che si appurò non avesse nulla a che fare con gli omicidi. Ancor più breve fu l'entrata in scena di un giovane di 28 anni che si autoaccuso' del fatto e che sin da subito rsultò invece solo uno psicolabile con tendenza alla mitoania.

Il capitano Olinto dell'Amico cercò quindi di ricostruire più minuziosamente le abitudini e le conoscenze delle vittime, imbattendosi' cosi' in un supposto guaritore cartomante di Scarperia (in realta' un ristoratore) che gia' si era spontanemente presentato per testimoniare la presenza di strani personaggi che gravitavano di sera nella zona dove era avvenuto il delitto. Secondo alcune fonti (citate in modo generico e indiretto dal difensore di Pacciani nel processo del '94) pare che i ragazzi , in particolare Pasquale, avessero ottenuto da costui rimedi a base di erbe per i malanni di stagione, e che l'ultimo incontro fosse avvenuto a non molto tempo di distanza dall'omicidio Anche questa pista si rivelò rapidamente inconsistente. Passarono le settimane e ben presto fu chiaro che quel delitto sarebbe rimasto senza un colpevole, mentre un previdente criminologo dichiarò che il killer si sarebbe fatto vivo ancora, magari dopo 4-5 anni, ma certamente avrebbe ucciso di nuovo (Dichiarazione pubblicata su La Nazione del 1974 senza però il riferimenti al nome del  criminologo).

Di anni ne passarono come abbiamo visto 7 e il criminologo aveva sostanzialmente azzeccato la previsione. Ora, a capo delle indagini, c'erano i procuratori Adolfo Izzo e Silvia della Monica, con ancora il supporto investigativo del capitano Dell'Amico che aveva ben presente quella vecchia vicenda. Appurato dai periti Spampinato e Zuntini (quest'ultimo perito balistico anche per il caso del 1974) che l'arma usata in entrambi i casi era sempre la stessa, e rilevando che anche Pasquale Gentilcore, come Giovanni Foggi, abitava in Pontassieve, il capitano Dell'Amico orientò inizialmente le indagini proprio in quel luogo per determinare possibili collegamenti tra i due ragazzi. Inoltre, quasi ricalcando la vecchia inchiesta, si cominciò a passare al setaccio il mondo dei guardoni. Partendo da una telefonata anonima che aveva indicato la presenza di un auto sospetta aggirarsi su via dell'Arrigo quella notte, si arrivò così ad una svolta.

L' l'anonimo telefonista aveva provveduto a fornire la targa quasi completa della Ford Taunus sospetta, che risultava intestata a tal E S.

Portato in questura già il 12 Giugno, E.S negò inizialmente di essere stato in quel luogo. Poi, dopo aver ammessa la sua presenza in zona quella sera, disse però di essere rimasto assieme ad  un amico fino poco dopo la mezzanotte, quando era infine ripartito per tornare a casa in quel di Montelupo.  La polizia interrogò immediatamente il testimone, ma questo, pur confermando l'incontro, disse di aver lasciato ES intorno alle 23.20 e non dopo la mezzanotte. la moglie di ES, interrogata sull'orario a cui era rientrato il marito, disse di non poterlo precisare perchè ciò era avvenuto dopo che si era ritirata a dormire . Per difenderlo però ne aveva elencato con veemenza le numerose doti e in particolare la sensibilita' d'animo. A riprova c'era il modo con cui la mattina del 7, verso le 12 o poco dopo, le aveva raccontato della tragedia, specificando che due ragazzi erano stati uccisi vicino a Roveta. Queste dichiarazioni, apparentemente innocue, suonarono alle orecchie dei magistrati come il tonfo di una cannonata. Nell'alibi di ES c'era dunque un buco di almeno un ora. e poi come poteva ES riferire del fatto alla moglie gia' la mattina del 7 quando forse i corpi non erano stati ancora rinvenuti?
Interrogarono nuovamente l'autista di ambulanze per avere spiegazioni, ma questo, sebbene si mostrasse lucido e distaccato, cominciò ad inanellare una serie di contraddizioni al termine delle quali si ritrovò con un ordine di custodia cautelare per reticenza e falsa testimonianza. Egli, infatti, inizialmente disse di aver saputo dell'omicidio solo il Lunedi' mattina dai giornali, ma questo contrastava nettamente con le dichiarazioni della consorte. Poi cercò di sostenere che poteva benissimo averlo sentito dire al bar la mattina stessa di Domenica, quando vi si era recato tra le 11 e le 12 Fattogli presente che nessuno aveva confermato che al bar si fosse parlato del delitto  quella mattina, ES non potè  fare altro che rassegnarsi all'inevitabile arresto.

Per qualche tempo gli inquirenti continuarono a pensare che ES fosse solo un teste spaventato e che la galera lo avrebbe prima o poi convinto a parlare. Passate però alcune settimane, vedendo che l'uomo non cedeva, cominciarono a sospettare che fosse proprio lui il colpevole, e per qualche mese ancora la città sembrò tirare un sospiro di sollievo, poiché, forse, il Mostro di Firenze era finalmente dietro le sbarre.
In realtà fino a quel momento, almeno sui giornali, ancora non esisteva quell'acronimo. Qualcuno  lo aveva definito il "chirurgo della morte", qualcun'altro il mostro di Scandicci, ma si dovrà aspettare ancora un po' perché il giornalista Mario Spezi conii il nome "Mostro di Firenze", facendolo apparire per la prima volta su un articolo de La Nazione.
In realtà si dovra' aspettare solo qualche mese, o, più precisamente, fino al 23 ottobre del 1981.

La mattina del 23 Ottobre 1981, due pensionati che si stavano recando in un orto prospicente una stradina sterrata, sita su via dei prati a Nord di Calenzano, si imbatterono nei cadaveri di due ragazzi. I corpi erano a qualche metro dal fronte di una golf nera parcheggiata a lato di un basso canneto. L'auto era di un ragazzo che abitava poco lontano su via Mugellese, Stefano Baldi, 26 anni e un recente passato di studi in medicina abbandonati a causa della morte del padre , per la qual cosa si era dovuto  rimboccare le maniche e mettersi a fare l'operaio al lanificio Stura di Vaiano. Suo era anche il corpo crivellato di colpi accanto all'auto. Quella invece che giaceva poco piu' in la, sul lato opposto della sterrata, era Susanna Cambi, la sua fidanzata da una vita, 24 anni, e da poche settimane assunta come centralinista alla TV 39 di Prato.

La pioggia aveva dilavato forse qualche traccia, ma la mano del maniaco era talmente evidente che sin da subito nessuno ebbe dubbi: Il mostro di Firenze e' ancora libero... anzi, è nato il Mostro di Firenze.
La scientifica fortografò una scena che aveva il sapore del deja vu. I bossoli calibro 22 con l'H stampata sul fondello, il corpo straziato orrendamente della giovane, le ferite di coltello date dopo la morte e, cosa strana, la borsetta della ragazza aperta sul sedile posteriore, senza che da questa sembrasse però mancare nulla, ma all'interno della quale furono ritrovati i documenti dell'auto del compagno. La cosa era strana davvero perché a Giugno la borsetta della povera De Nuccio era stata certamente frugata, e, a ben vedere, anche quella della Pettini nel 1974, che addirittura era stata trovata a piu' di 300 metri dalla scena del delitto. Allora si era pensato ad un grottesco tentativo di simulare la rapina, ma nei due casi dell'81 le borsette rovistate erano rimaste sul luogo,  e quel gesto , pensarono gli investigatori, poteva avere un significato particolare per l'assassino.

Realisticamente ci si concentrò su altri elementi più tangibili, soprattutto due impronte di stivale  taglia 44 ed un fermaporta in granito, mezzo dipinto di rosso, che i carabinieri pensarono inizialmente fosse stato usato per infrangere il vetro. Il ragazzo aveva poi sotto un unghia, spezzata di recente, alcune fibre ed un capello, forse strappati all'assassino, forse appartenuti alla fidanzata (per i medici legali sarebbe stata questa seconda ipotesi quella giusta). La ragazza, invece, in una mano stringeva un ciuffo di capelli neri che furono fatti risalire ad un estremo tentativo di abbracciare il fidanzato durante la sparatoria. Il medico legale, professor Maurri, stabilì che al momento dell'aggressione le vittime stessero l'uno sull'altra in fase di preliminari e che quindi il killer, per estrarre il corpo di Susanna, avesse dovuto prima tirare fuori quello del compagno. Non ci si soffermò però ne sul perché fosse stato trasportato per diversi metri anziche' scaricarlo subito di lato, ne su come mai il ragazzo avesse un solo stivale calzato al piede sinistro durante le effusioni. Alla fine dei conti difficilmete si pensava che da quei particolari potesse saltare fuori il nome dell'assassino, meglio quindi impiegare il tempo a cercare testimoni e rileggere rapporti. Si, perché di tempo probabilmente ce n'era ancora poco prima che la beretta calibro 22 tornasse a sparare... Qualche mese al massimo.

Il 24 Ottobre ES lasciò il carcere di Sollicciano, ma senza che nessuno gli facesse tante scuse perché ancora, secondo gli investigatori, costui serbava per se la soluzione del caso. E che in procura tutti fossero convinti che l'autista di autoambulanze sappesse, lo dimostrarono nel tempo le continue attenzione che l'uomo ricevette dai carabinieri al compimento di ogni nuovo delitto. Tanto fecero, che si arrivò addirittura ad un interrogazione parlamentare da parte di un deputato di DP, nella quale si chiedeva conto al ministro dell'interno su questo continuo insistere su un cittadino che certamente era innocente perché scagionato dall'alibi del crcere. Ma come si poteva de resto dar torto agli inquirenti per i quali, date le ambiguità di quelle dichiarazioni iniziali, c'era la convinzione che con le parole di ES si sarebbero potuti salvare altri ragazzi? Eppure la determinazione che  mostro' nel sostenere nel tempo di non aver visto assolutamente nulla oggi dovrebbe farci ritenere che fosse proprio così e che il

L'uscita di scena di ES gettò nuovamente le indagini in alto mare e l'opinione pubblica nel panico. Cominciarono a circolare voci incontrollate sull'identita' del colpevole. Voci che puntavano ora su quel medico, meglio se ginecologo, ora su quell'altro. Del resto, non si era parlato sui giornali del "chirurgo della morte"?  E quindi, chi meglio di un ginecologo poteva vestire i panni del maniaco in questione? Questo andazzo convinse i magistrati a desistere dal pubblicare l' identikit di un sospetto, che era stato allestito in base ad una testimonianza fatta nell'immediatezza del delitto. Due giovani, verso la mezzanotte del 22 ottobre, avevano notato una alfa GT rossa correre su via dei prati in direzione di Calenzano. L'auto, per attraversare velocemente il ponticello del molino, quasi li travolse, e alla guida videro bene un uomo sui 45 anni, calvo, con le sopraciglia folte e il viso stravolto. Se quell'identikit fosse stato pubblicato sui giornali la fantasia popolare si sarebbe scatenata, e nel giro di qualche giorno ci si sarebbe ritrovati con centinaia di false segnalazioni da vagliare. Meglio quindi tenerlo ad uso e consumo del solo personale di polizia.

L'inverno passo' senza che accadesse nulla, ma il 19 giugno dell'82 l'orrore torno' a sconvolgere le campagne fiorentine. Poco prima della mezzanotte, due ragazzi su di una 128 bordeaux, si fermarono accanto ad una 127 bianca che sembrava essere uscita fuori strada su via del Virgino Nuova, all'altezza di Baccaiano. L'auto era infilata con le ruote posteriori nel fossato laterale ed aveva i fari spenti, ma non era un incidente. Ai due bastò vedere il foro di proiettile sul parabrezza per capire al volo di che cosa si trattasse. Impauriti si accostarono ai finestrini e dentro scorsero i corpi di due giovani riversi sui sedili. Guardando meglio si accorsero che l'uomo ancora respirava, e cosi' abbandonarono la scena per andare a chiamare i soccorsi in paese. Qualche minuto dopo l'ambulanza era gia' sul posto, mentre i soccorritori, forzati gli sportelli che risultarono bloccati, estrassero dall'auto il ragazzo ancora vivo sebbene probabilmente già in coma profondo. La ragazza, invece, rimase al suo posto poiché era chiaro che per lei non ci fosse più nulla da fare.

I Carabinieri, arrivati poco dopo che l'ambulanza era ripartita, trovarono una piccola folla di giovani che pian piano si erano fermati mentre percorrevano la strada. Identificarono i testimoni e fecero i rilievi del caso, ma vista l'immediatezza del ritrovamento si preoccuparono anche di allestire posti di blocco volanti sui possibili tratti stradali che comunicavano con quel luogo.

Le vittime erano due ventenni di Montespertoli: Paolo Mainardi, 21 anni, meccanico di San Pancrazio, ed Antonella Migliorini, 19 anni, cucitrice per la locale ditta di confezioni ANNA. I due erano usciti di casa intorno alle 22:30, e attraversato il centro del paese si erano immessi su quella strada in cerca di un luogo appartato. Avevano scelto una piazzola che dava direttamente sulla provinciale, tanto che la coda dell'auto distava a non più di un metro o due dal margine asfaltato. Quel posto a loro, che del mostro avevano paura, dovette sembrare sicuro tanto era esposto al traffico di auto. Purtroppo si sbagliarono.

Sulla scorta delle dichiarazioni dei primi 4 giovani che erano arrivati nell'immediatezza del fatto, quelli che poi avevano dato l'allarme, i Carabinieri effettuarono una possibile ricostruzione dell'accaduto.
Mentre Antonella stava seduta sul divanetto posteriore, e Paolo ancora si attardava sul sedile di guida, l'assassino aveva iniziato ad aprire il fuoco attraverso il finestrino anteriore sinistro. Il primo colpo doveva aver centrato il ragazzo alla spalla sinistra e il secondo la ragazza alla testa, ma a questo punto Paolo era riuscito evidentemente a rimettere in moto l'auto, accendere i fari, innestare la retromarcia, e fuggire verso la strada. L'assasssino aveva continutao a sparare mentre il ragazzo era riuscito a guadagnare il centro della carreggiata. Poi, forse a causa del freno a mano rimasto tirato, aveva perso il controllo dell'auto che sia era infilata nel fosso incagliandosi con le ruote posteriori. Il killer a questo punto, mostrando un sangue freddo eccezionale, aveva raggiunto la strada e sparato due colpi ai fari per riacquistare il vantaggio del buio. Aveva tirato un colpo al parabrezza centrando forse la testa dell'uomo, e rapidamente si era portato verso il finestrino di guida attraverso il quale aveva infilato l'arma sparando un altra volta. Infine aveva estratto le chiavi dal quadro, forse per spegnere le luci posteriori, e le aveva gattate in mezzo all'erba sullo stesso lato della 127.

Questa ricostruzione si basava sulla dichiarazione dei testimoni che avevano visto il il Mainardi accasciato sul sedile del posto di guida. Quando pero' vennero interpellati gli infermieri, che avevano materialmente estratto il ragazzo dal sedile, questi dissero tutt'altra cosa. Affermarono di aver trovato anche Paolo sul divanetto posteriore. L'incongruenza rimase irrisolta, con i Carabinieri che mantennero la ricostruzione originale ignorando le testimonianze dell'equipaggio dell'ambulanza.

In compenso, il PM della Monica ebbe un idea intelligente, convinse la stampa a inserire in qualche articolo il dubbio che il Mainardi, ancora vivo, avesse potuto dichiarare qualcosa durante il trasporto in ospedale, e cosi' fu' fatto (Su la Nazione del 22 giugno compare effettivamente questa ipotesi, anche se il giorno prima si era esplicitamente detto che il ragazzo era spirato senza poter dire nulla).

Non passarono tre giorni che all'autista dell'ambulanza, il cui nome e cognome era apparso sui quotidiani, arrivasse una misteriosa ed inquietante telefonata. Chi chiamò, spacciandosi prima per un magistrato, cerco' di avere dall'Allegranti dettagli su cosa avesse detto la vittima in limine vitae. Al rifiuto dello stesso di parlare della cosa per telefono, l'uomo comincio' a minacciarlo questa volta però qualificandosi come l'assassino.

L'episodio non poté mai essere verificato, poiché nessuno si era preoccupato di mettere il telefono dei soccorritori sotto controllo, limitandosi forse solo a quelli dell'ospedale di Empoli, e all'epoca non esisteva ancora lo strumento dei tabulati telefonici. Rimase quindi solo la sensazione che forse l'assassino da quella trappola era stato irritato, sempre che a fare quella telefonata non fosse stato qualcun'altro.

Ora  il panico dell'opinione pubblica sembrò contagiare anche gli investogatori, che dopo un anno si ritrovavano con zero indizi, 6 cadaveri sulle spalle e il sospettato in cima alla lista, un medico, scagionato da un alibi per questo ultimo delitto. Dovette essere questa pressione psicologica che il 30 Giugno li indusse a pubblicare l'identikit realizzato ad ottobre 81, perché fu subito chiaro che tale mossa aveva solo complicato le indagini anziché aiutarle. Del resto, l'omicidio di Baccaiano, nonostante la perdita di controllo momentanea da parte del killer, non aveva portato altri indizi concreti. All'ora del delitto, sulla strada, erano state notate almeno una mezza dozzina di auto, sia ferme che in transito, ma incredibilmente nessuna di queste porto' ad alcunché di rilevante. Tra le testimonianze c'era anche quella del signor Calonaci, che a Cerbaia, una mezz' ora prima dell'omicidio, aveva notato un uomo solo dentro una macchina in fare sospetto. Disse il Calonaci che sembrava cercasse qualcosa o qualcuno in mezzo alla folla in festa, tentando pero' di rimanere nella parte non illuminata della strada, e che quando si rese conto di essere in piena luce, si ritrasse velocemente quasi "fosse stato sorpreso a rubare in chiesa". Neanche quella traccia portò a nulla, ma il caos duro' poco, perche' circa tre settimane piu' tardi si verifico' un colpo di scena straordinaro.

Nella versione ufficiale dell'episodio si legge che, ai primi di luglio del 1982, un maresciallo dei Carabinieri, tal Francesco Fiore, si ricordo' improvvisamente di un delitto analogo avvenuto questa volta addirittura nel 1968 a Signa. Stranamente dopo il collegamento col 74 nessuno si era preso la briga di vedere se esistessero altri casi simili, ma forse quello del 68 non fu preso in considerazione poiche' di quel delitto era stato trovato il colpevole, addirittura condannato e fino al 1980 ancora in carcere. Nonostante ciò, i magistrati recuperarono dal tribunale di Perugia le carte del processo del 68, e con loro grande sorpresa tra queste rinvennero i bossoli ed i proiettili usati contro la coppia di Signa 14 anni prima. I 5 bossoli cal.22 LR avrebbero in realtà dovuto essere distrutti da tempo, da cioè la sentenza di condanna era diventata definitiva nel 1974. Invece, vuoi per una dimenticanza, vuoi come dice qualcuno perche' e' pratica normale non distruggere i bossoli se non c'e' anche l'arma, vuoi perché dopotutto venne ipotizzato anche alloraun concorso con ignoti, quei reperti erano lì, pronti per essere comparati con quelli del Mostro di Firenze.
Quando l'esito della perizia del Colonnello Spampinato e del dottor Castiglione confermo' che l'arma era sempre stata la stessa dal 68 fino all'82, il clamore fu a di poco notevole.

Da una parte gli inquirenti pensarono di essere finalmente vicini alla soluzione del caso, dall'altra si preoccupavano delle conseguenze sul giudizio che allora aveva evidentemente portato alla condanna di un innocente.

Di questo episodio esiste pero' anche una versione differente, almeno differente per quanto riguarda le modalita' con cui fu fatto il collegamento con il 68. Secondo il giornalita Mario Spezi, che gia' pubblico' la cosa negli anni 80 (in realta' la cosa fu anticipata addirittra da un articolo de La Citta del 9\11\82 ), a mettere i magistrati sulla pista del delitto di Signa non fu la memoria del maresciallo Fiore, o almeno non solo, ma una missiva anonima che conteneva un articolo di giornale del 23 Agosto 1968 in cui si parlava dell'omicidio.
Al giornalista questa notizia sarebbe stata riferita niente meno che dal magistrato Tricomi, all'epoca titolare dell'inchiesta insieme alla della Monica, e a sostegno di tale versione il magistrato avrebbe fornito allo Spezi anche una dichiarazione scritta (nella quale, pero', il Magistrato mensiona solo il ricordo di un artiolodi giornale portato a lui da Fiori probabilmente per illustrare il vecchio caso, ma assolutamente non l'origine anonima del sudetto articolo). Sta di fatto che oggi di questo articolo e' scomparsa ogni traccia, anche se a distanza di anni il procuratore Vigna, interpellato sulla cosa dal giornalista, si limito' a dire che il biglietto non c'era tra le carte ma non dichiaro' direttamente che tale biglietto non fosse mai esistito (Mario Spezi, Dolci colline di sangue, 2006).


Che quel suggerimento sia arrivato o meno oggi non lo sappiamo , anzi,  ma in quel caso sicuramente l'estensore della missiva avrebbe dovuto essere ben informato ed interessato a quel fatto. A dimostrarlo dovrebbe essere il riferimento al tribunale di Perugia, dove il caso era arrivato solo due anni dopo l'ìomicidio a causa di un rinvio parziale dell'appello da parte della cassazione. Un particolare che forse neppure aveva avuto lo spazio di un trafiletto in cronaca quando ormai il clamore dell'omicidio si era totalmente assopito.

Ma cosa era successo nel 68? E se l'uomo condannato allora non poteva essere il mostro come aveva fatto quell'arma a tornare a sparare 15 anni dopo?

Parte seconda