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venerdì 24 aprile 2009

La confessione di Stefano Mele

,








Mattina del 21 agosto 1968

Stefano Mele accusa un malore mentre sta lavorando in un cantiere tra Signa e Prato. Giuseppe B. si offre di accompagnarlo a Lastra a Signa, dove Mele abita in via XXIV Maggio

Nel pomeriggio di quello stesso giorno passeranno a casa del Mele sia Antonio Lo Bianco che successivamente Carmelo C. Il Lo Bianco in serata rifiutera' un invito del cognato Giovanni B. adducendo un improvviso ed inderogabile impegno, in realta' probabilmente si e' gia accordato con la Locci per uscire dopo cena.

Tra le 21:30 e le 22:00 del 21 agosto

Lo Bianco si ferma sotto casa della Locci in via XXIV Maggio. La donna esce portandosi dietro il piccolo Natalino e insieme si avviano verso Signa. Natalino dira' in seguito di aver conosciuto il Lo Bianco solo la sera precedente e che quella fosse la prima volta che uscivano tutti insieme (La Nazione 24 Agosto 1968)

ore 22:00 c.a

Elio Rugi, il direttore del cinema, dira' di aver notato la donna guardare il cartellone del film mentre l'uomo era entrato in un bar forse per acquistare delle sigarette. Poco dopo, verso le 22:15, i due erano presso la cassa per acquistare i biglietti. Rugi afferma di non aver visto il bambino, e che in sala, dopo la coppia, era entrata solo un'altra persona. .


Il film dura 91 minuti, considerando l'intervallo l'uscita dalla sala dovrebbe verificarsi tra le 0:05 e le 0:15

La coppia si avvia immediatamente all'auto dirigendosi verso via di Castelletti ed impiegando verosimilmente non piu' di 5 minuti per raggiungere il Vingone. La loro presenza sulla stradina non dovrebbe andare troppo oltre le 0:20\0:30.

ore 2:00 in punto del 22 Agosto

Natalino Mele suona alla porta del De Felice pigiando il primo campanello alla sua portata(La Nazione 27 Agosto 1968)e all'uomo, affacciatosi prontamente perche' ancora sveglio, direbbe::
"Aprimi la porta perchè ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perchè c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina."

Tra le 2:00 e le 2:30 il bambino riferisce al De Felice altri particolari:

"Era buio, tutte le piante si muovevano, non c'era nessuno. Avevo tanta paura. Per farmi coraggio ho detto le preghiere, ho cominciato a cantare la tramontana... La mamma e' morta, e' morto anche lo zio. Il babbo e' a casa malato."

il De Felice continua chiedere:

"dove' la tu mamma, perche' e' morta?"
NM:"e' laggiu' nella macchina con lo zio, vicino al cimitero"
DF:"ma no, vedrai che non e' morta, dormiranno"
NM""no sono morti, davvero... L'ho vista. Alla mamma ho preso la mano, e' propprio morta"
DF:"ma dove sono?"
NM:"laggiu', in mezzo ai campi, nell'auto"


Poco dopo le 3:00 il bambino guida i soccorritori fino alla stradina di via di Castelletti.
Questa capacita' del piccolo di ritrovare la strada ha portato a sostenere che effettivamente il bambino abbia percorso da solo il tratto che separa il Vingone da via di Castelletti. Si deve pero' osservare che i Carabinieri non ripercorrono lo stesso cammino a ritroso del bambino ma, vista l'impraticabilita' della strada , usano le vie carrabili. Sicuramente pero' il bambino indica con precisione il punto da dove sarebbe sbucato sulla via Livornese provenendo dalla sterrata.

Rapporto carabinieri del 21 settembre 68:
"Alle ore 2 del giorno 22 agosto 1968 suona il campanello del muratore de felice francesco, sita in cmpi bisenzio, frazione sant'angelo, via del vingone 54\1. Nonostante l'ora tarda il de felice e' sveglio cosi' pure la di lui moglie, e ha la luce ella sua camera da letto accesa perche' un suo figliolo che si sente poco bene ha chiesto dell'acqua da bere. Il muratore istintivamete, anche perche' non aspetta nessuno, guarda l'orologio e' vede che sono le 2:00 precise. Anziche' aprire la porta come e' suo intento, il muratore si affacia alla finestra e nota che davanti all'uscio vi e' un ragazzino che appena lo scorge gli dice:'Aprimi la porta perche' ho sonno ed ho il babbo malato a letto. Dopo mi accompagni a caa che c'e' la mi mamma e lo zio che sono morti in macchina.' Successivamente, con il bambino che disse di chiamarsi Natalino, e seguendo le sue indicazioni, giungono dopo alcuni giri viziosi al bivio per Comeana, ove, a circa 100 mt sulla destra, in una stradsa interpoderale, con la parte anteriore rivolta verso sant'angelo, e' parcheggiata una giulietta targata Arezzo con la freccia destra in funzione. Il carabiniere scende, si avvicina alla vettura, e nota che effettivamente all'interno ci sono due cadaveri con i vestiti scomposti. Interviene il comando della tenenza dei carabinieri di signa. Si avvisa il comandante, maresciallo maggiore carica speciale Gaetano Ferrero. Si precisa altresi' che il De Felice che quando si e' affacciato alla finestra non ha visto altre persone all'infuori di natalino"

Nelle prime dichiarazioni del bambino ai Carabinieri la versione e' sostanzialmente identica a quella riferita al De Felice. Vedremo che durante i racconti successivi il bambino cambiera' piu' volte versione arrivando a citare anche uno zio, materializzatosi prima come Piero e poi come lo zio Pietro. Quel nome pero' emergera' in realta' in un successivo colloquio col giudice istruttore Spremolla diversi mesi dopo che il piccolo era stato affidato prima allo stesso zio Piero Mucciarini e poi all'istituto per l'infanzia.

Tra le 6:00 e le 7:00

Francesco Vinci verrebbe prelevato dai CC nella sua abitazione mentre aspetta un collega per recarsi sul posto di lavoro , come raccontato dalla moglie, Vitalia Melis, in un intervista alla Nazione del Settembre 1983.

Ore 7:00

I CC prelevano Stefano Mele dalla casa di via XXIV Maggio.

Alle 9:45 la prima verbalizzazione che riguarda Stefano Mele:
"Il Mele afferma che e' rimasto sveglio tutta la notte, in attesa della moglie e del figlio, ma che non e' riuscito a cercarli perche' si sentiva male e che al mattino, alle 7:00, quando i Carabinieri suonano al campanello dell'inquilino del piano di sotto, pur non essendo l'interessato, lui si affaccia ugualmente per vedere chi fosse, perche', dice:'aspettavo che mi portassero la notizia se del caso fosse capitato qualche cosa'"

Dopo il suo ingresso in caserma Stefano Mele, interrogato dal maresciallo Funari, elenca gli amanti della moglie da lui conosciuti, tra cui i tre fratelli Vinci e lo stesso Lo Bianco che nomina con lo pseudonimo di Enrico. Per avvalorare il proprio stato di  malattia citerebbe qundi tal Virgilio che si sarebbe presentato a casa sua quel pomeriggio. In breve si verifichera' l'identiita' del Virgilio per quella di Carmelo C., vecchia conoscena del Mele di cu pero'  lo stesso sembra ignorare il vero nome. Successivamente il Mele comincia ad esternare sospetti sugli amanti della moglie riferendo alcune esternazioni di alcuni di questi che ne proverebbero il sentimento di vendetta, soprattutto di Francesco Vinci

A proposito di Francesco Vinci dice infatti:"C'e' un amante di Barbara che e' molto geloso di lei , che la segue, e che ha minacciato di ucciderla"

In serata Stefano Mele, dopo aver eseguito il test per i residui dello sparo, viene rilasciato e torna a casa con il piccolo Natalino che gia' nel pomeriggio era stato affidato come detto allo zio Mucciarini. Tornera' n caserma la mattina successivaper l'sito delb huanto di paraffina (positivo per una regione di tre millimitri in corrispondenza della piegatura tra pollice ed indice).
A proposito dell'inefficienza dell'esame i periti ebbero a rammentare:
Giova a questo punto evidenziare
A) che la prova e' stata condotta a 16 ore dal fatto
B )che sulle mani dei prevenuti esistono ampie zone callose
C )che i soggetti possono essere venuti in contatto con prodotti contenenti nitrati come polveri esplosive fertilizzanti ed altro


23 Agosto 11:45


Il Mele, tornato in caserma per l'esito del guanto di paraffina in compagnia del cognato Mucciarini, comincia a gettare sospetti anche sul fratello di Francesco, Salvatore Vinci.



A proposito di Salvatore Vinci dice:"E' lui che la minacciava di morte. Anzi, un giorno quando gli chiesi di restituirmi un debito di 300 mila lire sapete cosa mi rispose?-"Tifaccio fori la moglie"-mi disse. -"E siamo pari con il debito"-Proprio cosi' mi disse signori"



Salvatore Vinci viene convocato ma presenta un alibi sostenuto da due persone , Silvano Vargiu e Nicola Antenucci.


18:30 del 23 Agosto
Dopo ore di interrogatorio, senza piu' neppure l'assistenza del cognato, Stefano Mele confessa e viene portato sul luogo per mostrare la dinamica del delitto.

Da subito non sa come arrivare sulla stradina di via di Castelletti.
Verbale dibattimentale tenente Dell'Amico 18\3\70:
"Prima di portarci sul posto giusto, il Mele aveva imboccato altra strada che si diparte dal centro del paese che pero' ci condusse ad una villa privata la cui uscita che si diparte verso la strada del cimitero era preclusa da un cancello chiuso. Tornammo indietro e Mele ci porto' poi sul posto.
Lo sbaglio era facile perche' entrambe le strade partivano dalla piazza". (Da notare che il Mele con due possibilita' sole sceglie proprio la strada sbagliata!)

Secondo la stampa dell'epoca (La Nazione 24 Agosto 1968 ) il Mele avrebbe eseguito la seguente simulazione:
-strisciando carponi lungo il fianco destro si fermo' dietro al cofano, poi avrebbe proseguito sempre carponi fino al finestrino sinistro lato guida. Da qui avrebbe sparato simulando i colpi con la bocca-
Qualcuno gli avrebbe chiesto se ora si sentisse meglio e lui avrebbe risposto "Io sto sempre bene"


Secondo quanto ricostruito dai verbali, mentre simula gli spari mostra una totale inettitudine nel maneggiare l'arma e sbaglia il finestrino da cui sono stati portati i colpi. Riferirebbe pero' correttamente sia il numero di proiettili sparati, (Dai verbali risulta pero' che abbia solo detto di aver svuotato il caricatore NB mentre il numero di colpi presenti nell'arma compare come indicazione de relato del S.Vinci), particolare che sarebbe rilevante perche' fino a quel momento si riteneva che fossero stati sparati solo 6 colpi, sia il particolare della freccia destra lasciata accesa (particolare pero' noto anche al piccolo Natalino con cui il padre certamente parlo' durante la sera precedente). Specificherebbe anche il rivestimento del cadavere della moglie. Da notare anche la data del verbale di sopralluogo che risale addirittura al 25 Agosto 1968, e cioe' due giorni dopo la confessione del mele e 3 giorni dopo l'effettiva data del sopralluogo stesso NB

Sempre sulla stampa dell'epoca si trova scritto che durante la ricostruzione il Mele ebbe a compieree un gesto meccanico come se stesse sollevando qualcosa preso all'interno dell'auto. I Carabinieri avrebbero pensato che inconsciamente stesse ripetendo l'atto di estrarre il figlio dalla giulietta per metterselo in spalla e di conseguenza avrebbero posto la domanda al Mele che pero' avrebbe negato fermamente (La Nazione 27 Agosto 1968).

Alle ore 21:00 viene verbalizzato il nuovo sopralluogo ricostruttivo mentre il Mele viene sottoposto formalmente al fermo

Stralcio del verbale che indica la ricostruzione teste' riportata:
"...fino al posto dove era ferma l'autovettura di Enrico (il Lo Bianco), e giunto a pochi metri mi abbassai e camminando carponi raggiunsi la macchina dal lato sinistro. Preciso che l'auto era ferma con la direzione di marcia opposta all'incrocio. E poiche' il vetro dello sportello posteriore sinistro era abbassato (ma nella simulazione sul posto aveva indicato il sinistro anteriore) , visto che mia moglie era in atteggiamento intimo con Enrico e, preciso, enrico era sdraiato sul sedile anteriore destro che aveva la spalliera abbassata e mia moglie si trovava sopra di lui, presi la mira e feci fuoco esplodendo tutti i colpi che conteneva il caricatore in direzione dei due amanti. I due non dissero neanche una parola... evidentemente morirono sul colpo"


A cavallo tra il 23  e il 24 mattina Mele integra in parte la confessione tornando ad accusare gli amanti della moglie, in particolare Salvatore Vinci. Dichiara che in realta' e' lui ad aver sparato ma sotto l'incitamento di Salvatore Vinci che lo avrebbe accompagnato con la sua auto sul luogo del delitto e gli avrebbe fornito l'arma. Specifica di avere incontrato SV a Signa, in piazza IV Novembre, dove lui era andato a cercare la moglie dopo essere uscito da casa in bicicletta. Il Salvatore Vinci, informato sulla sortita dei due amanti, avrebbe proposto al Mele di assassinarli con un arma in suo possesso. Si sarebbero quindi recati all'uscita del cinema con l'auto del Vinci, e poi li avrebbero seguiti fino alla stradina che costeggia il canale. Il Vinci avrebbe estratto l'arma dal borsello e gliel'avrebbe passata incitandolo ad andare, specificandogli che c'erano 8 colpi e che avrebbe dovuto solo premere il grilletto. Compiuto l'omicidio il Mele sarebbe tornato all'auto dopo aver gettato l'arma nel canale. Sentendosi dire che l'arma era stata gettata via il Vinci avrebbe esclamato "Pazienza!"
Il poccolo Natalino si sarebbe svegliato proprio in questo frangente chiamando a gran voce "babbo", al che lui sarebbe pero' fuggito repentinamente verso l'auto del Vinci che lo attendeva.

A proposito dell'arma Stefano Mele dice:

--agli investigatori che gli mostrano una cal.9 d'ordinanza l'uomo riferisce--:"In relazione a quella che oggi mi avete mostrato, e che ni dite essere una beretta cal.9, preciso che quella del Vinci aveva la canna molto piu' lunga, tanto che penso si tratti di una pistola per tiro a segno. Preciso anche che la pistola era pronta a sparare perche' io non feci altro che tirare il grilletto"-

La descrizione e' congruente con il modello descritto dal perito Zuntini, appare pero' molto strano il riferimento fatto dal Mele ad un arma da 'tiro a segno. Il Mele ha dimostrato di non sapere nulla di armi e quindi questo dettaglio da lui riferito non sembra genuino.

Dal 23 Agosto il bambino viene affidato agli zii paterni Giovanni e Antonietta Mele, nonche' al di lei marito Piero Mucciarini

All'alba del 24 Agosto i Carabinieri si mettono alla ricerca dell'arma nel luogo riferito dal Mele, e contemporaneamente convocano in caserma Salvatore Vinci.
Alle 8:00 Salvatore Vinci arriva con la sua auto alle Murate per sostenere il confronto con Stefano Mele.
Alle 9:30 arrivano il sostituto Caponnetto, il capitano Dell'Amico e il dirigente Scala per effettuare l'accertamento testimoniale.
Alla rilettura del verbale, considerando che l'arma non si trova, il Mele modifica la sua versione:
"C'e' solo un particolre che non corrisponde a verita', quello in cui riferisco il modo in cui mi sono disfatto della pistola. In verita' non gettai l'arma, ma la ridiedi a Salvatore dopo l'omicidio"

Inizia il confronto con Salvatore Vinci, ma dopo poche battute il Mele ritratta e scagiona l'amico. Alle 16:30 Salvatore Vinci esce dall'aula da innocente e rilascia dichiarazioni in tal senso ai giornalisti ivi presenti. Nel frattempo Stefano Mele dichiara che in realta' il suo complice e' stato non Salvatore ma Francesco Vinci, che quella sera lo avrebbe raggiunto a casa verso le 22 per coinvolgerlo nell'omicidio della moglie. Con la lambretta di questo avrebbero raggiunto la stradina di Castelletti , e poi ,con l'arma sempre di Francesco, avrebbe provato a sparare senza pero' riuscirci. Sarebbe stato quindi Francesco a sparare porgendogli l'arma per l'ultimo colpo, cosa che quindi spiegherebbe il guanto di paraffina debolmente positivo.
Alle 17:30 Francesco Vinci entra alle Murate . In serata il Mele si auto accusa di nuovo durante uno scatto di nervi(La Nazione 25 Agosto 1968)


Francesco Vinci risulta negativo al guanto di paraffina gia' dal 23, mentre si accerta che nel racconto del Mele un passaggio e' palesemente falso(*). Mele dice di aver riposto l'arma nel vano porta oggetti del motorino del Vinci, ma questo risultera' impossibile a causa delle dimensioni della pistola. Mele non sa dire che fine abbia fatto l'arma.

(*)Secondo l'investigatore Davide Cannella un teste avrebbe raccontato che il FV avrebbe modificato il vano portaattrezzi, praticandovi un foro, in modo da farvi entrare l'arma

Questo stesso giorno il sostituto Caponnetto interroga Nicola Antenucci per via di alcune incongruenza nella testimonianza sull'alibi di Salvatore Vinci:
"Nicola antonucci verbale 24 agosto 1968: -invitato quindi il teste a riordinare meglio i propri ricordi dichiara:"Io posso dire soltanto che ieri mattina(23 agosto, che io ero convinto fosse giovedi' mattina. ovvero il 22 agosto) un collega di lavoro, un certo saverio, mi informoì che a lastra a signa era stato commesso un omicidio, cosa che io ignoravo non avendo letto i giornali di questa settimana. Questo Saverio mi disse anche che il delitto era stato commesso due notti prima. Quando poi alla sera i carabinieri vennero a prendere salvatore,, ricollegai che la sera dell'omicidio era proprio quella in cui io salvatore e il suo amico silvanoeravamo rimasti assieme fino ad oltre la mezzanotte"


Nel pomeriggio i Carabinieri conducono Natalino Mele sulla stradina del Vingone per effettuare la ricostruzione del percorso che avrebbe fatto il bambino. Dopo aver insistito nella versione data nell'immediatezza dei fatti, il bambino, all'ennesima domanda dei militari, ammette di essere stato accompagnato dal padre fino al ponticello.

26 agosto

Dopo il confronto con Francesco , quando emerge la non disponibilita' da parte del Vinci del suo motorino, poiche' in riparazione, Mele comincia ad accusare Carmelo Cutrona, l'altro amante della moglie di origini siciliane come il Lo Bianco. Anche il confronto con il Cutrona mette in risalto le contraddizioni del racconto del Mele, finche' questo pressato dagli investigatori sbotta:
"Se non e' stato l'uno e' stato l'altro!"


Quando gli viene prospettata la possibilita' di un confronto con il figlio, Stefano Mele conferma in lacrime la versione del riaccompagnamento del piccolo Natalino (La Nazione 26 Agosto 1968), mentre in nottata vengono scarcerati Francesco Vinci e Carmelo Cutrona. Nel prosieguo degli interrogatori non sa spiegare in nessun modo come sia poi tornato a casa da via del Vingone ,ne come abbia raggiunto il luogo prima dell'omicidio.

Il 27 Agosto il pm Caponnetto richiede un esame psichiatrico per il Mele, vista l'incredibile sequenza di ritrattazioni e accuse che ha rivelato una psicologia dell'uomo a dir poco contorta

Tra ritrattazioni e ammissioni, Stefano Mele arrivera' nel 1973 al processo di Perugia dove, dopo 4 sentenze a partire da quella della corte di assise di Firenze del 1970, verra' condannato in via definitiva alla pena di 14 anni.


sabato 11 aprile 2009

Parte terza





-10 piccoli indiani...e non rimase nessuno-


Ora, a poco piu' di un mese dall'omicidio di Baccaiano, agli inquirenti si presentava la concreta possibilita' di avere per le mani un testimone in grado di fornire direttamente il nome del Mostro di Firenze, Stefano Mele. Questo nuovo filone di indagine venne inizialmente seguito dal giudice istruttore Vincenzo Tricomi, che immediatamente convoco' il Mele per riaprire il caso del 68. Evidentemente una delle persone che l'uomo aveva coinvolto all' epoca doveva essere il vero responsabile di quell'omicidio, e di conseguenza il responsabile della carneficina che stava terrorizzando Firenze fino a quel momento.
Stefano Mele, dopo aver inizialmente ribadito di non aver commesso l'omicidio della moglie e di avere  avuto solo sospetti sugli amanti poi accusati di correo, davanti al giudice Tricomi, e a Settembre in un confronto, torno' nuovamente a puntare il dito contro Francesco Vinci, il quale, come nel 68, sembro' in effetti il personaggio che piu' verosimilmente potesse indossare i panni dell'amante geloso in grado di vendicarsi della Locci. Ma a corroborare le accuse del testimone c'era dell'altro. Tra i rapporti dei Carabinieri spunto' un informativa che riguardava la renault 4 del Vinci, ritrovata a meta' Luglio di quell'anno infrascata vicino a Grosseto lungo una strada che portava piu' o meno direttamente a Baccaiano dopo un percorso di cira 100 km. Ce n'era abbastanza per firmare un ordine di comparizione, ma Francesco Vinci ,che poco prima era stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti familiari, era gia' sparito senza lasciare tracce. sin dal 20 Giugno La sua latitanza comunque non duro' molto, poiche' il 15 Agosto venne arrestato presso l'abitazione di Giovanni Calamosca, un imolese di origine sarda gia' attenzionato in passato per le sue frequentazioni con Giovanni Farina. Il Calamosca dira' in seguito che a lui il Vinci chiese non solo ospitalita', ma anche di procurargli un passaporto falso per fuggire all'estero. Il motivo, come dira' testualmente il Calamosca, era "per non mettere nella merda una famiglia".
Sebbene l'arresto venga compiuto per la storia dei maltrattamenti, quale sia il reale obiettivo dei magistrati diventera' evidente il 7 Novembre quando formalmente la Procura lo indaghera' per tutti gli omicidi a partire da quello del 1968. Ai giornalisti che domandavano al giudice Tricomi se l'indagine fosse arrivata ad una svolta definitiva, questo rispondeva in modo ambiguo affermando che quello era in realta' il momento piu' critico dell'inchiesta e con il piu' alto rischio che a breve il mostro potesse farsi vivo con un nuovo omicidio. I mesi passarono ma la calibro 22 rimase fortunatamente in silenzio, e sulle facce degli inquirenti comincio' a tornare il sorriso tanto che la stampa prese a prospettare davvero che si fosse sul punto di mettere la parola fine sui delitti. Sul Vinci pendevano anche altri piccoli riscontri, come l'uso di un farmaco simile ma non uguale a quello la cui confezione era stata ritrovata vicino all'auto dei ragazzi di Baccaiano dopo l'omicidio, e la vecchia deposizione del 70 del Conticelli. In realta', gia' un mese dopo, quei due indizi erano stati confutati dalla difesa che aveva dimostrato sia quanto il farmaco assunto dal Vinci non avesse a che fare con il principio attivo del Norzetam, sia che i bossoli rinvenuti nel casolare di cui aveva parlato il Conticelli avessero a che fare con quelli del mostro di Firenze (La Nazione 9 Febbraio 83)
Francesco Vinci in carcere mostrava uno strano connubio di preoccupazione e sicurezza, quest'ultima esibita soprattutto di fronte ai magistrati che interrogandolo capivano bene quanto improbabile sarebbe stata una sua confessione.
Ma che quella sicurezza fosse ben riposta lo si comprese il 10 settembre del 1983, quando una manciata di bossoli calibro 22 gettata a fianco di un camper con targa tedesca sembro' trasformarsi nella chiave che serviva ad aprire la cella del sospettato Alle 19:30 di sabato 10 Settembre, un importatore tedesco ospite in un appartamento di una prestigiosa villa di Giogoli fece una telefonata concitata ai Carabinieri. L'uomo aveva scoperto due cadaveri in un pulmino volkswagen parcheggiato in uno spiazzo distante appena 100 metri da casa sua. In breve la zona si riempi' di auto con i lampeggianti accesi, divise e volti atterriti tra cui spiccavano quelli del dottor Vigna e della dottoressa Della Monica. Dopo aver fotografato i bossoli uno degli agenti ne porse un paio al procuratore mostrando l'H sul fondello ben in evidenza, fin quando questo senza parole non rialzo' lo sguardo volgendosi verso il furgone, forse per fuggire il fastidio delle potenti luci alogene, forse per mascherare le incomprensibili parole che il suo toscano stava recuperando dalla memoria dei versi di Cecco Angiolieri.
Quel nuovo duplice omicidio pero' risulto' strano, tanto strano che le porte del carcere per Francesco Vinci si aprirono solo a gennaio dell'anno successivo.(in realta' il Vinci rimase in carcere fino all'autunno dell'84 a causa di un altro reato) Il Mostro questa volta aveva assassinato due maschi, e, anche se li cercarono come mai era stato fatto prima, mancavano all'appello ben 3 bossoli su 7. Il giudice istruttore Rotella, subentrato al dottor Tricomi nell'indagine, sospettava che a compiere quell 'atto fosse stato un complice del Vinci per scagionarlo, e che "l'errore"dei due ragazzi maschi servisse per evitare che il complice dovesse eseguire quelle operazioni mostruose inconcepibili per un criminale "normale". Per la procura il discorso era piu' semplice. Il mostro aveva davvero confuso la capigliatura bionda di Rush per quella di una ragazza e i bossoli mancanti probabilmente erano finiti tra i souvenir di qualche sciacallo. Anzi, intanto che c'erano risolsero qualche incongruenza del racconto del tedesco facendogli una perquisizione, visto che oltretutto anche i due ragazzi uccisi erano tedeschi in vacanza. Dalla perquisizione non emerse nulla di rilevante per l'indagine, e sebbene fossero spuntate 4 pistole, alcune non denunciate, non c'era traccia di quella dei delitti. Il tedesco rimedio' una condanna per collezione di armi non denunciate e nel giro di sei mesi se ne torno' in Germania dopo aver lasciato un conto inevaso di 40 milioni per l'affitto della villa (particolare citato dal Pm Canessa durante la requisitoria al processo Mostro-ter). Nel frattempo la differenza di vedute tra Procura ed Ufficio del Giudice Istruttore comincio' a trasformarsi in rottura vera e propria. Cosi', quando quest'ultimo, a Gennaio dell'84, decise di proseguire su quella pista arrestando altri due personaggi coinvolti marginalmente nell'inchiesta del 68, Pietro Mucciarini e Giovanni Mele, nei procuratori gia' si era fatta largo l'idea di ricominciare da capo tutta l'inchiesta.
Anche se Francesco Vinci era in procinto di venire scagionato, il giudice Rotella non si diede per vinto ma non riusci' ad identificare qualcuno che potesse calarsi nei panni del possibile complice ne tra i compagni di scorribande del sardo, ne tra i familiari, che del resto, a parte il giovane nipote Antonio, con l'uomo non avevano rapporti poi cosi' stretti. Torno' quindi a bussare alla porta di Stefano Mele per vedere se questi gli potesse fornire qualche nuovo indizio. Sebbene dalle parole dell'ometto non venne fuori nulla di sensato, qualcosa di prezioso sembro' invece sbucare dalle sue tasche, o almeno cosi' credette il giudice. Durante quel colloquio dal portafogli del Mele era saltato fuori un bigliettino scritto in un pessimo italiano da cui traspariva uno strano interessamento per la vicenda da parte di un altra persona. Nulla a che vedere col Vinci dunque, ma una nuova pista. Il biglettino recitava cosi':

RIFERIMENTO DI NATALE riguaRDO
LO ZIO PIETO

Che avesti FATO il nome doppo
SCONTATA LA PENA

COME RisulTA DA ESAME Ballistico
dei colpi sparati

Quell'italiano sgangherato, scritto alternando maiuscole e minuscole, era stato compilato dalla mano di Giovanni Mele, fratello di Stefano, probabilmente il giorno in cui sui giornali dell'82 era apparsa la clamorosa notizia del collegamento col delitto del '68. Evidentemente l'uomo aveva voluto ricordare al fratello cosa dire per evitare che i sospetti prendessero la direzione del clan, e in particolare si era preoccupato di togliere le castagne dal fuoco al cognato, Pietro Mucciarini, il cui nome era comparso durante una delle innumerevoli audizioni del piccolo Natalino Mele. Per Rotella la prima frase era lapalissiana in tal senso La seconda costituiva un suggerimento a ribadire le accuse contro chi non li avrebbe potuti coinvolgere, e la terza indicava quale fosse il particolare da riferire per rendere credibile la propria presenza al momento dell'esecuzione dell'omicidio, ovverosia il numero di colpi sparati. E in effetti Stefano Mele quell'indicazione l'aveva data, anche correttamente visto che riferi' di 8 colpi pur sbagliando il finetsrino da cui erano stati sparati. Quel bigliettino, insieme ad alcune intercettazioni telefoniche ed ambientali, convinse il magistrato che a commettere l'omicidio fosse stato il clan dei Mele. Avrebbero pertanto agito poiche' stufi dei continui colpi di testa della Locci e delle continue umiliazioni a cui la famiglia era sottoposta a causa del suo modo di trattare il marito.
Durante la conferenza stampa in cui annunciava la scarcerazione di Francesco Vinci, il dottor Rotella sorprese tutta la platea di giornalisti dichiarando che da quel momento erano formalmente indagati per i delitti Giovanni Mele e Piero Mucciarini. Imostri quindi erano due.
Per sostenere il mandato d'arresto furono anche illustrate le risultanze di una perquisizione al Giovanni Mele, sulla cui auto, una fiat 128, era stato trovato quello che fu definito un vero e proprio kit da Mostro, composto da coltelli, corde, stracci e liquido per detergersi le mani. A dire il vero nulla di quegli oggetti recava la minima traccia dell'uso in uno dei delitti, ma fu sufficiente perche' i giornalisti per il momento non si facessero troppe domande.
In carcere Mele e Mucciarini cominciarono ad accusarsi l'un l'altro, con il Mele che ammise di aver scritto quel biglietto per proteggere il cognato, di cui pero' non poteva essere certo dell'innocenza, e il Mucciarini che restituiva la palla al mittente dicendo che mai lui aveva chiesto nulla al Mele e che se Giovanni voleva proteggere qualcuno questo non era di certo lui, ma magari un altro Pietro che pure faceva parte della famiglia. Quelle scaramucce a distanza, veicolate dai rispettivi avvocati, durarono in realta' ben poco tempo perche' a far capire che i due non c'entrassero nulla coi delitti ci penso' ancora una volta la beretta calibro 22, partorendo un altra mezza dozzina di bossoli assassini con l'H stampata sul fondello.
Il 29 Luglio 1984 Pia Rontini aveva lavorato per tutto il giorno al bar La Spiaggia di Vicchio, dove da circa un mese era stata assunta in qualita' di barista per il periodo estivo. Nonostante fosse il tipico lavoro che un giovane studente, quale lei era, trova per mettere da parte un po di soldi , l'impegno era notevole anche perche' aveva scelto il turno dalle 19:00 all' 1:00. Quella domenica pero' un improvviso cambio di programma le aveva fatto raggiungere casa poco dopo le 20:30, e sebbene avesse inizialmente deciso di non uscire a causa della stanchezza, cambio' idea presentandosi verso le 21:15 a casa del fidanzato Claudio Stefanacci. I due ragazzi, poco piu' che adolescenti visto che lei aveva appena 18 anni e lui 21, uscirono quasi immediatamente dalla casa di Claudio per appartarsi in intimita'. Dopo 4 chilometri di provinciale si infilarono a retromarcia in una stradina che dava direttamente sulla Sagginalese e che distava appena un centinaio di metri dalle sponde del fiume Sieve. Passate le 23:30, vedendo che il figlio non rincasava, la signora Stefanacci comincio' ad allarmarsi e telefono' alla famiglia della Rontini. In breve tempo iniziarono le ricerche alle quali partecipo' tra gli altri Piero Becherini, amico di Claudio ed ex impiegato nel negozio di elettrodomestici di proprieta' degli Stefanacci. Fu proprio lui a ritrovare verso le 3:00 del mattino la panda con i cadaveri dei due giovani. La ragazza giaceva supina a circa 7 metri dall'auto stringendo ancora nella mano destra i suoi indumenti intimi, mentre il compagno era rimasto nell'auto esanime dopo aver ricevuto tre colpi di pistola e 10 coltellate. Ancora una volta l'assassino aveva mutilato il corpo femminile, ma non si era limitato al pube. La sua follia aveva avuto un orrida escalation, e non contento del primo trofeo aveva anche asportato il seno sinistro in modo netto e senza esitazioni. La mattina seguente sulla prima pagina del La Nazione apparve una foto che sembrava a prima vista un inno all'amore, con due giovanissimi ragazzi che di profilo si scambiavano un bacio innocente Bastava prero' mettere a fuoco un po' meglio i caratteri abnormi del titolo dell'articolo per capire che si trattava di un ben altro inno, quello alla follia umana. E il terrore rimbalzo' rapidamente dallo spazio di carta a quello della citta', fino a raggiungere le stanze dei magistrati e quelle del governo. Il ministro dell'interno si convinse che era giunto il momento di cambiare direzione appoggiando decisamente la linea tenuta dalla procura con a capo il dottor Vigna, che riteneva necessario ricominciare da principio tutta l'inchiesta. Venne istituita un'apposita task force congiunta Polizia-Carabinieri , a capo della quale venne nominato il commissario Sandro Federico con il compito di occuparsi esclusivamente del caso. Parallelamente si affido' ad un pool di quotati criminologi una consulenza perche' stilassero il possibile profilo dell'uomo che si stava cercando. Il professor De Fazio, criminologo di fama dell'universita' di Modena, raccolse il meglio dei suoi collaboratori per stilare una perizia comparativa dei vari omicidi in modo da riportare ad unita' le tracce lasciate dal killer fino a quel momento, mentre la neonata task force, che prese l'acronimo a dire il vero un po' cinematografico di SAM, squadra anti mostro, si preoccupo' di organizzare un piano di intervento rapido nella malaugurata ipotesi che si verificasse un nuovo evento. Prima ancora pero' fu' preso un altro provvedimento eclatante, che non manco' di generare notevoli polemiche ma che spiegava bene che cosa volesse dire ricominciare tutto da capo. Il provvedimento consisteva nel farsi consegnare dalle anagrafi di tutti i comuni della provincia di Firenze i nominativi degli uomini single, o che vivevano con familiari ma non essendo sposati, in eta' compresa tra i 30 e i 60 anni. L'obiettivo era quello di stilare una classifica a priori di possibili sospetti, confrontando i dati anagrafici positivi per i luoghi dei delitti con quelli dei precedenti penali per reati a sfondo sessuale. Questi nomi poi sarebbero stati passati alla SAM in modo da attuare una serie di perquisizioni mirate nell'immediatezza del nuovo duplice omicidio. A corollario del programma di perqisizioni mirate c'era anche la richiesta ai casellanti dell'autosole di registrare nei weekend le targhe dei veicoli che passavano i caselli in orari serali e notturni, e questo perche' si sospettava che l'omicida usasse l'atostrada per i suoi spostamenti. Per la prima volta gli investigatori si erano messi nelle condizioni di non dover subire passivamente le velleita' del maniaco e di poter finalmente rispondere a tono alle sue provocazioni, e proprio per questo quello che successe poco dopo ebbe dell'incredibile.

Parte seconda ----------------------------------------------Parte quarta